venerdì 29 luglio 2005

Recensione LA SICUREZZA DEGLI OGGETTI

Recensione la sicurezza degli oggetti




Regia di Rose Troche con Glenn Close, Dermot Mulroney, Patricia Clarkson, Joshua Jackson

Recensione a cura di kowalsky

In un note book avrei potuto annotare qualche massima "Marzulliana" del tipo "in fondo è meglio che il peggio sia già avvenuto" oppure "non ci sono regole nella vita": la Trochè penetra acutamente nel cuore e nel pensiero della middle-class americana.
E per certi versi è intrigante: un'opera che rende soggettiva la coercizione del pensiero, specie se ad esporlo è una cineasta che non esita a raffigurare la barriera architettonica, se così vogliamo chiamarla, la proprietà del sobborgo dove vivono i Golds, i Trains, i Christianson e i Jennings.

Praticamente la resa mentale dei personaggi - che, come la Barbie, "muoiono" dalla voglia di essere percepiti e ascoltati - aleggia nell'indecorosa sconfitta di uno spazio architettonico, ove si percepisce una sorta di complice solitudine condominiale: altro che una "comunità affettiva".
Tratto dal libro di A. H. Homes (guardacaso, un nome così... domestico), è un film che a tratti affatica proprio attraverso la sua urgenza espressiva/passiva. Pertanto il senso abnorme di questi individui, infelici e repressi, sembra collocarsi tra la deriva dell'identificazione/empatia mentale e il più classico "linguaggio non verbale".

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mercoledì 27 luglio 2005

Recensione IL FAVOLOSO MONDO DI AMELIE

Recensione il favoloso mondo di amelie




Regia di Jean-Pierre Jeunet con Audrey Tautou, Mathieu Kassovitz, Rufus, Yolande Moreau, Artus de Penguern, Jamel Debbouze

Recensione a cura di peucezia

Il film, uscito nel 2001, ha consacrato a diva internazionale la protagonista, la giovane attrice francese Audrey Tautou e ha dato popolarità e fama anche ad altri interpreti (Mathieu Kassowitz, il protagonista maschile è ora un affermato regista anche negli Stati Uniti, suo infatti "Gothika"), ma gran parte del successo della pellicola si deve senz'altro all'estro creativo del regista Jean-Pierre Jeunet.
Jeunet in coppia con Marc Caro aveva dato prova di estro e stravaganza con "Delicatessen" già qualche anno prima (1992 per la precisione) e anche in questo primo film, l'esperienza nel campo del fumetto e della pubblicità aiutano molto il regista a realizzare la storia.
Quanto seminato in passato prende forma in maniera più concreta con la storia di Amélie.

I primi piani ravvicinati che quasi distorcono le sembianze rendendo gli attori delle caricature viventi, la musica martellante, la continua relazione personaggi reali - oggetti (memorabili le scene in cui Amélie interagisce con i quadri e i soprammobili di casa sua), tutto questo contribuisce a dare un'aura favolistica quasi da cartone animato all'intero intreccio. A ben pensarci invece la storia di Amélie e del suo mondo è una storia malinconica, di disagio.

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lunedì 25 luglio 2005

Recensione LA SPOSA ERA BELLISSIMA

Recensione la sposa era bellissima



Regia di Pal Gabor con Simona Cavallari, Adriano Chiaramida, Massimo Ghini, Marco Leonardi, Miko Magistro

Recensione a cura di GiorgioVillosio

Chissà per quale motivo, certa critica si è tanto scagliata a sfavore del film dell'ungherese Gabor, parlandone come di un melodrammone di maniera.
Evidentemente i critici, loro sì "di maniera", gridano allo scandalo quando una storia attinge nella realtà comune di drammi consueti e popolari, come fossero di per sé fasulli ed ignobili.
Ma, "La sposa bellissima" non è "Elisa di Vallombrosa" o "L'isola dei famosi": anzi l'isola degli sconosciuti, di tanta povera gente che, per mangiare, è obbligata a sradicarsi dal contesto nativo, abbandonando famiglie, ricordi ed affetti. Per finire poi, come il padre del giovane protagonista, disoccupato e border line pure in Gemania.

