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lunedì 7 febbraio 2011

Recensione THE HEIR - L'EREDE

Recensione the heir - l'erede




Regia di Michael Zampino con Alessandro Roja, Guia Jelo, Davide Lorino, Tresy Taddei, Maria Sole Mansutti

Recensione a cura di K.S.T.D.E.D.

Con "L'Erede", la produzione italiana, intesa in senso lato, torna a scontrarsi con il cinema di genere, dal quale negli anni si è allontanata fino al punto di non essere più in grado di riproporlo, tranne alcuni casi isolati, in maniera convincente. A mettersi in gioco in tal senso questa volta è il regista italo-francese Michael Zampino, che dopo essersi formato professionalmente a New York, oltreché in Italia, e dopo aver ricevuto riconoscimenti per i suoi corti e per le sue sceneggiature, decide nel 2005 di fondare la casa di produzione "Panoramic Film", attraverso la quale più tardi dirigerà questo suo primo lungometraggio.

L'idea alla base della sceneggiatura, nonché punto di partenza della storia raccontata da Zampino, nasce da un avvenimento realmente accaduto. Il regista, infatti, in seguito alla morte del padre, ereditò una villa nel Centro Italia, di cui non era a conoscenza. Allo stesso modo, il protagonista del film Bruno (Alessandro Roja), radiologo milanese, riceve in eredità una vecchia villa sugli Appennini, completamente immersa nella vegetazione. Preso possesso della casa, Bruno fa la conoscenza degli unici vicini presenti, Paola (Guia Jelo), e i suoi due figli, Giovanni (Davide Lorino) e Angela (Tresy Taddei), e fin da subito la convivenza si rivelerà, tra sospetti, minacce e paure, tutt'altro che serena.

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martedì 7 dicembre 2010

Recensione IL CATTIVO TENENTE

Recensione il cattivo tenente




Regia di Abel Ferrara con Harvey Keitel, Brian McElroy, Frankie Acciarito, Peggy Gormley, Stella Keitel, Dana Dee

Recensione a cura di bulldog (voto: 10,0)

"Cristo è il motivo ultimo per cui faccio questo mestiere... Credo che ciò che Cristo rappresenta è qualcosa in cui credere ed è qualcosa per la vita".
Abel Ferrara

"Il cattivo tenente" di Abel Ferrara ha inizio in una calma mattinata di New York. Un tenente accompagna i suoi due figli a scuola, tra loro non vi è dialogo, la poca comunicazione che si crea nell'auto durante il tragitto è brusca e rude; egli accetta a stento di essere salutato con un bacio ed una volta rimasto solo inizia a sniffare cocaina.

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mercoledì 1 settembre 2010

Recensione STRADA SBARRATA

Recensione strada sbarrata




Regia di William Wyler con Allen Jenkins, Joel McCrea, Sylvia Sidney, Humphrey Bogart

Recensione a cura di kowalsky (voto: 9,0)

"TUTTE LE STRADE DI NEW YORK FINISCONO IN UN FIUME. PER MOLTI ANNI, LE LURIDE PANCHINE DELL'EAST RIVER CONFINAVANO CON LE CASE DEI POVERI, SICCHE' UN GIORNO I RICCHI SI ACCORSERO CHE IL PAESAGGIO SUL FIUME ERA IL PIU' BELLO DELLA CITTA', E COMINCIARONO A COSTRUIRE LE LORO CASE SU QUELLE RIVE... E ORA LE TERRAZZE DELLE VILLE SIGNORILI SI ALLINEANO AI TETTI DELLE ABITAZIONI DEI POVERI."

Precursore come pochi altri dei rebel movies degli anni '50, "Dead end" resta, per l'innovativo linguaggio cinematografico e la superlativa tecnica adottata, uno dei più importanti film americani della storia.

