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venerdì 19 giugno 2015

Recensione NOBI

Recensione nobi




Regia di Shinya Tsukamoto con Shinya Tsukamoto, Rirî Furankî, Tatsuya Nakamura, Yûko Nakamura

Recensione a cura di The Gaunt

Approdato all'ultima Mostra del cinema di Venezia, il film di Shinya Tsukamoto ha suscitato una certa curiosità fra addetti ai lavori e non, in primo luogo per il genere affrontato, inusuale per il regista nipponico, per l'ambientazione della vicenda e per il fatto di aver adattato il libro omonimo di Shoei Ooka del 1951, tradotto in Italia come La guerra del soldato Tamura, già trasposto su grande schermo nel 1959 da Kon Ichikawa (autore dell'"Arpa Birmana") con il titolo "Fuochi nella pianura".
Senza aver visto il film e dalle poche indiscrezioni trapelate, nonché fuorvianti, la questione poteva essere liquidata come una operazione di remake, ma trattandosi di un regista come Tsukamoto il beneficio dell'inventario era un dato d'obbligo come puntualmente avvenuto.

1945. Verso la fine della Seconda guerra mondiale il soldato Tamura e una truppa di commilitoni giapponesi, a causa di una pesante offensiva delle armate americane, sono costretti a rifugiarsi all'interno della giungla e cercare in mezzo agli stenti di raggiungere la località di Palompon, dove verrà effettuata l'evacuazione definitiva dell'esercito giapponese ormai in completa rotta.

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mercoledì 16 maggio 2012

Recensione ORIZZONTI DI GLORIA

Recensione orizzonti di gloria




Regia di Stanley Kubrick con Kirk Douglas, Adolphe Menjou, Ralph Meeker, George Macready, Joseph Turkel

Recensione a cura di Giordano Biagio

1916, un battaglione francese dislocato lungo una lunga linea di trincea al fronte, nel Nord della Francia, già stressato da numerosi scontri, viene costretto da un generale ambizioso e senza scrupoli, di nome Mireau, a tentare un assalto al Formicaio, un agglomerato di case sparse situato in cima ad una collina e posseduto dai tedeschi. Il colonnello del battaglione, Dax (Kirk Douglas), idealista, molto preoccupato per le difficoltà che potrebbe avere quell'attacco, contesta al generale Mireau due cose, primo, il cinismo della sua decisione, che non tiene conto delle perdite di uomini previste dal comando per centrare l'obiettivo: oltre il 50 % circa del reparto; secondo, le condizioni molto elevate di stanchezza fisica e morale dei soldati che andrebbero sostituiti con forze fresche.
Il generale Mireau ascolta il colonnello Dax ma non appare propenso a recedere dalle sue posizioni, e conferma quindi per il mattino successivo l'attacco. Le prime truppe d'assalto, comandate dallo stesso colonnello Dax, che non si risparmia rimanendo sempre a capo della prima linea al ritmo drammatico della corsa a baionetta, vengono dai tedeschi falcidiate spaventosamente, il secondo gruppo anziché uscire rimane in trincea perché il fuoco nemico nel frattempo è triplicato impedendo ogni sortita. Il colonnello Dax torna nella linea trincerata per stimolare l'uscita degli altri soldati, ma si rende conto che il fuoco nemico è troppo fitto per poter condurre gli uomini all'attacco.
Il generale Mireau, constatato il fallimento dell'impresa, attribuisce tutto il peso dell'insuccesso alla codardia del battaglione, cosa che in seguito non riuscirà a certificare, e afferrato da una rabbia furiosa tenta di far bombardare tutta la zona in cui si trovano i pochi soldati francesi scampati al primo assalto. Il generale vuol punire i suoi uomini per l'oltraggio al suo onore patito con l'insuccesso. Ricevuto dal capitano responsabile delle armi pesanti un deciso rifiuto a cannoneggiare i soldati di stessa appartenenza, il generale Mireau convoca per il giorno dopo la Corte marziale per giudicare i codardi e tutti i disubbidienti agli ordini; il colonnello Dax già ottimo avvocato nella vita civile si propone di difendere i suoi uomini, quelli più gravemente accusati.

