Visualizzazione post con etichetta western. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta western. Mostra tutti i post

mercoledì 23 gennaio 2013

Recensione DJANGO UNCHAINED

Recensione django unchained




Regia di Quentin Tarantino con Jamie Foxx, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, Christoph Waltz, James Remar, Kerry Washington, Michael Kenneth Williams, Don Johnson, Franco Nero

Recensione a cura di Carlo Baldacci Carli (voto: 8,0)

Texas, Stati Uniti d'America, anno 1858. La guerra civile fra il Nord e il Sud non è ancora scoppiata e negli stati del sud la schiavitù è ancora legale.
Django (Jamie Foxx) è uno schiavo di colore, che è stato venduto dal proprietario della piantagione presso la quale lavorava, dopo aver tentato di fuggire insieme alla moglie Broomhilda (Kerry Washington). Il dottor King Schultz (Christoph Waltz), un cacciatore di taglie di origine tedesca, intercetta i negrieri che hanno comprato Django e lo acquista a sua volta. Il suo interesse per Django discende dal fatto che questi conosce i volti di tre ricercati cui Schultz sta dando la caccia. In cambio del suo aiuto, il bounty killer offre allo schiavo una ricompensa in denaro e la libertà. Questo è solo l'inizio del loro sodalizio. Django, debitamente istruito da Schultz e ormai uomo libero, diventa un bounty killer (o hunter, se lo si preferisce visto che questo è il termine usato nel film), ma il suo unico scopo è ritrovare sua moglie e liberarla. Schultz gli promette il proprio aiuto.

Quentin Tarantino trascina lo spettatore in un viaggio attraverso il sud degli Stati Uniti raccontando il mercimonio della carne umana con schiettezza e solidarietà senza rinunciare al proprio gusto per il cinema di genere, per l'intrattenimento spettacolare e per l'ironia feroce, mantenendo uno sguardo solo apparentemente distaccato.
"Django Unchained" si ispira agli Spaghetti Western degli anni sessanta e settanta. Dal film "Django" (1966) di Sergio Corbucci riprende il nome dell'eroe, i titoli di testa, il tema musicale composto da Bacalov e la sciarpa rossa che copre il volto di Zoe Bell. Inoltre, Tarantino ha affidato un cameo a Franco Nero in omaggio alla pellicola di Corbucci.
Fra gli altri riferimenti più evidenti ci sono il film "Mandingo" (1975)di Richard Fleischer, alcune pellicole di Howard Hawks e buona parte della filmografia di Sergio Leone, soprattutto, "Il Buono, il Brutto, il Cattivo".
Dal film di Fleischer Tarantino ha mutuato i combattimenti fra schiavi e, soprattutto, quelle che erano la vita e le relazioni fra schiavi e padroni e fra schiavi e schiavi nelle piantagioni del Missouri alla metà del 1800. Probabilmente è stato il personaggio di Warren Maxwell (James Mason) a suggerire l'incedere frenetico e claudicante di Stephen. Tuttavia, se in "Mandingo" si indugiava sui dettagli della vita quotidiana e della violenza nelle piantagioni, in "Django Unchained" tutto questo si dà per scontato ricorrendo a poche immagini che danno per presupposto tutto quel retaggio consuetudinario, che sta alla base degli equilibri e dell'esercizio della violenza, ed esso spesso è espresso attraverso alcune rapide spiegazioni che Django rivolge a un ignaro e disgustato Dr. Schultz.

[...]

Leggi la recensione completa del film DJANGO UNCHAINED su filmscoop.it

lunedì 16 aprile 2012

Recensione IL GRINTA (1969)

Recensione il grinta (1969)




Regia di Henry Hathaway con John Wayne, Glen Campbell, Kim Darby, Dennis Hopper

Recensione a cura di Terry Malloy (voto: 7,5)

"Prima i sorrisi, poi le bugie. Per ultimi gli spari"
Stephen King - I Lupi del Calla

Nell'immaginario e nella cultura cinematografica di un cinefilo medio il nome de "Il Grinta" è quasi sicuramente noto. Questo perché oltre a essere il titolo di un western di fine anni '70, è anche quello del recente remake (o semplicemente di una versione alternativa dello stesso romanzo di Charles Portis) firmato Coen Brothers. il film del '69 infatti non avrebbe apparentemente motivo di essere ricordato con tanta lucidità, essendo in tutto e per tutto un western convenzionale.

