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martedì 28 ottobre 2014

Recensione THE ARMSTRONG LIE

Recensione the armstrong lie




Regia di Alex Gibney con -

Recensione a cura di The Gaunt (voto: 7,0)

Simbolo ideale del ciclismo degli ultimi due decenni circa, Lance Armstrong era il personaggio perfetto per Alex Gibney su cui operare una disamina sulla parabola di un atleta famoso e allo stesso tempo una descrizione del quadro attuale del ciclismo mondiale. Tuttavia questo documentario concepito principalmente con lo scopo di raccontare il ritorno alle corse di Armstrong alla fine del 2008 e narrare il suo tentativo di vincere il suo ottavo Tour De France del 2009, si è trasformato con lo scorrere degli eventi in qualcosa d'altro. Una correzione in corsa che rende "The Armstrong Lie" un lavoro bifronte, dalla doppia natura. Una doppia natura che in un certo modo è stata la carriera sportiva del ciclista statunitense.

Giustamente Gibney inserisce il periodo di inattività dovuto all'insorgere di un cancro ai testicoli come il vero spartiacque della sua carriera. Prima della malattia Lance Armstrong è stato un atleta che ha senza dubbio bruciato le tappe. Professionista dal 1992, si fece subito notare come un corridore adatto per le corse in linea, le cosiddette grandi classiche, e a poco più di un anno dal suo esordio divenne a sorpresa campione del mondo nel 1993 ad Oslo, in Norvegia con la squadra nazionale.
Non un ciclista adatto per le grandi corse a tappe come Giro, Tour e Vuelta nel quale, soprattutto riguardo al Tour, aveva soltanto ottenuto singole vittorie di tappa e finito la corsa a tappe francese solo una volta. Ci sono state vittorie di tappa significative come nel 1995, a tre giorni dalla morte di Fabio Casertelli, avvenuta nella discesa del Colle de Porte D'Aspet, quando Armstrong dedicò quella sua vittoria al suo compagno di squadra della Motorola poco prima di arrivare in solitario al traguardo, ma aldilà di qualche soddisfazione personale nelle altre partecipazioni alla corsa a tappe francese si era sempre ritirato.

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venerdì 3 ottobre 2014

Recensione THE LOOK OF SILENCE

Recensione the look of silence




Regia di Joshua Oppenheimer con -

Recensione a cura di The Gaunt (voto: 8,5)

Indonesia 1965: un colpo di stato militare rovescia il governo di Sukarno e pone al comando il tenente-Generale Suharto. Un colpo di stato favorito dalle potenze occidentali, Stati Uniti in primis, timorosi di una deriva comunista del governo in carica, visto gli approcci verso nazioni come Unione Sovietica e Cina. Nelle fasi successive, come in tanti colpi stato, ci fu un repulisti generale, purghe che colpirono svariati apparati dello stato in funzione anticomunista e soprattutto fra la popolazione civile con la soppressione di partiti e sindacati.
Questo è un resoconto scarno ed essenziale degli avvenimenti accaduti in Indonesia tra il 1965 ed il 1966, non dissimili da altri. Le dinamiche dei colpi di Stato prevedono sempre delle fasi standard e, agli occhi della gente comune, si tende a non fare eccessive distinzioni. Fino a pochi decenni fa notizie di questo tipo erano talmente all'ordine del giorno che non ci si faceva più caso. Nazioni africane soprattutto, asiatiche o sudamericane erano spesso coinvolte in avvenimenti di questo genere. Comunicati e qualche servizio di telegiornale che cadevano nel dimenticatoio nel giro di pochi giorni e avanti con il prossimo golpe.
Se ci scusate una piccola digressione personale, le nostre conoscenze sugli avvenimenti dell'Indonesia durante quei giorni si limitano a poco più di questo. A livello cinematografico inoltre l'immediato "prima e dopo colpo di Stato" fornirono lo sfondo per il bel film di Peter Weir, "Un anno vissuto pericolosamente", storia di un giornalista inviato nel paese asiatico proprio a ridosso di tali avvenimenti.