"Orizzonti di gloria" è un capolavoro antimilitarista del 1957, ambientato nella prima parte al fronte, durante la guerra mondiale del 14-18. L'invasione tedesca, nel primo periodo della guerra, era giunta alle porte di Parigi a 30 chilometri circa dalla capitale, ma nel settembre del 1916 i francesi avevano già recuperato molte posizioni e trasformato il territorio, dalla Manica al confine svizzero, in un interminabile zigzag di trincee.
Il film si svolge nel 1916 e vede in gioco la conquista di un nuovo obiettivo strategico che è in mano ai tedeschi: il Formicaio, un punto chiave per la tenuta di alcuni battaglioni germanici, che tramite esso controllavano dall'alto un nodo di trincee francesi molto importante. La seconda parte del film invece è ambientata in uno sfarzoso palazzo, sede a Parigi degli alti ufficiali della divisione che operava in quel Nord Est della Francia dove si svolgevano le scene di guerra.

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giovedì 14 luglio 2011

Recensione IL GRANDE ATTACCO

Recensione il grande attacco



Regia di Umberto Lenzi con Henry Fonda, Helmut Berger, Giuliano Gemma, Edwige Fenech, Venantino Venantini, Ray Lovelock, John Huston, Samantha Eggar, Attilio Dottesio, Mirko Ellis, Marco Guglielmi, Andrea Bosic, Andrea Fantasia, Rosario Borelli, Ida Galli, Giovanni Cianfriglia

Recensione a cura di Giordano Biagio

Durante i Giochi olimpici del 1936 alcuni delegati tedeschi, americani, irlandesi e una famosa attrice del mondo teatrale si incontrano amichevolmente in Germania per una cena dall'aspetto diplomatico. La preoccupazione di una guerra di invasione tedesca nel resto dell'Europa è nell'aria, i segni premonitori non mancano, il tipo di propaganda del partito nazista fa paura, Hitler eletto cancelliere vuol diffondere la sua ideologia nel mondo e combattere la diversità razziale senza mezzi termini, la sua paranoia fa ormai corpo con le masse, ma le delegazioni sembrano avvertire solo il clima di festa di un'Olimpiade straordinaria che per mezzi impiegati e invenzioni scenografiche non avrà in seguito eguali.

A tavola si parla del clamoroso rifiuto di Hitler di riconoscere le vittorie ottenute dal nero americano Jesse Owens, trionfatore nell'atletica con quattro medaglie d'oro, un atto chiaramente razzista anche se quel rifiuto poi sarà considerato come privo di fondamento dallo stesso Owens. Ma la notizia scandalo ha già fatto il giro del mondo, essa viene minimizzata a cena dall'ufficiale tedesco il quale non crede al pericolo di un conflitto armato in Europa e sostiene che Hitler vuole solo combattere le minoranze etniche nella propria Germania.
La vita di questi personaggi in buona parte famosi, amanti dei rapporti diplomatici, per ironia della sorte sarà in seguito scossa e in alcuni casi sconvolta dalla Seconda guerra mondiale, da quell'immane conflitto armato che in quella famosa cena del '36 essi ritenevano fosse praticamente impossibile.
I diversi luoghi degli episodi narrativi saranno: Berlino, Los Angeles, Plymouth, Creta, West Point, Le Havre.