Di qui il messaggio, di per sé positivo, del film: l'America è da noi, hic et nunc, anche se non ce ne accorgiamo. Come si palesa agli occhi del giovane sulla strada del ritorno, dopo la tremenda delusione della conoscenza del padre.
Dal treno, sembra riscoprire il fascino delle colline e della campagna siciliana; così come, tornato tra gli amici in parrocchia, si sentirà finalmente avvolto da amicizie ed affetti veri, come quello della giovane innamorata.

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venerdì 22 luglio 2005

Recensione TREDICI VARIAZIONI SUL TEMA

Recensione tredici variazioni sul tema




Regia di Jill Sprecher con Matthew McConaughey, John Turturro, Alan Arkin, Clea DuVall

Recensione a cura di kowalsky

"Il principio del dolore", per dirla alla Haslett. Chi ha avuto la fortuna di leggere quel libro, capirà di cosa sto parlando: una serie di epigrammi moderni, in chiave di romanzo, dove la vita riduce i nostri confini alla propria mediazione interiore, alla sconfitta.
Nel film della Sprecher, presentato con successo nella sezione "Eventi" alla Mostra del Cinema di Venezia di qualche anno fa, il dolore non è implicito o inconsciamente cercato, ma rappresenta il principio (eh) su cui l'uomo coniuga la propria esistenza con una forma di continua metamorfosi, di intransigenza di sé.
Cos'è, del resto, la vita se non una serie di imprevisti che non sempre riusciamo ad accettare?

In una forma di resa quasi passiva, antitetica a chi vorrebbe precostituire l'arcano della sofferenza e ribaltarla - come se fosse semplice - a nuova rigenerazione, " 13 variazioni su un tema" è un'opera che ha il merito di parlare senza retorica, né compiacimenti, allo spettatore; senza le sollecitazioni Nietzschiane della propaganda sociale, ripiegate su se stesse (quando, chi le subisce riconosce la distanza traumatologica tra la propria crisi e la grandeur dell'esaltazione della stessa come "arbitrio fondamentale per risorgere").
Sorta di Happiness che vive con la nostra amarezza quotidiana, e la divora, materializzandola.

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lunedì 18 luglio 2005

Recensione LA SPETTATRICE

Recensione la spettatrice




Regia di Paolo Franchi con Barbora Bobulova, Andrea Renzi, Brigitte Catillon, Matteo Mussoni, Chiara Picchi

Recensione a cura di GiorgioVillosio

Valeria, interprete simultanea torinese, vive una vita dissociata, tra un lavoro che la aliena, e la dimensione onirica di un amore vissuto a distanza, attraverso una finestra. L'amato bene (Massimo), all'oscuro di tutto, passa giornate solitarie dedicando amorevoli cure al suo cane, eterna mente spiato dalla giovane attraverso i vetri: cortina simbolica della difficoltà nell'accorciare le distanze relazionali.
L'amato, ricercatore scientifico di vaglia, decide poi di trasferirsi a Roma, recuperando un rapporto sentimentale difficile ed irrisolto con una ex amante, non più giovane e piuttosto problematica.
Sentendosi perduta, la giovane Valeria, lo insegue nella capitale fino ad entrare in confidenza con la di lui amante, sempre di nascosto; in tal modo arriva ad una conoscenza diretta con Massimo, velata e sussiegosa, che sfocerà, infine, in un sentimento vero da parte di lui, dopo la rottura definitiva con l'amante di un tempo. Ed ecco che la giovane, di fronte all'ipotesi inopinata di dare corpo reale ad una relazione vera, decide di fuggire, tornando a Torino.

Il film ha aspetti davvero interessanti sul piano formale e su quello tematico.
Parte con ritmi molto lenti, ma non tediosi, essenziali per entrare nella psicologia del personaggio femminile: e qui la splendida fotografia gioca un ruolo davvero importante, dipingendo una Torino caotica e indistinta, e indugiando a lungo sulla vita vissuta tra quattro muri, con sfumature impressionistiche; che si ripeteranno durante tutta la protezione, con l'abbinamento sapiente del sonoro. Decisamente superlativa, contributo fondamentale alla riuscita del film, la recitazione, in particolare delle due attrici; molto sofferta e drammatica quella della francese Brigitte Catillon, che impersona l'ex amante: ma ancor più quella di Barbara Bobulova (Valeria); per noi una, vera scoperta. L'intensità dell'espresslone, la capacltà di comunicare con lo sguardo, in modo preteritivo, dà alla figura della giovane un che di ieratico e spirituale, come in certe iconografie sacre. Un'attrice a nostro avviso di raro talento, col fascino speciale della Adjani delle origini. Nel suo complesso, di storia e di atmosfera, il film è destinato a piacere molto alle donne, per il taglio romantico e le suggestioni emotive degli amori sognati e mai realizzati.