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mercoledì 23 dicembre 2009

Recensione A SERIOUS MAN

Recensione a serious man




Regia di Ethan Coen, Joel Coen con Simon Helberg, Michael Stuhlbarg, Richard Kind, Adam Arkin, George Wyner, Katherine Borowitz, Fyvush Finkel, Steve Park, Raye Birk, Amy Landecker, Stephen Park, Sari Lennick, Allen Lewis Rickman, Fred Melamed, Alan Mandell, Tim Russell, Jim Brockhohn

Recensione a cura di Jellybelly (voto: 8,0)

I Coen sono i migliori registi della loro generazione, e questo già era noto grazie a capolavori come "Fargo", "Il grande Lebowski", "L'uomo che non c'era" o "Crocevia della morte"; sono però sempre rimasti piuttosto lontani dal mainstream, guadagnandosi la scomoda etichetta di registi "di culto", che permetteva loro di dare ampio sfogo alla creatività. Le poche volte che si sono piegati ad esigenze di mercato (si vedano i poco riusciti "Ladykillers" e "Prima ti sposo, poi ti rovino") sembravano aver smarrito quel talento corrosivo che li aveva contraddistinti fino ad allora. Proprio per questo, lo straordinario successo di critica e pubblico del loro ritorno in grande stile, "Non è un paese per vecchi", gettava lunghe ombre sul prosieguo della loro carriera: l'anarchia creativa sarebbe stata messa a dura prova proprio dall'ampliamento della loro base di pubblico.
Noncuranti di tali possibili insidie, i Coen tornavano in sala dopo poco più di un anno con "Burn after reading", una sgangherata quanto deliziosa commedia demenziale piena zeppa di attori di richiamo (George Clooney, Brad Pitt, John Malkovich, Tilda Swinton) ma di scarso appeal presso il grande pubblico, rimasto disorientato.
Non paghi, a distanza di un altro anno propongono il loro nuovo lavoro, questo "A serious man", spingendosi ancora più in là: genere inclassificabile, humour nerissimo, un pugno di ottimi caratteristi pressoché ignoti e la dichiarata intenzione di prendersi gioco del pubblico.
Riuscendoci perfettamente.

Siamo in Polonia, nei pressi di Lublino, in un imprecisato passato. La vita di una coppia di contadini ebrei è scossa dalla presenza di un anziano viandante che sarebbe dovuto essere morto: forse si tratta di un dybbuk, un demone che si impossessa dei corpi dei defunti.
Titoli di testa, e ci ritroviamo nel Minnesota del 1967.
La quieta vita del mite professore di fisica ebreo Larry Gopnick viene sconvolta da una serie di disavventure più o meno gravi: la moglie gli confessa di avere una relazione extraconiugale con un amico di famiglia e chiede il divorzio; un suo studente tenta di corromperlo in cambio di una sufficienza; suo fratello Arthur rimane coinvolto in torbide storie di gioco d'azzardo, sesso e sodomia; l'antenna del televisore non ne vuole sapere di funzionare.
Larry affronta tutto con l'imperturbabile pazienza dei giusti, senza mai lasciare che le avversità abbiano la meglio sulla sua serietà.
O forse no.

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mercoledì 8 luglio 2009

Recensione IN BRUGES - LA COSCIENZA DELL'ASSASSINO

Recensione in bruges - la coscienza dell'assassino




Regia di Martin McDonagh con Colin Farrell, Brendan Gleeson, Ralph Fiennes, Elizabeth Berrington, Rudy Blomme, Olivier Bonjour, Mark Donovan, Eric Godon

Recensione a cura di Mimmot

La prima sorpresa che "In Bruges" riserva allo spettatore è Bruges, la città delle Fiandre dalla struggente bellezza che le deriva dal suo passato e che ancora si respira nelle sue strade, sui suoi canali e nei suoi parchi.
Una città magica e misteriosa, immersa nella sua storia e nella suggestione accogliente, quasi sospesa, delle sue chiese, dei suoi scorci urbani, della sua arte, dei suoi vicoli e dei suoi canali, su cui si affacciano splenditi palazzi dai tetti aguzzi e dalle facciate ricamate come certi pizzi, che ancora oggi le merlettaie offrono ai visitatori, o come i diamanti la cui lavorazione ha avuto ed ha qui uno dei centri più antichi d'Europa.
La seconda, invece, viene dal particolare contenutistico del film, che riserva non poche sorprese e molta originalità nel passare, con uguale intensità di emozioni, dalla commedia d'ambiente al gangster-movie a tinte noir.