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venerdì 8 aprile 2011

Recensione PRIMA LINEA

Recensione prima linea




Regia di Robert Aldrich con Robert Strauss, Eddie Albert, Lee Marvin, Jack Palance

Recensione a cura di pompiere (voto: 8,0)

"Nel 1944 la fanteria americana deve fronteggiare, in Francia, i disperati assalti dell'esercito tedesco, che tenta di opporsi all'avanzata degli alleati. Una compagnia di fanti americani, a causa della codardia e dell'incompetenza del suo comandante, il capitano Cooney, si trova nei guai. Il tenente Joe Costa, spalleggiato dal tenente Woodruff, tenta invano di indurre il colonnello Bartlett a togliere il comando a Cooney, figlio di un autorevole uomo politico. I tedeschi incalzano e il capitano ordina a Costa di avanzare col suo plotone sul terreno scoperto. Gli uomini del plotone vengono decimati. Il tenente insieme a cinque uomini, riesce a barricarsi in una casa e a chiedere aiuti per radio. Cooney però è colto da terrore ed abbandona i sei uomini al loro destino..."Fonte: DeaStore

Inserito all'interno di una regia dallo stampo neanche tanto classico, "Prima linea" si avvale di una direzione degli attori sempre molto precisa e puntuale. Aldrich si concede carrelli e dissolvenze di notevole imprinting, alimentando uno stile rapido di ripresa che promuove la concitazione degli eventi e degli animi. Ma più di tutte risaltano certe inquadrature dal basso a ingigantire uomini, volti, case, carri armati, barbari e poderosi tutti.

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giovedì 10 febbraio 2011

Recensione VENTO DI PRIMAVERA

Recensione vento di primavera




Regia di Rose Bosch con Jean Reno, Mélanie Laurent, Gad Elmaleh, Raphaëlle Agogué, Hugo Leverdez

Recensione a cura di Mimmot

La decisione di far uscire nelle sale (in pochissime, per la verità), il 27 gennaio il film della regista Rose Bosh è stata presa per ricordare la data del 27 gennaio del 1945, quando le truppe sovietiche dell'Armata Rossa, nel corso dell'avanzata verso Berlino, arrivarono nei pressi della città polacca di Auschwitz e scoprirono il tristemente famoso campo di concentramento, liberando i pochi sopravvissuti e rivelando al mondo intero l'orrore perpetrato dai nazifascisti nei confronti non solo degli ebrei, ma anche di oppositori, zingari, omosessuali, disabili e di quanti non corrispondevano alle teorie eugenetiche tedesche, che sostenevano la necessità di creare una razza superiore e perfetta.

Una data simbolo che è stata chiamata, per volontà dei legislatori di diversi paesi (fra cui la Germania), la "Giornata della Memoria", istituita per non dimenticare la Shoah e come monito affinché quanto avvenuto non si ripeta mai più, per nessun popolo, in nessun tempo e in nessun luogo.
Per la verità i sovietici prima di arrivare ad Auschwitz avevano già scoperto e liberato altri campi nazisti, ma fu con l'apertura dei cancelli di Auschwitz che il mondo venne a conoscenza degli strumenti di tortura e annientamento, approntati dai nazisti di Hitler per sterminare oltre 1 milione di persone.
Se è giusta e doverosa la necessità di ricordare la pagina più buia e dolorosa della storia dell'umanità, altrettanto giusto e doveroso è dare un senso a quella memoria, oggi più che mai necessario davanti allo sconcerto per quel vento di revisionismo che sta investendo alcuni paesi, tra cui, purtroppo, anche  il nostro.

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martedì 11 gennaio 2011

Recensione IL LEONE DEL DESERTO

Recensione il leone del deserto




Regia di Mustafa Akkad con Anthony Quinn, Oliver Reed, Rod Steiger, Irene Papas, John Gielgud, Raf Vallone, Gastone Moschin, Andrew Keir, Gastone Moschin, Stefano Patrizi, Adolfo Lastretti, Sky Dumont, Takis Emmanuel, Rodolfo Bigotti, Robert Brown, Eleonora Stathopoulou

Recensione a cura di Giordano Biagio

Siamo nell'anno 1929 e il dittatore fascista Benito Mussolini (interpretato come in altri film da Rod Steiger) deve contrastare la ventennale guerriglia libica dei beduini senussi che si battono per l'indipendenza.
La presenza italiana, nonostante gli impegni di sviluppo e di aiuti presi dal Duce, è ritenuta dai libici solo una colonizzazione forzata, orientata allo sfruttamento del popolo, dei minerali del territorio, della agricoltura e alla creazione, con le nazioni europee alleate, di un Impero d'Africa.