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mercoledì 13 luglio 2005

Recensione LA RIVINCITA DI NATALE

Recensione la rivincita di natale




Regia di Pupi Avati con Diego Abatantuono, Alessandro Haber, Gianni Cavina, Carlo Delle Piane, George Eastman

Recensione a cura di peucezia

Diciassette anni dopo dal primo "Regalo di Natale" Pupi Avati riunisce gli interpreti del precedente cast per dar vita ad uno dei più riusciti sequels degli ultimi anni e sicuramente ad una delle migliori pellicole della sua cinematografia.
Il tema della vicenda è lo stesso del precedente film: una partita di poker giocata la notte di Natale.

Anche in questo film Natale è solo una data, sono pochi gli elementi che ci fanno capire in quale periodo dell'anno ci troviamo: l'albero di Natale addobbato, un presepe in uno squallido motel ma l'animo dei protagonisti è pieno di livore ed è incupito dagli anni trascorsi.
Franco, il protagonista principale (Diego Abatantuono) è diventato un uomo di successo ma comunque è ancora guidato dalla voglia di rivalsa per la precedente partita, Ugo è giunto a livelli di sordida bassezza, Stefano dopo il suo outing continua ad essere sicuramente il più misurato nel gruppo dei vecchi amici, il giornalista innamorato di John Ford (Alessandro Haber) per gran parte della storia sembra essere quello che a cui la vita maggiormente ha tolto e comunque più che compassione suscita ancor di più ripulsa per la sua meschinità così affiorante.
Immutabile, imperturbabile e sempre uguale a se stesso è l'avvocato Santelia (Carlo Delle Piane), per il quale i segni del tempo sembrano non aver lasciato significative tracce neanche fisicamente.

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martedì 12 luglio 2005

Recensione REGALO DI NATALE

Recensione regalo di natale




Regia di Pupi Avati con Carlo Delle Piane, Diego Abatantuono, Gianni Cavina, Alessandro Haber

Recensione a cura di peucezia

Il film girato nel 1986, è da considerarsi uno dei gioielli della cinematografia italiana degli ultimi anni.
Dalla regia di Pupi Avati sempre puntuale e precisa all'interpretazione asciutta e lineare di ogni singolo attore tutto può considerarsi semplicemente perfetto.
Il titolo gioioso potrebbe far pensare a chi non conosce Avati ed il suo stile a uno di quei filmetti facili natalizi che hanno visto la luce proprio in quegli anni (pensiamo a "Vacanze di Natale" di Carlo Vanzina) invece il film è malinconico ed a tratti persino crudele e non ha davvero nulla a che fare con la festività religiosa.

Interessante versione italiana dei poker movies, il film, basato non sull'azione ma sull'inquadramento psicologico di ogni personaggio, è soprattutto una storia di solitudini e di amicizia tra uomini quasi al crepuscolo della vita e delle illusioni di gioventù, tematica questa spesso presente nella cinematografia avatiana (pensiamo ad esempio all'ultimo "Ma quando arrivano le ragazze?" anch'esso caratterizzato da un leit motiv a basso profilo, con un continuo bilanciamento tra quello che è e quello che sarebbe stato o anche a "Una gita scolastica", splendido caleidoscopio di illusioni giovanili sciolte nel corso di una giornata).