Conoscenza appunto superficiale, fino a quando un documentarista texano, trapiantato in Danimarca, Joshua Oppenheimer, non decide di recarsi in Indonesia per descrivere le condizioni di lavoro ai limiti della schiavitù dei braccianti che raccolgono olio di palma per conto di una compagnia belga. Da questo punto in poi Oppenheimer ci porta dentro un tremendo dietro le quinte di quegli avvenimenti. Ci ridesta da quell'indolente torpore con una forza tale da lasciare senza parole.
Perché "The Act of Killing", prima parte di questo dittico sull'Indonesia, che comprende appunto "The Look of Silence", fa vivere quell'orrore nella maniera probabilmente peggiore da digerire: raccontato direttamente dagli assassini e torturatori, pedine di quel regime che in nome dell'anticomunismo misero nel calderone ogni opposizione al nuovo ordine costituito, comunista e non. Il risultato finale è una cifra non ancora definita, ma verosimilmente intorno al milione di persone, che vennero massacrate e giustiziate senza pietà e senza processo, portatori - sempre secondo il regime - di valori privi di morale e dunque elementi pericolosi per il bene della nazione. Male impersonificato che doveva essere eliminato e che questi assassini e torturatori hanno compiuto con incredibile solerzia. Nessuna ombra di pentimento o rimorso in queste persone che, anzi, vivono una vita agiata nell'impunità e nel rispetto di quello che hanno fatto, perché dopotutto la storia viene scritta dai vincitori di quella che fu una guerra civile. Sono celebrati come eroi e come tale si comportano, nella piena convinzione di aver fatto il proprio dovere.
The "Act of killing", uno dei migliori documentari degli ultimi vent'anni almeno, tra i suoi aspetti scioccanti ha proprio questa capacità di racconto senza alcun tipo di filtro, di convivere una terribile e forzata empatia con queste persone. Inoltre, altro grande merito, è quello di essere in grado di travalicare lo stesso genere documentaristico, di farsi metafilmico attraverso finzione e realtà. Innumerevoli sono gli spunti e le riflessioni di un capolavoro di questa portata, utili anche per leggere alcuni aspetti di "The Look of Silence", seconda parte di questo documentario storico sull'Indonesia di quegli anni.

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giovedì 27 febbraio 2014

Recensione I FANTASMI DI SAN BERILLO

Recensione i fantasmi di san berillo




Regia di Edoardo Morabito con Orazio Rapisarda, Cioccolatino, Holly, Rosaria, Francesco Grasso, Giuseppe, zio Franco, Vincenzo Spampinato

Recensione a cura di Stefano Santoli

Archeologia di un'Italia che non c'è più. Un'Italia miserabile ma viva, orgogliosamente estranea ai valori del perbenismo borghese.
San Berillo è un quartiere di Catania, una Catania che forse nemmeno tutti i catanesi, oggi, conoscono. Cortili ricettacolo di immondizie, vicoli unti di piscio, umilissimi interni e muri scalcinati e collassati. Qualcuno si aggira, come alla ricerca di reliquie, a caccia di qualche paradossale reperto "archeologico", in questo lembo marcio dove un licenzioso passato è sospeso come in un presente fuori dal tempo. Tagliato via dalla Storia e dal resto del mondo. San Berillo oggi è un ghetto superstite, dove, come fantasmi, si aggirano figure decrepite di un passato che si ostina a sopravvivere, e rivendica spesso con orgoglio la propria alterità. Quello di queste anziane prostitute, anziani clienti nostalgici, travestiti che recitano ancora su non si sa quale ribalta, è un vitalismo consunto come le loro carni, eppure fiero.
Lo spettatore (borghese) assiste con la mente inevitabilmente rivolta ai vicoli della Genova di De André, e alla periferia romana di Pasolini. Pasolini: che di quest'Italia reietta è stato grande cantore e che luoghi del genere li frequentava, in una Roma profondamente diversa da quella attuale.

L'Italia meridionale è ancora costellata di luoghi di simile atmosfera, che sopravvivono anche nel cuore dei centri storici (dalla Vucciria di Palermo a Bari vecchia, ai quartieri spagnoli di Napoli). Nessuno di questi luoghi è probabilmente come San Berillo. San Berillo appare estremo e fuori dal mondo, alieno. Con 30.000 veri e propri deportati ha vissuto negli anni '50 il più grande sventramento urbanistico in Italia dopo la seconda guerra mondiale. Di quell'episodio vediamo alcuni filmati di repertorio. Il film è percorso da un controcampo documentale di matrice classica (immagini d'archivio unite a interviste). Ma anche dopo la legge Merlin del '58, San Berillo è rimasto un quartiere a luci rosse. Affacciate sulla soglia di interni che danno su vie desolate e deserte, ancora oggi prostitute e trans attendono i clienti che li vanno a trovare.