[...]

Leggi la recensione completa del film IL GRINTA (1969) su filmscoop.it

mercoledì 21 marzo 2012

Recensione CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO!

Recensione corvo rosso non avrai il mio scalpo!




Regia di Sydney Pollack con Robert Redford, Will Geer, Allyn Ann McLerie, Delle Bolton

Recensione a cura di pompiere (voto: 8,5)

"La gente di città mangia maiali quando al mondo esiste la carne di alce".
Frase che riassume, in perfetta sintesi, i comodi di una collettività che, poco propensa all'avventura, preferiva le pavide guerre contro gli indiani per conquistare ciò che rimaneva dei territori dell'Ovest. L'uso delle armi come mezzo principale per uccidere i propri simili piuttosto che tentare una sofferta scalata ai monti nel bel mezzo della stagione invernale, a contatto con orsi, castori, cervi e falchi che sorvolano il cielo trafiggendolo in un lampo, la dice lunga sulla civilizzazione raggiunta dall'America della prima metà del XIX secolo.

Però  importa considerare anche chi preferisce rischiare la vita, chi fugge dalla costruzione della ferrovia transcontinentale, che arriverà da lì a 25 anni, chi vive 2000 metri più vicino al cielo dello Utah e non lascia spazio a molti sentimentalismi. La sopravvivenza non rende curiosi, tende a prosciugare tutte quelle distrazioni borghesi e da' il benvenuto alle voci stridule e insieme accattivanti della Natura. E allora non resta che guardare avanti, sfidando il creato e il proprio limite, seppellendo i morti cercando di superare in fretta il dolore della perdita, vivendo un'avventura senza meta.

[...]

Leggi la recensione completa del film CORVO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO! su filmscoop.it

martedì 1 marzo 2011

Recensione IL GRINTA

Recensione il grinta




Regia di Ethan Coen, Joel Coen con Jeff Bridges, Hailee Steinfeld, Josh Brolin, Matt Damon, Barry Pepper, Paul Rae, Domhnall Gleeson, Elizabeth Marvel, Ed Corbin, Dakin Matthews, Joe Stevens, Mary Anzalone, Bruce Green (II), Brian Brown, Mike Watson

Recensione a cura di Stefano Santoli (voto: 6,0)

I titoli sono importanti. Il soprannome che nell'immaginario italiano degli amanti del western è in origine legato al personaggio che fece vincere a John Wayne l'unico oscar della sua carriera, è un'invenzione di chi diede un titolo italiano al film "True grit" del 1969. Negli Stati Uniti, probabilmente, "Il Grinta" non sanno nemmeno chi sia. Per noi spettatori italiani, invece, "Il Grinta" è il personaggio che fu di Wayne, e che nel film dei Coen è interpretato da Jeff Bridges. Il soprannome inglese del personaggio di Reuben J. Cogburn è "Rooster", ossia... "gallo" (!).
"True grit" s'intitola anche il romanzo di Charles Portis del 1968, di cui sia il film di Henry Hathaway con John Wayne, sia quello di Joel ed Ethan Coen del 2010 sono trasposizione.
"Grinta" è traduzione libera, per assonanza della parola "grit" (graniglia, sabbia, ghiaia; "to grit", raschiare, stridere, stringere i denti). L'espressione "true grit", proprio grazie al romanzo e al film, è venuta ad indicare l'ostinazione e il coraggio che sorreggono in situazioni complicate.
Questa ostinata determinazione non appartiene affatto al personaggio di Cogburn, bensì a colei che è l'indiscussa protagonista: il personaggio della quattordicenne Mattie Ross (che, divenuta donna, parla in prima persona nel romanzo di Portis di una vicenda accadutale da adolescente).
Nel film dei Coen, è sua la voce narrante del breve prologo, e dell'epilogo (entro i quali la vicenda del film è racchiusa come un flashback). Nel bell'epilogo, che tra l'altro costituisce il più significativo scostamento dal film del 1969 (non è del tutto corretto parlare di remake: il film dei Coen rappresenta una seconda versione cinematografica del romanzo), vediamo Mattie Ross, invecchiata di venticinque anni (ma sembrano di più), raccontare in breve qual è stato il suo destino di donna: il prezzo che ha dovuto pagare per il suo carattere così poco subordinato alle logiche maschili. Diventare una "zitella bisbetica": questo il prezzo dovuto, nel vecchio west, per una modernissima eroina che a soli quattordici anni è partita in cerca di vendetta nei confronti dell'assassino di suo padre.