Dopo i precedenti fallimenti militari contro la guerriglia senussa da parte di quattro governatori italiani, Mussolini nomina governatore il generale Rodolfo Graziani (Oliver Reed), noto per la sua spietatezza e attaccamento al fascismo; l'alto ufficiale viene investito di una responsabilità senza precedenti. Al nuovo governatore, che avrà a disposizione molti più mezzi, è vietato fallire, pena una perdita di credibilità del fascismo nei confronti del proprio popolo.
Per Mussolini Graziani è l'uomo giusto, quello che quando perde non trova mai giustificazioni banali, che sa vincere senza proclami, un uomo privo di scrupoli, disposto a usare ogni mezzo per raggiunger l'obiettivo, ambizioso a tal punto da mettere in secondo piano il rispetto dei diritto umano.

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lunedì 28 giugno 2010

Recensione TAMARA, FIGLIA DELLA STEPPA

Recensione tamara, figlia della steppa



Regia di Jacques Tourneur con Gregory Peck, Tamara Toumanova, Alan Reed, Hugo Haas

Recensione a cura di Giordano Biagio

Questo importante film hollywoodiano del francese Jacques Tourneur è uscito nel 1944, quando l'evoluzione degli schieramenti militari nella seconda guerra mondiale vedeva sorprendentemente insieme contro il nazismo nazioni capitaliste come gli Stati Uniti e comuniste come l'Unione Sovietica, paesi che, messe da parte le divisioni ideologiche, lottavano per un unico principio etico, quello della libertà dei popoli dall'invasione degli eserciti con ideologie razziste e totalitarie, che tanti scempi stavano compiendo in Europa e nel mondo in quel momento.

"Tamara la figlia della steppa ("Days of Glory") è un film di guerra che esalta anche valori più specifici e nobili, come quelli propri dei partigiani, legati alla difesa della propria nazione contro dittature interne ed esterne; il suo autore è famoso per film come "Il bacio della pantera" (1942) e "Le catene della colpa" (1947) due ottimi film, il primo situabile tra l'horror e il thriller, quindi con un alto contenuto fantastico tale da rasentare la fantascienza, il secondo un noir vecchio stile, indimenticabile, di alta drammaticità, restaurato dalla Rai, del quale esiste una versione anche a colori.

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venerdì 23 aprile 2010

Recensione OLTRE LE REGOLE - THE MESSENGER

Recensione oltre le regole - the messenger




Regia di Oren Moverman con Ben Foster, Samantha Morton, Woody Harrelson, Jena Malone, Eamonn Walker, Peter Friedman, Lisa Emery, Halley Feiffer, Sam Kitchin

Recensione a cura di Mimmot

"So cosa stai pensando. Stai pensando: che cazzo, sono un fottuto eroe di guerra, decorato, a tre mesi dal congedo e mi sbattono nella squadra degli Angeli della Morte; ho un cercapersone, un discorso precotto e un ufficiale pazzo con cui fare surf in un cazzo di Oceano del Dolore".

Parlare di guerra e non mostrare mai la guerra. Solo il dolore. Il fottuto, maledetto, lacerante dolore, per l'assurda, illogica, irrazionale, insensata morte dei soldati al fronte.
È questo ciò che fa "Oltre le regole" (assurdo titolo italiano che fa sembrare il film un pornazzo, più che una drammatica pellicola di guerra): mostrare il dolore per elaborare il lutto collettivo di una guerra assurda, che non ce l'ha fatta ad entrare nella coscienza di una nazione.
L'Iraq oggi come il Vietnam ieri.
Una ferita ancora aperta che non ha fatto in tempo a rimarginarsi e che, anzi, rischia di incancrenirsi per le tante volte che è stata contaminata dalla politica di guerra americana.