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venerdì 20 settembre 2013

Recensione CHE STRANO CHIAMARSI FEDERICO

Recensione che strano chiamarsi federico




Regia di Ettore Scola con Tommaso Lazotti, Maurizio De Santis, Giacomo Lazotti, Giulio Forges Davanzati, Ernesto D'Argenio, Emiliano De Martino, Sergio Rubini, Vittorio Viviani, Fabio Morici, Carlo Luca De Ruggieri, Sergio Pierattini, Andrea Salerno

Recensione a cura di kowalsky (voto: 5,0)

C'è un momento davvero magico, nel film di Scola, quando tre dei più grandi attori scomparsi del nostro cinema partecipano ai provini del famigerato "Casanova", offrendo ciascuno la propria versione sulla figura del nobile veneziano. Ora vaga, goffa, eccessiva, teatrale, confusa o semplicemente utopica.
Ugo Tognazzi dichiara già la sua sconfitta per le differenze d'altezza con il "vero" Casanova, Alberto Sordi punta sull'effetto grottesco da grande schermo - citando a modo suo il "suo" Nerone e magari pensando al futuro Marchese Del Grillo - e Vittorio Gassman, istrionico più che mai, libera la sua maschera ammettendo che forse il personaggio è troppo accomodante e "romantico" per lui. La libertà di scelta, ovviamente, a Federico Fellini che scelse per il suddetto ruolo un'inquietante, ambiguo Donald Sutherland.

E' come assistere alla tardiva celebrazione (riesumazione?) di tre grandi artisti scomparsi, con l'aggiunta obbligatoria di un grande cineasta. Non è come credere di vedere la morte di un certo cinema Italiano?
A ricordare la figura di Fellini è facile cadere nella trappola agiografica di un Cinema che ha trionfato nel sogno ed altro ancora (Micheal Gondry, David Lynch? Che ne avrebbe pensato il regista italiano?), di personaggi-caricatura che fanno perno a un immaginario che soddisfa il ludismo della finzione scenica cinematografica. E proprio per questa sua caratteristica è evidente che la mise in scena, contrariamente a quanto dicono in giro, sia proprio tutto ciò che ci si aspetta e, aggiungiamo, più di quanto siamo disposti a sopportare.

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mercoledì 11 settembre 2013

Recensione SACRO GRA

Recensione sacro gra




Regia di Gianfranco Rosi con -

Recensione a cura di kowalsky

Ma cosa avranno mai in comune un nobile piemontese dal linguaggio saccente che vive con la figlia, un botanico alla ricerca del rimedio per liberare le palme dall'invasione delle larve divoratrici (!!!), un principe nel suo castello adibito a diverse funzioni (teatro, set cinematografico, ecc.), un barelliere del 118, un anguillaro che vive nel Lungotevere tra i pochi rimasti?
E ancora, due strane donne che conversano in macchina e un maturo attore di fotoromanzi?
Vivono tutti nel Grande Raccordo Anulare, il GRA, l'autostrada urbana più estesa d'Italia (70 km).

Gianfranco Rosi, già autore di documentari molto apprezzati dalla critica, dal respiro - diciamo "universale", realizza con "Sacro GRA" una docu-fiction che, di fatto, libera le labili barriere tra cinema e documentario.
La sorprendente caratteristica del film è la sua indubbia capacità di unire la sperimentazione ad una certa corrente popolare, grazie a una galleria di personaggi "osservati" nella loro dimensione diurna/notturna, e "quasi" privata.

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martedì 25 giugno 2013

Recensione FEDELE ALLA LINEA

Recensione fedele alla linea




Regia di Germano Maccioni con Giovanni Lindo Ferretti

Recensione a cura di peucezia

Il documentario realizzato da Germano Maccioni ruota intorno alla carismatica figura di Giovanni Lindo Ferretti, leader del gruppo dei CCCP denominato in seguito CSI e poi sciolto nel 2000 con la fine delle Ideologie. Si tratta in effetti di una lunga intervista-confessione che parte dall'infanzia del cantante, studente per volere di sua madre in una scuola cattolica. Ferretti si sofferma sulla sua fede di bambino di paese e sul rapporto con la madre sempre tormentato e contrastato.