Il romanzo di Portis (inizialmente pubblicato n Italia con ancora un altro titolo: "Un vero uomo per Mattie Ross", e adesso re-distribuito con il titolo italiano dei due film, per ragioni commerciali) è ammirato per le sue qualità letterarie (trova spazio anche nei programmi scolastici). In occasione di questo che è il loro primo "western" in senso proprio (il duo di Minneapolis hanno sempre rifiutato quest'etichetta per "Non è un paese per vecchi"), i Coen hanno dichiarato di amare molto lo scrittore: in effetti, i caratteri della narrativa di Portis sembrano vicini a quelli del cinema dei Coen: attenzione (sur)realista condita da humor per tipi umani particolari ritratti nel contesto sociale della profonda provincia statunitense.
Sembra che il film dei Coen sia particolarmente fedele allo spirito del romanzo. Per quanti, come chi scrive, non abbiano letto il romanzo, il film appare – nella trama – sostanzialmente fedele anche al primo film. Se lo si volesse intendere come remake, apparirebbe un remake molto rispettoso. Le differenze non mancano, certo. Si è detto di come l'epilogo sia significativamente diverso; e altri sono i passaggi in cui i film divergono, specialmente nella seconda parte della storia, dove il film dei Coen è figurativamente molto più inventivo rispetto al primo film – pensiamo in particolare ad alcuni episodi apparentemente secondari (quello del "tiro al piattello" con le focacce di mais, o l'incontro con un surreale "dentista" smarrito in terra indiana, ricoperto di una pelliccia d'orso: forse il momento più "coeniano" dell'intero film), ma soprattutto alle ambientazioni, spesso notturne (si svolgono di notte, con efficacia, molte sequenze diurne nel film del 1969), e invernali – moltissima la neve, e quasi altrettanta la pioggia (ottima la fotografia di Roger Deakins).
Poi naturalmente ci sono le differenze di messa in scena, per cui il film dei Coen si può tranquillamente dire più felice e più riuscito, oltre che più moderno, nello stile (laddove invece "Il grinta" del 1969 appariva polveroso e stanco, adagiato su vecchi stereotipi proprio negli anni in cui il genere stava vivendo una profonda e significativa trasformazione). Si confrontino in questo senso le due scene dell'attraversamento del fiume a cavallo da parte della protagonista Mattie, felicemente risolta dai Coen con una serie di campi medi e primi piani a pelo d'acqua che restituiscono molto meglio che nel primo film lo sforzo fisico e l'avventatezza di gettarsi in mezzo ai flutti tumultuosi di un corso d'acqua.
Confrontando i due film è evidente il maggior spessore registico dei fratelli Coen rispetto a quello di Hathaway. E' anche una differenza di spessore "autoriale", dacché i Coen sono autori della sceneggiatura. Ogni scelta diegetica è da imputarsi a loro: a partire dall'altra maggiore differenza con la pellicola di quarantun anni prima, ossia la scelta di non mettere in scena la morte del padre di Mattie, cui Hathaway dedicava i primi minuti della sua pellicola. Scelta, questa, che indica l'intenzione di non far montare nello spettatore l'emotività che sarebbe derivata dalla visione dell'assassinio (dopo aver visto l'affettuoso rapporto della protagonista con il proprio padre). I Coen, tagliando questa sezione, mettono in netto rilievo lo spirito, la determinazione di vendetta della grintosa ragazzina, che viene assunto come un dato di fatto, la cui causa viene offerta come mera nozione.
Per inciso, l'interpretazione dell'esordiente Hailee Steinfeld, che ha effettivamente 14 anni, è assolutamente egregia. Inspiegabile, come spesso accade, la sua candidatura all'oscar come "non protagonista", quando è lei al centro della vicenda, e presente in ogni sequenza del film, quasi in ogni inquadratura.