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venerdì 2 ottobre 2009

Recensione BASTARDI SENZA GLORIA

Recensione bastardi senza gloria




Regia di Quentin Tarantino con Brad Pitt, Eli Roth, Mike Myers, Diane Kruger, B.J. Novak, Samm Levine, Til Schweiger, Michael Fassbender, Daniel Brühl

Recensione a cura di Carlo Baldacci Carli (voto: 8,5)

"A time just for plantin',
a time just for ploughin'.
A time just for livin',
a place for to die.
'Twas so good to be young then,
to be close to the earth,
Now the green leaves of summer
are callin' me home.
"
Dimitri Tiomkin e Paul Francis Webster:"The Green Leaves of Summer"

Il Cinema è emozione. Il Cinema è fantasia. Il Cinema è arte.
In questo Quentin Tarantino ha sempre creduto e questa è la concezione con la quale si è sempre rapportato al mondo del Cinema.
Quando si pronuncia il nome di Tarantino, si parla di un regista conosciuto trasversalmente in tutto il mondo, senza distinzioni di sesso, né di età, né di ceto culturale.
All'inizio degli anni novanta, in un contesto storico e culturale in cui i cineasti da un lato e i critici dall'altro dimostravano di essere ormai caduti nel vezzo di prendersi eccessivamente ed immotivatamente sul serio, rivestendo o investendo le opere cinematografiche di una certa spocchiosa e non necessaria supponenza di una qualche intellettualità, è emerso come unica voce fuori dal coro il Cinema di Quentin Tarantino. Con "Pulp Fiction" (1994), il suo secondo lungometraggio, questo artista è stato capace di cambiare la concezione stessa del cinema, dettando nuove regole che sono state adottate in seguito da numerosi altri cineasti di tutto il mondo.
Questo è ovviamente un risultato straordinario soprattutto se si considera che la sua produzione consta di soli sei lungometraggi: "Le Iene" ("Reservoir Dogs", 1992), "Pulp Fiction", "Jackie Brown" (1997), "Kill Bill" (2003, di cui in questa sede ci si rifiuta di considerare la suddivisione imposta dalla produzione in Volume 1 e Volume 2), "Grindhouse – A Prova di Morte" ("Death Proof", 2007, che benché sia uno dei due segmenti del film può essere considerato un lungometraggio a sé stante) e, infine, "Bastardi Senza Gloria" ("Inglourious Basterds", 2009).
Regista scanzonato, divertente e divertito, Tarantino non ha mai incentrato il proprio modo di fare cinema su grandi pretese autoriali ed intellettualoidi. Egli ha infatti sempre dichiarato di essere prima di tutto uno spettatore cinefilo, grande amante del Cinema in generale e dei cosiddetti B-Movie in particolare, e di aver trasformato questa sua passione in una professione.
Nell'ottica di Tarantino ha poco senso quella concezione propria di alcuni cineasti che, fregandosene del pubblico, producono opere discutibili e spesso indigeste, ma gonfie e tronfie di pretese autoriali, sociali, intellettuali, che spesso non aggiungono niente di nuovo a quanto è stato detto da altri artisti (sia in campo cinematografico, sia in campo letterario) in modi più modesti e più lineari.
Tarantino, proprio perché è prima di tutto uno spettatore, deve essere divertito dall'opera che realizza. E, infatti, è raro che un suo film non riscuota ampi consensi di pubblico.
Questo discorso però non deve essere frainteso, inducendo il lettore a credere che Tarantino faccia dei film commerciali, nel senso volgare del termine, volti soltanto ad ingraziarsi il pubblico. Egli realizza dei film per sé e si tratta di opere dal fortissimo taglio personale.
Forse è per questa sua capacità di coniugare il proprio gusto e la propria capacità tecnica con quelle che sono le richieste del grande pubblico e di buona parte della critica - capacità che fa di lui un autore e un artista sotto ogni profilo – che Tarantino è un autore che può vantare alcuni acerrimi detrattori che attendono sempre un suo passo falso.
È vero che in alcune opere passate, in particolare nel citato "Death Proof", egli ha dato segno di un autocompiacimento vagamente narcisistico che a molti può essere risultato sgradevole. Ma è anche vero che si tratta di un segmento di"Grindhouse" e, in quanto tale, da inquadrarsi in un progetto assai peculiare e di paternità non esclusiva.
Tuttavia, in qualsiasi sua opera, Tarantino ha sempre dimostrato una padronanza e una capacità artistica e tecnica semplicemente invidiabili e riconosciute a denti stretti anche dai suoi più accaniti detrattori.