Bruges diventa così la coprotagonista del film, perchè un luogo non è mai la semplice cornice in cui si chiarisce una storia.
Il luogo è spesso l'origine storia.
Ne determina la geografia narrativa, incide sul carattere e sull'evoluzione dei personaggi, si esplicita nel contesto straniante che dilata nello spettatore la percettiva del tempo e dello spazio, come un'esperienza sinergica ed emozionale vissuta in modo naturale e non indotta da fattori esterni o stimolazioni sensoriali concreti.

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giovedì 16 aprile 2009

Recensione IL SOLDATO AMERICANO

Recensione il soldato americano




Regia di Rainer Werner Fassbinder con Karl Scheydt, Elga Sorbas, Hark Böhm, Margarethe Von Trotta, Rainer Werner Fassbinder

Recensione a cura di pompiere (voto: 6,5)

Monaco di Baviera.
Tre poliziotti sono seduti intorno a un tavolo, giocano a poker in una stanza fumosa e aspettano un uomo che scopriremo presto essere Ricky, un killer ingaggiato dai tre perché uccida al posto loro malviventi e criminali di varia natura tra i quali uno zingaro, una venditrice di riviste porno col suo amante e… Un soggetto che inizialmente non era previsto.
Sarà uno dei poliziotti? Sarà Franz, il vecchio amico d'infanzia di Ricky? Oppure la madre e il fratello di Ricky, testimoni di un passato che il killer intende dimenticare e cancellare?

Terzo e ultimo capitolo concernente un ciclo di film ispirati al genere noir francese e americano, "Der amerikanische Soldat" costituisce un esempio tipico della produzione dell'Antiteater fassbinderiana: grande immediatezza nella recitazione, l'attitudine a scegliere un soggetto capriccioso, la considerazione di fattori occasionali e istintivi nello sviluppo della messa in scena e un linguaggio impetuoso ed entusiasta, quasi irruento.

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venerdì 19 settembre 2008

Recensione BURN AFTER READING - A PROVA DI SPIA

Recensione burn after reading - a prova di spia




Regia di Joel Coen, Ethan Coen con George Clooney, Frances McDormand, John Malkovich, Tilda Swinton, Brad Pitt, Richard Jenkins, J. K. Simmons

Recensione a cura di kowalsky (voto: 7,0)

Osbourne Cox (John Malkovich), analista della Cia, viene da un giorno all'altro allontanato dal suo incarico per problemi con l'alcool. Egli piomba in una prevedibile crisi, mentre la moglie (Tilda Swinton) diventa l'amante di uno sceriffo federale affetto da intolleranze alimentari e manie igieniche, tal Harry Pfaffer (Clooney).
Nella periferia di Washington, in una palestra, una donna di mezza età, Linda Litzke (la McDormand, moglie nella vita di Joel Coen), sogna continuamente interventi estetici che non può permettersi di pagare e, quindi, di incontrare la sua "anima gemella".
Un inserviente della palestra trova negli spogliatoi un dischetto di informazioni riservate della Cia: Linda ed un suo collega vagamente idiota (Pitt) decidono di partecipare a un gioco pericoloso: scoprono il nome del proprietario del dischetto, che è Osbourne Cox, e decidono di ricattarlo.
Iniziano una serie di equivoci che porteranno a eventi ora comici ora drammatici, fino a un imprevisto finale.