[...]

Leggi la recensione completa del film IL GRINTA su filmscoop.it

martedì 9 giugno 2009

Recensione THE GOOD, THE BAD, THE WEIRD

Recensione the good, the bad, the weird




Regia di Kim Jee-woon con Jung Woo-sung, Lee Byung-hun, Song Kang-ho

Recensione a cura di Nicola Picchi (voto: 7,0)

Nella Manciuria degli anni '30, una leggendaria mappa del tesoro viene venduta all'armata di occupazione giapponese da un'organizzazione criminale coreana. Il capo dell'organizzazione, stuzzicato dal miraggio del doppio guadagno, assolda il killer Park Chang-yi (The Bad) perché la recuperi subito dopo lo scambio. Contemporaneamente, il Movimento per l'Indipendenza della Corea (all'epoca colonia del Giappone) assume il bounty-killer Park Do-won (The Good) perché si impadronisca del prezioso oggetto; Do-won accetta ben volentieri, anche perché prevede di incassare la sostanziosa taglia sulla testa di Chang-yi. Ma i loro piani verranno mandati a monte dall'inaspettato arrivo di Yun Tae-gu (The Weird), il quale rapina il treno su cui viaggia la mappa, se ne impadronisce e fugge nel deserto, convinto che l'oggetto lo condurrà a un tesoro nascosto risalente alla dinastia Qing.

Pubblicizzato come il "primo western coreano" (cosa non vera) e come "il film coreano più costoso di tutti i tempi" (17 milioni di dollari), l'ultima opera di Kim Jee-won ha fatto sfracelli al botteghino, incassandone più di 44. Ha inoltre fatto piazza pulita al 29° Blue Dragon Film Awards, portandosi a casa quattro premi (Miglior Regia, Scenografia, Fotografia e Premio del Pubblico) e, in sovrappiù, un premio per la Miglior Regia al 41° Festival di Sitges. Ma fu vera gloria?

[...]

Leggi la recensione completa del film THE GOOD, THE BAD, THE WEIRD su filmscoop.it

martedì 10 marzo 2009

Recensione IL MUCCHIO SELVAGGIO

Recensione il mucchio selvaggio




Regia di Sam Peckinpah con William Holden, Robert Ryan, Ernest Borgnine, Edmond O'Brien, Warren Oates

Recensione a cura di Gilles

Come ogni racconto western, "Il Mucchio Selvaggio" è una storia che parla al di là di se stessa, che tramanda dei significati ulteriori alle circostanze che rappresenta, una storia che erompe dalla sua cornice formale per distendesi in uno spazio e in un tempo che perdurano dopo, oltre la visione.

Pike (W. Holden), Dutch (E. Borgnine), i fratelli Tector e Lyle (B. Johnson e W. Oates), e Angel (J. Sànchez) sono i componenti del gruppo, un manipolo di banditi che si aggira per le aride cittadine degli Stati Uniti al confine col Messico in cerca di "ultimi colpi".
Il Mucchio è braccato avidamente, per tutto lo svolgersi della storia, da un altro mucchio (meno selvaggio? Selvaggio allo stesso modo?) capitanato da Deke Thorton (R.Ryan), vecchio amico e nuovo nemico di Pike, assoldato dal magnate delle ferrovie per catturarli, vivi o morti. Lo sfondo storico in cui si inscrive questa vicenda è il primo ‘900 della rivoluzione messicana di Pancho Villa, che costringe gli Stati Uniti a difendere i confini del Texas e del New Mexico sfruttando per la prima volta i freschi prodigi della tecnica, come l'aeronautica o l'artiglieria pesante. È tutta una storia di mucchi, in fondo: attorno a quello centrale orbita non solo quello di Thorton, ma anche quello dell'esercito americano, quello degli indios, che rivendicano il possesso della loro terra, e quello del generale Mapache, condottiero delle forze armate del governo messicano e nemico dei rivoluzionari.