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giovedì 10 settembre 2009

Recensione APOCALYPSE NOW

Recensione apocalypse now




Regia di Francis Ford Coppola con Marlon Brando, Robert Duvall, Martin Sheen, Laurence Fishburne, Dennis Hopper, Harrison Ford

Recensione a cura di The Gaunt (voto: 10,0)

Parlare di "Apocalypse now" è cercare di analizzare un'opera fondamentale del cinema mondiale e del cinema americano in particolare.
Difficile cominciare un qualsiasi discorso scindendo il film dal suo autore, Francis Fors Coppola, senza tenere conto del lungo e travagliato processo di avvicinamento che ha portato alla realizzazione di un'opera così notevole e che, piaccia o meno, riveste tutt'ora un'importanza primaria nella storia del cinema.

Il successo di "Easy rider" di Dennis Hopper fu il risultato di un grande fermento che stava scuotendo dall'interno il cinema americano. Questo movimento vedeva affacciarsi nuovi autori dalla provenienza eterogenea (dalla Factory di Roger Corman, dalla televisione, dall'università del cinema) e proponeva nuove idee e nuovi modi espressivi di fare cinema. Era la nascita della cosidetta New Hollywood, linfa che arrivava a proposito per rinvigorire l'establishment degli studios ormai in crisi profonda di uomini ed idee.
Francis Ford Coppola, oltre ad essere una di queste nuove leve, al pari degli Scorsese, De Palma, Friedkin, Bogdanovich, Lucas, Spielberg, rappresentò probabilmente la punta di diamante di questo movimento, colui che forse più di ogni altro rischiò maggiormente di persona nel porsi come valida alternativa agli studios hollywoodiani, fondando l' American Zoetrope, che diventerà polo di aggregazione di molti giovani cineasti americani e cantiere per diversi progetti di giovani autori.
Se esiste un aggettivo per definire il rapporto di Coppola con gli studios hollywoodiani, 'controverso' è il termine più adatto. Il regista si rende perfettamente conto che per soddisfare le sue sfrenate ambizioni deve acquisire un certo status all'interno stesso del sistema: le ambizioni vengono nutrite oltre che dalla capacità dell'autore (o presunto tale) anche e soprattutto dalla possibilità di avere più mezzi economici e finanziari possibili.
Proprio per questo una delle caratteristiche di Coppola, dai primi anni della sua carriera fino ad "Apocalypse now", è questa alternanza di film di genere più commerciabili ("Terrore alla tredicesima ora", "Sulle ali dell'arcobaleno") con progetti molto più personali ("Buttati Bernardo", "Non torno a casa stasera"). Questa alternanza serve a Coppola da una parte a soddisfare le esigenze degli studios con film che seguano le direttive per un facile successo di cassetta, dall'altra a permettersi la costruzione di uno status personale di autore.
Oltre alla sua attività di filmaker bisogna anche rilevare il successo che ha avuto un suo soggetto che sarà la base per uno dei film premiati con l'Oscar nel 1970, "Patton", che frutterà all'ex-laureato alla scuola di cinema della UCLA, oltre la statuetta, una rapida scalata dentro l'establishment degli studios.
Studios, e la Warner in particolare, che non vedono di buon occhio i giovani ambiziosi della Zoetrope: il fiasco commerciale di "THX 1138" di George Lucas (rivalutato però qualche anno più tardi) darà il pretesto alla casa per rompere tutti i contratti che avevano stipulato con Coppola. Un colpo durissimo (denominato dallo stesso regista il 'Black thursday') che di fatto affosserà la Zoetrope, ma darà l'occasione al regista per accettare la proposta della Paramount per girare "Il Padrino".
Il successo straordinario di questa pellicola spalancherà a Coppola tutte le opportunità possibili ma sempre in nome di quella 'alternanza', alla quale si faceva riferimento sopra, il regista girerà "La conversazione" (Palma d'oro a Cannes) e poi "Il Padrino parte II", confermando così il successo del predecessore.
Giunto a questo punto, Coppola è considerato il miglior regista sulla piazza a soli trentacinque anni: può fare quello che vuole grazie al successo, alla fama e ai soldi che ha ottenuto per se stesso e soprattutto per gli studios. In questa fase decisiva sarà concepito quello che considera l'incontro fra il modus operandi del cinema americano (il genere, la grande produzione) con l'autorialità europea che ha sempre ammirato nella 'Nouvelle Vague' dei Godard e nel cinema di Bernardo Bertolucci e Michelangelo Antonioni, da lui sempre ammirati fin dai tempi dell'università. Coppola vuole porsi come punto di incontro di queste due mentalità apparentemente poco conciliabili.
Nasce così il progetto di "Apocalypse now".

