martedì 11 novembre 2014

Recensione GUARDIANI DELLA GALASSIA

Recensione guardiani della galassia




Regia di James Gunn con Chris Pratt, Zoe Saldana, Bradley Cooper, Vin Diesel, Lee Pace, Dave Bautista, Benicio Del Toro, John C. Reilly, Djimon Hounsou, Glenn Close, Michael Rooker, Ophelia Lovibond, Peter Serafinowicz, Gregg Henry, Ralph Ineson, Sean Gunn, Lloyd Kaufman

Recensione a cura di JackR

Pochi istanti dopo la morte della madre, il piccolo Peter Quill viene rapito da un'astronave aliena. Cresciuto da una banda di contrabbandieri spaziali, con un walkman come unico ricordo dei suoi anni terrestri e la musica di un'unica, preziosa compilation come legame indissolubile con la propria umanità, Peter, o Star-Lord come preferisce farsi chiamare, entra in possesso del misterioso Orb durante una delle sue avventure. Sulle tracce dell'Orb ci sono Ronan l'Accusatore e Thanos il Titano Pazzo, che minacciano la pace appena siglata tra gli Xandariani e i Kree.
Insieme a quattro improbabili e altrettanto riluttanti compagni d'avventura (Rocket, Groot, Drax e Gamora) Star-Lord dovrà fare appello a tutto il suo coraggio per sventare i piani di Ronan...

Awesome Mix - volume 1

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lunedì 3 novembre 2014

Recensione SUSPENSION OF DISBELIEF

Recensione suspension of disbelief




Regia di Mike Figgis con Sebastian Koch, Lotte Verbeek, Emilia Fox, Lachlan Nieboer, Rebecca Night

Recensione a cura di JackR

Uno sceneggiatore in crisi (Sebastian Koch) viene coinvolto nel misterioso omicidio di una ragazza (Lotte Verbeek), la cui gemella (Lotte Verbeek, ovviamente) si presenta alla sua porta in cerca di aiuto. Tra i due si instaura una relazione, ostacolata dal reciproco sospetto di verità nascoste e segreti pericolosi che piano piano riaffiorano dal passato...

Non basta la trama per raccontare "Suspension of Disbelief", anzi: la semplicità di una classica storia noir è in realtà il contenitore di un curioso esperimento cinematografico e un film che sfugge una definizione precisa. Personaggi ambigui, doppi, misteri irrisolti del passato, tormenti interiori, attrazioni torbide, atmosfere rarefatte e notturne, dialoghi minimali e musica ingombrante (l'incipit di "Everything in its right Place" dei Radiohead è assolutamente incisiva in tal senso nell'allestire l'atmosfera per tutto il film). Ma il noir è solo un espediente: già dal titolo, l'intento di Figgis è quello di mettere alla prova lo spettatore coinvolgendolo in un gioco meta cinematografico: raccontare una storia ed allo stesso tempo svelare i meccanismi del racconto, chiudendo tutto in una serie di scatole cinesi da cui non si riesce ad uscire mai del tutto (c'è un po' di Lynch, anche: il protagonista scrive una sceneggiatura durante il film, che è chiaramente quella del film stesso ).
L'esperimento è interessante: verificare cioè i limiti della sospensione dell'incredulità, il meccanismo per cui un film è in grado di apparire verosimile e suscitare emozioni reali, pur essendo una rappresentazione della realtà palesemente costruita secondo regole e tecniche studiate a tavolino. Gli espedienti utilizzati per far cadere la sospensione dell'incredulità dello spettatore, quasi a sfidarne il coinvolgimento nella storia spezzando l'incantesimo della tensione, sono diversi: dallo split screen (metà schermo mostra la scena di un film girato nel film e l'altra metà il set di tale film) alla sovrimpressione di titoli didascalici che scandiscono le varie parti della storia, al sospetto che tutta la storia sia in effetti un parto mentale di uno dei protagonisti, alle discussioni tra i personaggi riguardo la scrittura di una sceneggiatura. Il protagonista è anche insegnante di scrittura cinematografica e gli inserti in aula, durante la lezione, svelano i meccanismi drammatici mentre la storia si sviluppa.

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giovedì 30 ottobre 2014

Recensione GRAND BUDAPEST HOTEL

Recensione grand budapest hotel




Regia di Wes Anderson con Ralph Fiennes, Tony Revolori, Edward Norton, Owen Wilson, Tilda Swinton, Jude Law, Bill Murray, Adrien Brody, Harvey Keitel, Jason Schwartzman, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Saoirse Ronan, Tom Wilkinson, Mathieu Amalric, F. Murray Abraham, Bob Balaban

Recensione a cura di peucezia

Uscito nella primavera del 2014 il film, che si avvale di molte guest star - abilmente celate sotto un trucco non pesante ma che comunque non rende gli interpreti famosi riconoscibili di primo acchito - è ispirato ai libri del romanziere di lingua tedesca Stefan Zweig, personalità di rilievo nel primo Novecento nonché scrittore raffinato e superbo.