[...]

Leggi la recensione completa del film IL MUCCHIO SELVAGGIO su filmscoop.it

lunedì 18 febbraio 2008

Recensione SENTIERI SELVAGGI

Recensione sentieri selvaggi




Regia di John Ford con John Wayne, Jeffrey Hunter, Vera Miles, Natalie Wood, Dorothy Jordan

Recensione a cura di Gardner (voto: 10,0)

"Sentieri selvaggi" è una storia solo apparentemente semplice, tratta dal romanzo di Alan Le May e sceneggiata da Frank S. Nugent.
Alla fine della guerra civile, in compagnia di un giovane mezzosangue, Ethan Edwards si mette alla ricerca di una nipotina, rapita da una tribù di Comanci.

Sullo sfondo della Monument Valley si snoda uno dei western più densi e misteriosi di J. Ford a livello figurativo, ed uno dei più complessi su quello narrativo, nella sua mescolanza di elementi tragici inframezzati da momenti di taglio umoristico.
John Wayne è qui alle prese con il più ambiguo dei personaggi fordiani, una figura di loner tormentato che rivela come anche l'universo del regista, in apparenza così trasparente, abbia i suoi segreti e i suoi abissi insondabili. Ethan Edwards va alla ricerca di se stesso più che della nipotina Debbie, come per trovare una tranquillità interiore e purgarsi del selvaggio odio razziale da cui sembra ossessionato.

[...]

Leggi la recensione completa del film SENTIERI SELVAGGI su filmscoop.it

martedì 18 dicembre 2007

Recensione MEZZOGIORNO DI FUOCO

Recensione mezzogiorno di fuoco




Regia di Fred Zinnemann con Gary Cooper, Thomas Mitchell, Lee Van Cleef, Lloyd Bridges, Grace Kelly, Katy Jurado, Lon Chaney jr, Otto Kruger, Harry Morgan, Ian MacDonald, Eve McVeagh, Morgan Farley, Harry Shannon, Robert J. Wilke, Sheb Wooley

Recensione a cura di Mimmot

"Non sono sufficienti i muscoli a fare un uomo".

È in questa asserzione, diventata di culto, che risiede l'essenza di questo film di Fred Zinnemann, considerato ormai universalmente uno dei più bei western della storia del cinema.
Sono però soprattutto le tre allegorie che caratterizzano il film a renderlo veramente grande:
- un bandito che torna per saldare un vecchio conto in sospeso;
- l'attesa spasmodica di un treno che sembra non arrivare mai;
- il ticchettio di un orologio che scandisce il countdown per un uomo che si scopre eroe suo malgrado.

[...]

Leggi la recensione completa del film MEZZOGIORNO DI FUOCO su filmscoop.it

venerdì 9 novembre 2007

Recensione QUEL TRENO PER YUMA

Recensione quel treno per yuma




Regia di James Mangold con Christian Bale, Ben Foster, Russell Crowe, Alan Tudyk, Vinessa Shaw, Peter Fonda, Gretchen Mol, Kevin Durand, Logan Lerman

Recensione a cura di peucezia (voto: 7,0)

C'era una volta il West con i suoi paesaggi, le sue metafore ed il suo manicheismo ben netto: Bene da una parte, Male dall'altra. Questo era il West all'epoca del primo "Quel treno per Yuma", film del 1957 con interpreti Glenn Ford e Van Heflin; film dalla trama semplice perché semplici erano gli spettatori e rapidamente diventato un cult nel genere.

Complice la cronica mancanza di idee che affligge il cinema internazionale, "Quel treno per Yuma" ritorna dopo cinquant'anni portandosi ovviamente dietro tutto quello che in questo tempo è successo.
Il genere western classico di una volta è mutato: non ci sono più i cowboys dalle camicie linde di bucato e freschi di barbiere; adesso (e Leone ha molto insegnato) gli uomini sono sporchi e sudati, i villaggi di frontiera assolati e polverosi, le donne stanche e non più tanto devote, i loro figli imparano a crescere in fretta e portano in viso la fatica dei loro genitori.