Si passa poi alle esperienze successive, alla fede smarrita e al credo politico che lo accompagnerà a lungo, la malattia, con racconti particolareggiati dei suoi ricoveri e del grave male che lo ha colpito nella maturità fino al ritorno alla fede religiosa forse mai effettivamente perduta e all'esperienza di viaggio in Mongolia.

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martedì 4 giugno 2013

Recensione BIMBA COL PUGNO CHIUSO

Recensione bimba col pugno chiuso




Regia di Claudio Di Mambro, Luca Mandrile, Umberto Migliaccio con -

Recensione a cura di Mimmot

Giovanna Marturano, classe 1912, partigiana, medaglia di bronzo al valor militare, Cavaliere di gran croce dell'Ordine al merito della Repubblica italiana, è un'anziana "bimba" di 101 anni che ha cominciato ad odiare i fascisti fin da quando di anni ne aveva 10 anni, allorquando, insieme alla sua mamma, per le vie di Roma ha assistito all'avanzata del fascismo, dalla marcia su Roma del 28 ottobre 1922, alla proclamazione della dittatura, fino alla dura repressione del regime contro i suoi oppositori.
Da allora non ha mai smesso di lottare, nemmeno oggi che ha superato i 100 anni di età.
E la sua testimonianza che porta nelle scuole con una lucidità veramente invidiabile, che vale più di qualsiasi libro di storia, ci fa scoprire di quanta energia ancora disponga e di quanto sia indomita la sua volontà di tenere fede al motto della sua vita: "dal lavoro si va in pensione, dalla lotta no".

In "Bimba col pugno chiuso", la sua voce, i suoi ricordi, le sue memorie prendono per mano lo spettatore e gli fanno ripercorrere la storia di un paese che viene da uno dei periodi più tetri della sua storia, dal dramma della guerra e dalla lotta partigiana.
Storia ricostruita non con sbiadite immagini di repertorio, ma con disegni ed animazioni realizzate dalla mano esperta di Maurizio Ribichini. L'Italia del 1940 si anima così dinnanzi ai nostri occhi e la storia collettiva si fonde e si confonde con la storia personale di una donna straordinaria.
In "Bimba col pugno chiuso", Giovanna Marturano, partendo dai suoi ricordi riesce a raccontare un secolo di vita da partigiana, anni difficili ma carichi di ideali, che la fecero sentire viva e utile e hanno donato alla sua esistenza un valore profondo di giustizia e verità da perseguire.
Il suo è un racconto di parte, di quella parte che per anni ha lottato contro il regime fascista, per la libertà e l'equità sociale, in un momento in cui parlare di politica, fare politica, combattere in nome di un credo politico, non solo era proibito, ma era anche pericoloso per la propria incolumità e per quella dei propri familiari. Specie per le donne, che il regime (ma anche i compagni di partito) riteneva di minor intelletto e di minori capacità degli uomini ("avete il cervello più piccolo", le dicevano).

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martedì 28 maggio 2013

Recensione NOI NON SIAMO COME JAMES BOND

Recensione noi non siamo come james bond


Regia di Mario Balsamo, Guido Gabrielli con Mario Balsamo, Guido Gabrielli

Recensione a cura di BarbieXanax

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giovedì 22 novembre 2012

Recensione TWENDE BERLIN

Recensione twende berlin




Regia di Upendo Hero, Farasi Flani con Ukoofani, Daniel Matz, Chzn Brain, Pius Akwabi, Teichmann Brothers, Outburst Badram, Kainer Frey, Johann Zeitler, Volcano Brothers, Tune Up e. V., Puppetmastaz, Radi Africa, Jahcoozi

Recensione a cura di Fulvio Baldini aka peter-ray (voto: 8,0)

"Twende Berlin" (Andiamo a Berlino) è un film-documentario distribuito dalla Manhattan Film che ha lo scopo di divulgare l'azione del progetto Urban Mirror, un'organizzazione basata sulla comunità avviata dal gruppo musicale hip hop UKOO FLANI, in collaborazione con il Goethe Institut del Kenia. Lo scopo principale dell'organizzazione è quello di utilizzare l'arte per promuovere lo sviluppo della comunità. Nasce da qui l'idea del viaggio a Berlino narrato da Upendo Hero (letteralmente, eroe dell'amore), che ha lo scopo di diffondere nel mondo il messaggio per la salvaguardia degli spazi pubblici, in nome della libertà di espressione, di socializzazione e conservazione delle tradizioni culturali al fine di condividerle con altre persone.