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martedì 10 marzo 2009

Recensione IL CACCIATORE

Recensione il cacciatore




Regia di Michael Cimino con Robert De Niro, John Cazale, John Savage, Christopher Walken, Meryl Streep, George Dzundza, Chuck Aspegren, Shirley Stoler

Recensione a cura di A. Cavisi (voto: 9,5)

Michael, Nick e Steven stanno per partire per la guerra in Vietnam. Prima di partire, Steven si sposerà con Angela e Michael e Nick, insieme agli altri amici del gruppo, andranno a rilassarsi con una battuta di caccia.
Durante la guerra i tre amici verranno sottoposti a pratiche disumane da parte dei Vietcong e ognuno di loro, distrutto mentalmente più che fisicamente, reagirà in maniera diversa.

Seconda pellicola di Michael Cimino, dopo il bellissimo "Una calibro 20 per lo specialista", "Il cacciatore" è non solo uno dei più grandi film mai girati sulla guerra del Vietnam - inutile rimarcare che a completare il quadro ci sono sicuramente "Apocalypse now", "Full metal jacket" e "Platoon" - ma uno dei più grandi film girati in assoluto.
Una pellicola di tre ore che riesce nell'intento di non annoiare mai e di coinvolgere minuto dopo minuto lo spettatore nelle vicende dei protagonisti, del Vietnam, dell'America. Una regia che rimane impressa per la sua estrema qualità oltre al fatto che offre delle sequenze indimenticabili e straordinarie, girate con una mano ferma che ci accompagna con la telecamera all'interno dei volti dei protagonisti, all'interno dei paesaggi che fanno da sfondo alle loro vicende, all'interno del cuore di una guerra come quella del Vietnam che è poi metafora di qualsiasi guerra.
Ed è così che i piani-sequenza, le carrellate verticali e orizzontali, la dilatazione dei tempi, i primi piani, le panoramiche, non ci sembrano solo degli espedienti tecnici vuoti e sterili, ma si riempiono di significato e soprattutto si traducono e trasformano in grandi emozioni e sensazioni.

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lunedì 2 febbraio 2009

Recensione ALL'OVEST NIENTE DI NUOVO

Recensione all'ovest niente di nuovo




Regia di Lewis Milestone con Lew Ayres, Slim Summerville, Louis Wolheim, John Wray, Arnold Lucy

Recensione a cura di Marco Iafrate (voto: 9,0)

"La storia qui raccontata non è un atto di accusa, nè una confessione, tantomeno si tratta di un'avventura, per quanti l'hanno vista in faccia la morte non è un'avventura molto più semplicemente abbiamo solo cercato di raccontare la storia di giovani vite che, pur sopravvissute alle bombe, sono rimaste profondamente segnate dagli orrori della guerra".