[...]

Leggi la recensione completa del film QUEL TRENO PER YUMA su filmscoop.it

venerdì 19 ottobre 2007

Recensione IL FIUME ROSSO

Recensione il fiume rosso




Regia di Howard Hawks con John Wayne, Walter Brennan, Montgomery Clift, John Ireland, Joanne Dru

Recensione a cura di Mimmot

Howard Hawks era già un veterano di Hollywood con più di trenta film alle spalle, alcuni anche di grande successo, quando decise di girare il suo primo western, dopo essersi già accostato al genere con l'ibrido "La costa dei barbari"; voleva però che il suo lavoro fosse "un western adulto e non uno dei soliti film di indiani".
Quando gli capitò tra le mani il racconto "The Chisholm Trail", di Borden Chase, ebbe la certezza che sarebbe riuscito nel suo intento.
E in effetti "Il fiume rosso" risultò un western adulto, un western che dietro la facciata convenzionale dei film del genere sottintende una molteplicità di tematiche e di significati.

Innanzi tutto c'è la profonda analisi dei caratteri dei personaggi, non più visti soltanto come modelli di indiscussa virilità, ma con le loro paure e le loro incertezze e forse anche con le loro ambiguità sessuali (emblematica, nell'antefatto del film, l'uccisione della moglie di Dunson, quasi a simboleggiare la rimozione della componente femminile da un autosufficiente universo maschile); c'è poi la rivisitazione del mito della frontiera, che non è più il tema dominante del film ma rimane sullo sfondo, quasi a far da cornice ad altre tematiche ben più importanti quali il conflitto generazionale, la prevaricazione, l'insubordinazione, l'amicizia virile, la nebulosità sessuale; c'è poi infine il lirismo tipicamente hawksiano, epico ma non convenzionale, qui rappresentato dalla raffinatezza dei dialoghi, dalle suggestive sequenze notturne, dal rapporto edipico tra l'anziano cow boy e il giovane figlioccio, dalla facile ironia dei mandriani, dalle inconfondibili riprese a tutto campo, che fotografano immense distese e suggestivi paesaggi e che fanno da sfondo alla rude vita dei cowboy.

[...]

Leggi la recensione completa del film IL FIUME ROSSO su filmscoop.it

lunedì 8 ottobre 2007

Recensione JOHNNY GUITAR

Recensione johnny guitar




Regia di Nicholas Ray con Joan Crawford, Sterling Hayden, Mercedes McCambridge, Scott Brady, Ward Bond, Ben Cooper

Recensione a cura di Mimmot

C'è stato un tempo in cui il cinema western ha riempito le sale di tutto il mondo, facendoci sognare con le sue storie di avventure e di frontiera, dove la terra è di tutti e di nessuno, dove il tempo scorre via lento ma incessante, la vita è difficile e precaria, la legge la fanno le forche e le pistole, gli uomini sono eroi grintosi e implacabili oppure fuorilegge spietati e crudeli, le donne fedeli compagne o spudorate sgualdrine.

Visto sotto quest'ottica, Johnny Guitar è un western atipico, un western solo per modo di dire.
Del western ha la stuttura e il ritmo ma non la sostanza. Certo gli ambienti, i paesaggi, la luce, gli incastri narrativi, la durezza della vita insita nella natura e nel quotidiano, le allegorie e gli stereotipi sono quelli classici del cinema western; è la sostanza, sono i contenuti e i significati che fanno di "Johnny Guitar" un film dalle tematiche estremamente complesse, ma al tempo stesso un film della tradizione popolare, un film che parla di intolleranza e di libertà, di scelte e di decisioni, di forza e di determinatezza delle donne, di amore incondizionato e di odio implacabile.
E poi, tra le pieghe di tutto questo, ma non molto velata, c'è la denuncia dell'ostracismo, illogico e illiberale, del maccartismo che allora imperava ad Hollywood e del puritanesimo repressivo della società americana.