Tra i protagonisti di questa storia c'è lo stesso ideatore del film, Upendo Hero, che, in stile Mission Impossible, assume il ruolo di guida spirituale dei suoi soldati dell'amore: gli UKOO FLANI, il gruppo di musicisti Hip Hop di Nairobi ideatore del progetto.
In qualità di portavoce dell'amore, Upendo Hero, con la testa a forma di cuore, introduce il film raccontando le motivazioni per cui nasce questa iniziativa. In uno degli spazi pubblici di Nairobi, il Parco Uhuru, viene costruito un centro commerciale che interferisce negativamente sul processo di socializzazione dei gruppi creativi che lo frequentano. Successivamente vengono descritte le motivazioni del viaggio intrapreso dagli UKOO FLANI a Berlino.
Atterrati nella Capitale tedesca, lo scambio culturale prende subito vita incontrando i gruppi e i movimenti delle diverse aree urbane. Già dal primo incontro con Haus Schwaremberg, tra le allegre e trascinanti musiche degli UKOO FLANI, viene introdotto il concetto di gentrification che accompagnerà lo spettatore per tutta la durata del film. Si tratta di un processo che consiste nel riqualificare i quartieri degradati di un centro urbano cittadino attraverso un influsso di capitale privato. Tale capitale viene investito nella ristrutturazione degli immobili e nella riconciliazione delle aree interessate, a cui segue l'insediamento di un nuovo tipo di inquilini appartenenti al ceto medio più abbiente.

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venerdì 19 ottobre 2012

Recensione VOGLIAMO ANCHE LE ROSE

Recensione vogliamo anche le rose




Regia di Alina Marazzi con Anita Caprioli, Teresa Saponangelo, Valentina Carnelutti

Recensione a cura di peucezia

Alina Marazzi si è segnalata per un delicato documentario in memoria della tragica e prematura scomparsa della mamma "Un'ora sola ti vorrei" e si è successivamente conquistata un posto d'onore nel mondo del documentario dedicandosi principalmente al mondo delle donne.

"Vogliamo anche le rose" esce nel 2007 a trent'anni dalle scene conclusive del film documento.

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giovedì 27 settembre 2012

Recensione WOODY

Recensione woody




Regia di Robert B. Weide con Woody Allen, Letty Aronson, Marshall Brickman, Josh Brolin, Dick Cavett, Penélope Cruz, Larry David, John Cusack

Recensione a cura di Terry Malloy

Per i grandi registi è spesso inevitabile che il cinema produca opere autoreferenziali e vagamente adulatorie che raccontino la loro storia, è un'operazione commerciale abbastanza frequente, che nella fattispecie dei documentari non costituisce un'aberrazione estetica, ma che tocca il fondo per esempio nelle (auto)biografie degli atleti.

Quest'anno spetta a Woody Allen il piedistallo di raccontare intimamente la sua storia ai milioni di cinefili e spettatori che hanno apprezzato e amato le sue opere. Il cliché del genere impone la presenza fissa di questi elementi:

  1. Overture ad effetto (il film si apre infatti con le tipiche sequenze fotografiche iniziali delle commedie alleniane. Alcuni scatti di New York, città natale del regista, replicando addirittura il font grafico dei titoli di testa che ormai, dopo circa 40 film, abbiamo cominciato a riconoscere come marchio di fabbrica di Woody Allen e della sua s.p.a.)
  2. Parti dei film di cui si è scelto di parlare: probabilmente le parti migliori, e questo è piuttosto triste. O perlomeno è normale.
  3. Parti di comparse pubbliche di Allen prima che cominciasse la sua attività di regista (fondamentali).
  4. Parti di passate interviste allo stesso (ininfluenti, ma comunque ci stanno).
  5. Comparse di Allen a vari festival accecanti (degne di nota per la battuta: "adesso andiamo là e gli tiriamo carne cruda").
  6. Interviste a vari personaggi, più o meno noti, in ordine di importanza:
    • Grandi registi: Martin Scorsese (palesemente non in grado di dire qualcosa di interessante sul suo collega)
    • Grandi attori: vedi dopo
    • Famigliari: che raccontano retroscena più o meno gradevoli sulla vita di un autore di cui conosciamo così tanto l'infanzia, grazie alle sue bellissime battute e a un film autobiografico come "Annie Hall", da chiederci che utilità effettiva abbiano nell'economia narrativa del documentario. Compaiono una madre e una sorella.
    • Woody Allen: ovvio.
    • Gli amici intimi/persone che hanno lavorato con Woody: in particolare i suoi storici produttori, Charles Joffe e Jack Rollins, che incensano la loro macchina da soldi, più o meno con l'affetto con cui un miliardario parlerebbe del motore della sua nuova Lamborghini. "He's an industry!" (e qui ci si augura che il protagonista non abbia visionato questo documentario e non lo faccia mai)
    • Altra gente misconosciuta ma comunque autorizzata a parlare: critici vari (che in realtà dicono le cose più significative di tutto il film, in particolare una sottospecie di sacerdote/cinefilo che pare anche l'unico interessato a dire cose un minimo ispiranti sull'argomento di cui si sta parlando), scrittori e drammaturghi ostentanti una stima esagerata verso un artista che in fin dei conti ha fregato loro, in modo anche abbastanza ingiustificato, quasi tutti i soldi e la notorietà della torta dello spettacolo, comici del passato di cui nessuno ormai si ricorda più, che però paradossalmente contribuiscono ad alzare il livello di questo documentario, raccontando aneddoti splendidi sull'attività pre-cinematografica di Allen, ossia di comico da palcoscenico e locali in penombra, oppure come gigante televisivo di salotti pre-Letterman, sicuramente le parti più interessanti del film, poiché appunto sconosciute ai più, soprattutto a noi spettatori europei.

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giovedì 13 settembre 2012

Recensione COMIC-CON EPISODE IV: A FAN'S HOPE

Recensione comic-con episode iv: a fan's hope




Regia di Morgan Spurlock con Skip Harvey, Chuck Rozanski, James Darling, Holly Conrad, Eric Henson

Recensione a cura di JackR

Skip e Eric vogliono diventare disegnatori. Se-Young e James si sono conosciuti al Comic-Con e James vuole chiedere a Se-Young di sposarlo durante il panel di Kevin Smith dell'edizione dell'anno in corso. Chuck dirige la Mile High Comics e spera di invertire la tendenza negativa di vendite che sta mettendo in ginocchio il business, magari vendendo il rarissimo Red Raven numero 1, per il quale chiede 500.000 dollari. Holly ha costruito insieme ai suoi amici in un garage un set di costumi per interpretare i personaggi del videogioco Mass Effect alla gara di Cosplayer.

Collezionisti, nerd, geek, aspiranti disegnatori, cosplayer. Ma anche registi, sceneggiatori, commercianti e attori: in una parola, fan: il Comic-Con di San Diego è l'evento più importante per tutti gli amanti dell'universo ormai multimediale che ruota intorno ai personaggi dei fumetti e, per estensione, dei videogiochi, della fantascienza e del fantasy. Attraverso cinque storie, che rappresentano le categorie tipiche di persone che si radunano al Comic-Con ogni anno, e i commenti di personaggi famosi (tra gli altri Kevin Smith, Joss Whedon, Seth Rogen e Frank Miller, geek ante litteram che ora sono dall'altra parte della barricata), il documentario di Morgan Spurlock ("Supersize Me") racconta un mondo vasto e complesso in un momento di profonda mutazione.

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martedì 11 settembre 2012

Recensione PROJECT NIM

Recensione project nim




Regia di James Marsh con Bob Angelini, Bern Cohen, Renne Falitz, Bob Ingersoll, Stephanie LaFarge

Recensione a cura di JackR

Il Progetto NIM, avviato nel 1973 dal professor Herbert Terrace della Columbia University, consisteva nell'allevamento di un cucciolo di scimpanzé come se fosse un bambino per insegnargli il linguaggio dei segni. Lo scopo del progetto era verificare la capacità degli scimpanzé di apprendere un linguaggio complesso e formulare frasi di senso compiuto per comunicare.

Il progetto venne gestito in maniera arbitraria e dilettantesca, con l'unico Nim a fare le spese di metodologie poco rigorose che lo videro prima crescere in un ambiente di hippy e poi strappato alla famiglia per essere affidato ai ricercatori. Quando Terrace chiuse il progetto, per Nim iniziò il calvario: dapprima chiuso in uno zoo con altri scimpanzé, poi spedito a fare da cavia in un laboratorio farmaceutico ed infine portato in una riserva a vivere gli ultimi anni della sua vita.

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