Il film di Wes Anderson parte dalla dedica a questo scrittore che fu tra i primi a condannare la follia nazista, tanto da subire l'onta del rogo delle sue opere, per realizzare una storia a metà tra verosimiglianza e totale fantasia, con quella punta di nonsense che rimanda a una cinematografia di fine anni Trenta - primi anni Quaranta (il Chaplin del "Grande dittatore", il Lubitsch di "Vogliamo vivere" e persino i fratelli Marx).

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martedì 28 ottobre 2014

Recensione THE ARMSTRONG LIE

Recensione the armstrong lie




Regia di Alex Gibney con -

Recensione a cura di The Gaunt (voto: 7,0)

Simbolo ideale del ciclismo degli ultimi due decenni circa, Lance Armstrong era il personaggio perfetto per Alex Gibney su cui operare una disamina sulla parabola di un atleta famoso e allo stesso tempo una descrizione del quadro attuale del ciclismo mondiale. Tuttavia questo documentario concepito principalmente con lo scopo di raccontare il ritorno alle corse di Armstrong alla fine del 2008 e narrare il suo tentativo di vincere il suo ottavo Tour De France del 2009, si è trasformato con lo scorrere degli eventi in qualcosa d'altro. Una correzione in corsa che rende "The Armstrong Lie" un lavoro bifronte, dalla doppia natura. Una doppia natura che in un certo modo è stata la carriera sportiva del ciclista statunitense.

Giustamente Gibney inserisce il periodo di inattività dovuto all'insorgere di un cancro ai testicoli come il vero spartiacque della sua carriera. Prima della malattia Lance Armstrong è stato un atleta che ha senza dubbio bruciato le tappe. Professionista dal 1992, si fece subito notare come un corridore adatto per le corse in linea, le cosiddette grandi classiche, e a poco più di un anno dal suo esordio divenne a sorpresa campione del mondo nel 1993 ad Oslo, in Norvegia con la squadra nazionale.
Non un ciclista adatto per le grandi corse a tappe come Giro, Tour e Vuelta nel quale, soprattutto riguardo al Tour, aveva soltanto ottenuto singole vittorie di tappa e finito la corsa a tappe francese solo una volta. Ci sono state vittorie di tappa significative come nel 1995, a tre giorni dalla morte di Fabio Casertelli, avvenuta nella discesa del Colle de Porte D'Aspet, quando Armstrong dedicò quella sua vittoria al suo compagno di squadra della Motorola poco prima di arrivare in solitario al traguardo, ma aldilà di qualche soddisfazione personale nelle altre partecipazioni alla corsa a tappe francese si era sempre ritirato.

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lunedì 27 ottobre 2014

Recensione TARTARUGHE NINJA

Recensione tartarughe ninja




Regia di Jonathan Liebesman con Megan Fox, Alan Ritchson, Will Arnett, Whoopi Goldberg, William Fichtner, Noel Fisher, Danny Woodburn, Jeremy Howard, Mos Def, Pete Ploszek

Recensione a cura di JackR

In una New York stretta nella morsa criminale del clan del Piede, un misterioso giustiziere si erge a difensore della giustizia. April O'Neil (Megan Fox), giovane giornalista in cerca dello scoop che dia una svolta alla sua deludente carriera, decide di indagare, ignara del fatto che incontrerà non uno, ma ben quattro giustizieri legati a doppio filo al suo drammatico passato e alle macchinazioni del misterioso Shredder...

Da un fumetto underground nato quasi per gioco a una produzione di Micheal Bay: se c'è un aggettivo che ben contraddistingue le quattro creature nate dalla fantasia di Peter Laird e Kevin Eastman è proprio "mutanti". Le Tartarughe Ninja hanno attraversato tre decenni di reinterpretazioni più o meno riuscite, rinnovando continuamente la loro fanbase senza mai perdere l'affetto dei fan cresciuti nel frattempo, adattandosi perfettamente a tutti i media e i format possibili, dimostrando una versatilità tale che nemmeno il tentativo combinato di Micheal Bay (già colpevole di aver tolto tutto il divertimento dai Transformers) e Jonathan Liebesman (regista dell'incommentabile "La Furia dei Titani") è stato in grado di annichilirne lo spirito. E non si può dire che non ci abbiano provato intensamente.

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martedì 21 ottobre 2014

Recensione RAZZABASTARDA

Recensione razzabastarda




Regia di Alessandro Gassman con Alessandro Gassman, Giovanni Anzaldo, Manrico Gammarota, Sergio Meogrossi, Matteo Taranto, Madalina Ghenea, Michele Placido

Recensione a cura di peucezia

Opera prima da regista di Alessandro Gassman, che si regala il ruolo del protagonista, il film "Razzabastarda" è la rielaborazione di una pièce teatrale nord americana, "Cuba and his Teddy bear", ambientato nei sordidi sobborghi delle città americane e nel mondo degli immigrati ispanici.
Nella rielaborazione italiana, prima teatrale e successivamente adattata al grande schermo, il personaggio principale è un romeno che, dietro l'attività precaria di sfascia carrozze, nasconde una non redditizia di pusher.