[...]

Leggi la recensione completa del film JOHNNY GUITAR su filmscoop.it

lunedì 17 settembre 2007

Recensione REVAK, LO SCHIAVO DI CARTAGINE

Recensione revak, lo schiavo di cartagine




Regia di Rudolph Maté con Austin Willis, Melody O'Brien, Guy Rolfe, Milly Vitale, Jack Palance

Recensione a cura di Giordano Biagio (voto: 4,0)

"Revak lo schiavo di Cartagine" è un film peplum a colori degli anni '60, considerato scadente da tutta la critica italo-americana. Il film è stato bocciato anche da gran parte del mondo cinematografico legato ai media, in particolare quello più vicino al monitoraggio dei gusti degli spettatori.
Non è facile trovare i motivi che hanno portato il film di Rudolph Matè a subire così drastici giudizi negativi; ma stupisce la stroncatura totale del lato più estetico visivo del film, che di solito in qualche modo negli anni '60 funzionava sempre, grazie alle tecniche fotografiche di allora, già molto efficaci, ed ai codici linguistici sul genere ben collaudati.

Apparentemente il film ha tutte le carte in regola per confrontarsi dignitosamente con le altre opere dello stesso genere: un protagonista brillante, agile e muscoloso, attrici molto belle e formose, mezzi navali e costumi di grande verosimiglianza sempre all'altezza della situazione, un regista maturo e affermato, bellezze della natura marina riprese in forma panoramica, una trama intrigante, una fotografia dignitosa.
Rivedendo attentamente il film, però, lo stesso ha qualcosa che non funziona bene, soprattutto sul piano della narrazione. Affinché se ne possa trarre un giudizio più articolato, è necessario un approfondimento analitico un po' particolare, a largo raggio, che tenga conto sia dei contenuti del film che della sua forma.
Il film, per essere capito e valutato più a fondo, ha bisogno di uno studio che in qualche modo equivalga, come impegno, a quello che si infonde di solito in un film considerato valido.
Solo lavorando all'interno delle distinzioni "buono" e "brutto", per confrontare poi tra di loro gli effetti positivi e negativi di alcune tecniche narrative messe in gioco, si possono avviare dei paragoni critici equilibrati che possano sfociare a un certo punto in un giudizio credibile.

[...]

Leggi la recensione completa del film REVAK, LO SCHIAVO DI CARTAGINE su filmscoop.it

giovedì 31 maggio 2007

Recensione IL GRANDE SILENZIO (1968)

Recensione il grande silenzio (1968)




Regia di Sergio Corbucci con Jean-Louis Trintignant, Klaus Kinski, Frank Wolf, Vonetta McGee

Recensione a cura di peucezia

Sergio Leone con il suo primo film di genere western, in seguito definito "spaghetti" per differenziarlo dal filone a stelle e strisce, inaugura un nuovo modo di fare cinema. Il western classico mostrava infatti generalmente duelli tra eroi senza macchia solitamente sbarbati e con abiti sempre freschi di bucato, o epici combattimenti tra i buoni (alias i bianchi) e i cattivi (alias i pellerossa, dipinti come selvaggi sanguinari) oppure si dedicava all'epopea dei pionieri, gente senza macchia e senza paura, partiti alla volta delle terre occidentali per incentivare il progresso del popolo nordamericano.
Leone invece mostra uomini sporchi, paesaggi squallidi, gente disperata e non ha paura di essere a volte fin troppo spietato e violento.

Il genere "spaghetti western" iniziato con Sergio Leone nel 1964 ebbe per tutto il decennio una serie di imitatori e continuatori; alcuni produssero delle pallide copie destinate a scomparire velocemente, altri hanno realizzato degli autentici capolavori.
Questo è il caso de "Il grande silenzio", basato su una vicenda realmente accaduta nel freddo inverno del 1898 a Snow Hill (città sul confine tra Stati Uniti e Messico), girato nel 1967 da Sergio Corbucci e uscito l'anno seguente sul grande schermo.

[...]

Leggi la recensione completa del film IL GRANDE SILENZIO (1968) su filmscoop.it