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lunedì 11 luglio 2005

Recensione TUTTO SU MIA MADRE

Recensione tutto su mia madre




Regia di Pedro Almodovar con Penelope Cruz, Cecilia Roth, Marisa Peredes, Tony Cantó, Rosa María Sardà, Eloy Azorín, Antonia San Juan

Recensione a cura di GiorgioVillosio

Se considerassimo semplicemente la trama, i personaggi, la drammaticità delle loro vite e l'intreccio a fortissime tinte dei loro casi, "Tutto su mia madre" risulterebbe come un feuilleton di altri tempi; con sangre y arena, incidenti fatali, passioni senza freno, nascite e morte a ruota, storie di sentimenti complessissimi e irresistibili. Ancor più, ove alcuni personaggi assumono una connotazione surreale e grottesca, come maschere simboliche del teatro antico; neppure distinguibili come uomo o donna, in quanto transessuali (il padre travestito Esteban). Questa tipologia di racconto odora di melodramma classico, come pure di certi romanzi di evasione (di serie B) dell'ottocento, che mescolavano volutamente sacro e profano, amore e morte, condanna e perdono, bontà e perfidia, in una miscela poco credibile, ma piuttosto intrigante sul piano emotivo.
Ma la riserva si scioglie assolutamente, a cospetto di un grande come Almodovar, che, se si rifà a generi letterari desueti, non lo fa a caso, ma espressamente, per amore fine a se stesso della citazione. Su questo in particolare si potrebbe parlare a lungo, ma ci manca lo spazio; basti dire che, a dispetto delle critiche di chi considera le "citazioni" come sfoggio di cultura e presuntuosa ostentazione, a nostro parere queste sono invece segno di modestia e onestà intellettuale: "dichiaro le fonti cui mi ispiro, e facilito la lettura dell'opera con l'impiego di strumenti già noti ai più" E questo lo fanno solo i grandi, che non cercano appropriazioni indebite! Nella fattispecie le "citazioni" si sprecano: la narrazione melodrammatica, la figura della grande attrice isterica sul viale del tramonto, Eva contro Eva, la fine tragica alla Margherita Gautier (dove l'HIV si sostituisce al mal sottile...).
Tali riferimenti si riducono quindi a semplice pretesto per introdurre a grandi problematiche dell'umano, e della vita in sé: sulla caducità del corpo, il mistero della procreazione, la morte e gli espianti, per finire con la maledizione odierna dell'Aids, TBC o sifilide dei giorni nostri! Il tutto nel consueto contesto di invenzioni stilistiche e di materiale umano tipici di Almodovar, con personaggi trasgressivi, diversi e alternativi, dissacranti ed ambigui in quanto a sessualità.

E proprio sulla distinzione uomo - donna si gioca il terzo, fondamentale, assunto del film, capace di farne un'opera superlativa. Il mondo ivi proposto è un mondo, praticamente, tutto al femminile, dove l'uomo gioca una parte quasi superflua e accessoria, come i fuchi nell'alveare. Regine sono loro, le donne, con il potere grandioso e monopolistico della procreazione, ma pure nevroticamente autodistruttive, irrazionali e passionali, ma capaci di generosità, con il cumulo insostenibile della loro sentimentalità; dove la loro vocazione "metafisica" ad auto-riprodursi viene raccontata col difficile paradosso del travestito Esteban, padre naturale di entrambi i figli delle protagoniste. A conferma l'immagine del vecchio non autosufficiente, non più di una ombra insignificante.

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giovedì 7 luglio 2005

Recensione FANTASMI DA MARTE

Recensione fantasmi da marte




Regia di John Carpenter con Ice Cube, Natasha Henstridge, Jason Statham, Clea DuVall, Pam Grier, Joanna Cassidy, Richard Cetrone

Recensione a cura di requiem

"Il mio regista preferito su tutti, colui che mi ha maggiormente ispirato è Howard Hawks. Un dollaro d'onore, gli avventurieri dell'aria, El dorado, e quasi tutte le sue opere mi hanno influenzato, non solo per la capacità di direzione degli attori, ma anche per i suoi sentimenti verso la vita e il modo di esprimerli nei film."John Carpenter

E' inutile girarci troppo intorno.
"Ghost of Mars", nonostante l'approccio apparentemente horror-fantascientifico, è a tutti gli effetti un Western. C'è l'uomo bianco, invasore di terre sconosciute e inesplorate, c'è il legittimo proprietario, il "diverso", o meglio il classico indiano.
C'è Marte, che con le sue distese immense si va a sostituire perfettamente al classico paesaggio americano.
Infine, ancora una volta c'è Hawks.
Il film può essere visto come l'ennesima variazione sul pessimismo carpenteriano, in chiave puramente classica; un ristretto gruppo di uomini, ancora una volta un assedio in una zona isolata, e ancora un anti-eroe, incapace di credere nel sistema ("Per me un detenuto e un poliziotto sono la stessa cosa" ci dice il protagonista Ice Cube), che richiama da vicino Napoleone Wilson.
La pellicola è insomma, almeno da questo punto di vista, una rivisitazione, un riassunto delle tematiche carpenteriane.