Roman (Gassman), devoto alla Madonna nera, vive in Italia, nei bassifondi di una città laziale da ormai trent'anni. Il suo unico bene è il figlio Nicu, diciotto anni e tanta vergogna per le sue origini, che tenta di nascondere agli amici e alla ragazza. Il suo unico amico, un outcast di origine pugliese, Geco, tenta di mediare nella travagliata relazione padre-figlio.
Roman vorrebbe il meglio per suo figlio detto "Cucciolo", ma il ragazzo subisce il perverso fascino di un tossico filosofeggiante, che lo trascina in una chute à l'enfer destinata alla tragedia finale.

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venerdì 3 ottobre 2014

Recensione THE LOOK OF SILENCE

Recensione the look of silence




Regia di Joshua Oppenheimer con -

Recensione a cura di The Gaunt (voto: 8,5)

Indonesia 1965: un colpo di stato militare rovescia il governo di Sukarno e pone al comando il tenente-Generale Suharto. Un colpo di stato favorito dalle potenze occidentali, Stati Uniti in primis, timorosi di una deriva comunista del governo in carica, visto gli approcci verso nazioni come Unione Sovietica e Cina. Nelle fasi successive, come in tanti colpi stato, ci fu un repulisti generale, purghe che colpirono svariati apparati dello stato in funzione anticomunista e soprattutto fra la popolazione civile con la soppressione di partiti e sindacati.
Questo è un resoconto scarno ed essenziale degli avvenimenti accaduti in Indonesia tra il 1965 ed il 1966, non dissimili da altri. Le dinamiche dei colpi di Stato prevedono sempre delle fasi standard e, agli occhi della gente comune, si tende a non fare eccessive distinzioni. Fino a pochi decenni fa notizie di questo tipo erano talmente all'ordine del giorno che non ci si faceva più caso. Nazioni africane soprattutto, asiatiche o sudamericane erano spesso coinvolte in avvenimenti di questo genere. Comunicati e qualche servizio di telegiornale che cadevano nel dimenticatoio nel giro di pochi giorni e avanti con il prossimo golpe.
Se ci scusate una piccola digressione personale, le nostre conoscenze sugli avvenimenti dell'Indonesia durante quei giorni si limitano a poco più di questo. A livello cinematografico inoltre l'immediato "prima e dopo colpo di Stato" fornirono lo sfondo per il bel film di Peter Weir, "Un anno vissuto pericolosamente", storia di un giornalista inviato nel paese asiatico proprio a ridosso di tali avvenimenti.

Conoscenza appunto superficiale, fino a quando un documentarista texano, trapiantato in Danimarca, Joshua Oppenheimer, non decide di recarsi in Indonesia per descrivere le condizioni di lavoro ai limiti della schiavitù dei braccianti che raccolgono olio di palma per conto di una compagnia belga. Da questo punto in poi Oppenheimer ci porta dentro un tremendo dietro le quinte di quegli avvenimenti. Ci ridesta da quell'indolente torpore con una forza tale da lasciare senza parole.
Perché "The Act of Killing", prima parte di questo dittico sull'Indonesia, che comprende appunto "The Look of Silence", fa vivere quell'orrore nella maniera probabilmente peggiore da digerire: raccontato direttamente dagli assassini e torturatori, pedine di quel regime che in nome dell'anticomunismo misero nel calderone ogni opposizione al nuovo ordine costituito, comunista e non. Il risultato finale è una cifra non ancora definita, ma verosimilmente intorno al milione di persone, che vennero massacrate e giustiziate senza pietà e senza processo, portatori - sempre secondo il regime - di valori privi di morale e dunque elementi pericolosi per il bene della nazione. Male impersonificato che doveva essere eliminato e che questi assassini e torturatori hanno compiuto con incredibile solerzia. Nessuna ombra di pentimento o rimorso in queste persone che, anzi, vivono una vita agiata nell'impunità e nel rispetto di quello che hanno fatto, perché dopotutto la storia viene scritta dai vincitori di quella che fu una guerra civile. Sono celebrati come eroi e come tale si comportano, nella piena convinzione di aver fatto il proprio dovere.
The "Act of killing", uno dei migliori documentari degli ultimi vent'anni almeno, tra i suoi aspetti scioccanti ha proprio questa capacità di racconto senza alcun tipo di filtro, di convivere una terribile e forzata empatia con queste persone. Inoltre, altro grande merito, è quello di essere in grado di travalicare lo stesso genere documentaristico, di farsi metafilmico attraverso finzione e realtà. Innumerevoli sono gli spunti e le riflessioni di un capolavoro di questa portata, utili anche per leggere alcuni aspetti di "The Look of Silence", seconda parte di questo documentario storico sull'Indonesia di quegli anni.

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