Con queste parole, scritte insieme ai titoli di testa, si apre quello che probabilmente è uno dei film di guerra più famosi e importanti di tutti i tempi: "All quiet on the western front".
Il successo non fu immediato: il pubblico criticò aspramente la brutalità con la quale veniva rappresentato il conflitto bellico, ed i contenuti palesemente antimilitaristi non piacquero né alla Germania di Hitler né all'Italia di Mussolini, infastiditi dal messaggio che il film portava, fondamentalmente opposto allo spirito nazionalista che veniva in quel periodo mostrato dal regime totalitarista.

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venerdì 12 dicembre 2008

Recensione LA GRANDE ILLUSIONE

Recensione la grande illusione




Regia di Jean Renoir con Pierre Fresnay, Erich von Stroheim, Jean Gabin, Gaston Modot

Recensione a cura di Giordano Biagio

In Germania, verso la fine della prima guerra mondiale, precisamente nel 1917, alcuni ufficiali e soldati semplici francesi, russi e inglesi, vengono fatti prigionieri dai tedeschi e rinchiusi in diversi campi di concentramento.
I francesi si contraddistinguono subito per la loro abilità nel fuggire dai campi, a tal punto che i tedeschi si vedono costretti a trasferirli in una fortezza speciale, un maestoso castello di nome Wintesborn, non molto distante dalla Svizzera, da cui è praticamente impossibile evadere.
Le prigioni sono comandate dal nobile aristocratico Von Rauffenstein (Eric von Stroheim), invalido ed eroe di guerra tedesco, asso dell'aviazione. Tra il capitano francese De Boieldieu, facente parte dei nuovi arrivati, e Von Rauffenstein si instaura subito un rapporto di simpatia, fatto in particolare di stima e riconoscimenti per l'appartenenza entrambi a ceti sociali di grande prestigio.
De Boieldieu approfitta dell'amicizia per favorire, con un gesto eroico, la fuga di suoi due connazionali, ma viene ucciso da Von Rauffenstein proprio mentre, ai bordi delle mura della fortezza, cerca di distrarre con la dolce musica di una fisarmonica le sentinelle di turno.
I due francesi che avevano progettato la fuga, Maréchal (Jean Gabin) e Rosenthal (Marcel Dalio), riescono a fuggire e a trovare ospitalità presso una casa contadina abitata da una bella vedova di guerra, di nome Elsa (Dita Parlo), che vive insieme alla sua piccola figlia. Nonostante tra lei e Maréchal nasca subito una storia d'amore, i due decidono dopo qualche giorno di ripartire. Prima della partenza Maréchal lascia ventilare alla donna la possibilità di ritornare un giorno da lei. Seguiti nella neve dai tedeschi, sempre più vicini grazie alle impronte lasciate dai loro stivali, i due riescono a oltrepassare a fatica il confine con la Svizzera, proprio mentre gli inseguitori si accingevano a sparare.

Questo splendido film in bianco e nero uscito nel 1937, ha rappresentato per diverso tempo nella Francia governata dal Fronte popolare una grande speranza di pace e di giustizia democratica.
Sorretto in tutta la sua produzione da un clima politico favorevole alle idee di sinistra di Jean Renoir, il film riesce a sviluppare fino in fondo un'idea antimilitarista dai forti toni umanistici molto cara agli intellettuali comunisti dell'epoca. Renoir costruisce un film di rara bellezza, dallo stile difficilmente oggi eguagliabile, attraversato da un'atmosfera poetica unica, priva di quei violenti contrasti che portano nel cinema all'abituale spettacolo da periferia, e rinvigorita da una sceneggiatura aperta, stesa per appunti, che consente agli attori di esprimersi in una preziosa libertà, fatta soprattutto di sguardi e parole legati a un proprio modo di vivere i personaggi del racconto.
La grande illusione riesce a trasmettere un elevato messaggio etico, scevro da ogni forma di pietismo, e mai del tutto utopistico, capace di richiamare con forza le istituzioni militari di tutto il mondo ad un maggior rispetto delle "regole di guerra" che per Renoir sono l'indice più sicuro del grado di civiltà raggiunto da una nazione.

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