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mercoledì 6 luglio 2005

Recensione IL MIO GROSSO GRASSO MATRIMONIO GRECO

Recensione il mio grosso grasso matrimonio greco




Regia di Joel Zwick con Nia Vardalos, John Corbett, Lainie Kazan, Michael Constantine, Andrea Martin, Joey Fatone

Recensione a cura di GiorgioVillosio

Secondo me il pubblico ne ha abbastanza di un certo americanismo, di film spettacolari imperniati su violenza, spettacolarità fine a se stessa, inseguimenti in auto, e tanti, tanti effetti speciali. E ne ha abbastanza perché questo tipo di cinema è l'espressione di un mondo nevrotico e schizzato, che mira a dipingere una realtà essenzialmente loro, non necessariamente dell'universo intero. Realtà fatta di violenza, aggressività vincente, sperequazioni tra ricchi e poveri, forti e deboli, bianchi e neri (o "colorati" in genere); nei fatti diametralmente opposta alla sostanza delle cose, molto più sfumata e rispettosa dell'"umano" e delle sue naturali debolezze.
Vero, peraltro, che con il suo strapotere e la sua ricchezza la cultura yankee arrivi a colonizzare buona parte del mondo, e sempre di più. Ma altrettanto vero che non riesca a sopprimere del tutto le tradizioni popolari di genti molto più antiche, di origine indoeuropea, ad esempio; le quali invece mirano faticosamente a salvaguardare costumi e tradizioni antiche, anche per uno spirito di (auto)conservazione che giunge dal profondo.
Prova evidente di quanto detto, anche e soprattutto nella situazione politica attuale, dove la guerra in Iraq, come già quella del Vietnam, non sembra potersi vincere con il solo uso della forza; almeno fino a quando non si arriverà, in qualche modo, a creare una sintonia effettuale con la precedente civiltà del Paese ospitante. Fino a quando, cioè, arroganza e spocchia del prepotere non lascino spazio alla più doverosa tolleranza, nel rispetto della diversità della tradizione e dei costumi delle genti.

La premessa per introdurre, nel bene e nel male, il discorso sul fortunato film di Joel Zwich.
La facile commedia "Il mio grosso grasso matrimonio greco" ha fatto in America una vera fortuna; costato solamente 5 milioni di dollari alla produzione, ne ha incassati, solo nel primo anno, oltre 200, stabilendo un raro record. Che deve fare riflettere, nell'ottica sopra esposta; che cosa può essere piaciuto, a livelli da record, in una storia così semplice e banale? Che è poi quella di una famiglia di poveri immigrati greci, rimpannucciatisi economicamente in una sola generazione, e che danno in sposa ad una americano DOC la loro unica figliola; bruttina, peraltro, non certo platinata e smagliante come di prammatica nel cinema holliwoodiano.

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lunedì 4 luglio 2005

Recensione L'ULTIMO COMBATTIMENTO DI CHEN

Recensione l'ultimo combattimento di chen




Regia di Robert Clouse, Bruce Lee con Bruce Lee, Gig Young, Dean Jagger, Colleen Camp, Robert Wall

Recensione a cura di Anakin

Dopo la morte di Bruce Lee, i suoi fan furono in preda allo sconforto e per molti di loro la realizzazione di "The Death Game" fu un vero e proprio oltraggio alla sua memoria. Raymond Chow si trovò in possesso delle poche scene che Bruce aveva girato prima di morire e pensò bene di non lasciarle inedite, vista anche la possibilità di poterci lucrare sopra...

Affidata la regia a Robert Clouse, il film uscì nel 1978, ma nonostante il titolo fosse proprio quello che Bruce Lee gli diede, della sceneggiatura originale non rimase praticamente niente. Qui in Italia il film arrivò come "L'ultimo combattimento di Chen" e, una volta tanto, il titolo è piuttosto appropriato...

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