"Burn after reading" è un film bifronte: non è facile da collocare nè nella cinematografia Usa di questi anni nè nella carriera dei Coen.
La sua apparente esilità in realtà confonde anche gli spettatori: perchè - nonostante tutto - ci troviamo di fronte ad un film ricco di trovate, ma ancor più di intenzioni, che forse una causticità maggiore avrebbero reso con maggiore efficacia.
E' facile vincere la diffidenza e dichiarare senza mezzi termini che il film è un giocoso divertissment dei Coen alle prese con una parodia delle spy-stories americane (come "Austin Powers" lo era di quelle inglesi), ma tutto ciò esaurisce l'importanza di un film minore (ma non a caso il migliore tra i minori) della filmografia dei fratelli americani.
Anche se in qualche frammento "A prova di spia" (titolo appellato nella distribuzione italiana) può ricordare il vetriolico cinismo di "Fargo", il film rappresenta qualcosa di diverso.
E' un cinema che in qualche modo si ricollega alla commedia di John Landis (da cui eredita la stralunata isteria dei personaggi): commedia degli equivoci, "Burn after reading" suscita un certo interesse sia per la capacità dei Coen di parodiare le attese star del casting (Clooney con le sue fobie alimentari, Pitt IPod-dipendente e meno sprovveduto di quanto si creda, ma soprattutto un Malkovich luciferino e nevrotico al meglio di se stesso) sia per l'impatto emotivo che i due fratelli riescono a innescare in un contesto che vorrebbe/dovrebbe essere esclusivamente quello (appunto) del divertissment d'autore.

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mercoledì 23 maggio 2007

Recensione MR. VENDETTA - SYMPATHY FOR MR. VENGEANCE

Recensione mr. vendetta - sympathy for mr. vengeance




Regia di Chan-wook Park con Bo-bae Han, Ji-Eun Lim, Du-na Bae, Ha-kyun Shin, Kang-ho Song

Recensione a cura di Gabriele Nasisi

Il giovane Ryu, ragazzo sordomuto dalla nascita, progetta il rapimento della figlia di un noto industriale per poter far operare la sorella con i soldi del riscatto. Ma a causa di un incidente la bambina muore, scatenando una serie di eventi che il desiderio di vendetta lega fra loro.

"Sympathy for Mr. Vengeance" apre la trilogia dedicata alla vendetta del regista coreano Chan-wook Park; il film si costruisce proprio su quella spirale di violenza e morte a cui il sentimento di vendetta, sul quale tutte le azioni dei personaggi (soprattutto nella seconda parte del film) si edificano, inevitabilmente conduce. Tale introspezione vede nel personaggio el sordomuto Ryu il suo principale oggetto. La scelta di un protagonista con tali limiti di comunicazione rende il film pieno di silenzi, in cui (come sempre dovrebbe essere in quest'arte) sono le immagini a parlare al posto dei suoni. La progressione narrativa degli eventi è puntata sul rapporto di causa-effetto: ogni vendetta personale apre le porte ad un'altra, creando una catena che si interrompe solamente con la fine del film.
La sua chiave di lettura è contenuta nel titolo stesso: la "comprensione" per la vendetta che il regista cerca di infondere nello spettatore supera quella barriera manicheista tra bene e male, rendendo tutti i suoi personaggi degli incolpevoli burattini che, dopo aver perso tutto, dedicano anima e corpo ai loro desideri iracondi perché sono impossibilitati a perdonare.
Le poche parole che il carnefice di Ryu pronuncia prima di commettere il suo crimine suggellano questa impressione: l'industriale è consapevole delle buone intenzioni che hanno mosso il ragazzo ma non può fare altrimenti. E questa confessione di debolezza non diminuisce l'efferatezza del suo crimine, sicuramente il più sadico fra quelli che il film propone (prima taglia i tendini di Ryu facendolo annegare e poi ne fa a pezzi il corpo).

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venerdì 19 gennaio 2007

Recensione DETOUR - AUTOSTRADA PER L'INFERNO

Recensione detour - autostrada per l'inferno




Regia di Edgar G.Ulmer con Tom Neal, Ann Savage, Edmund MacDonald, Claudia Drake

Recensione a cura di Harpo (voto: 10,0)

"Detour" è un capolavoro assoluto, uno di quei film che ha completamente rivoluzionato l'intera storia del cinema e la cui visione dovrebbe essere obbligatoria, a prescindere dai gusti di ciascun appassionato cinefilo.
Il film di Ulmer è impostato sui canoni del cinema noir, genere molto in voga negli anni '40, presentando ogni peculiarità che questo filone richiede e introducendo degli aspetti che verranno poi riutilizzati da moltissimi maestri americani e non solo (come non pensare a "Mulholland Drive" di Lynch?).
Le caratteristiche del noir sono palesi: a partire dalla narrazione con la voce "fuori campo". A dirla tutta, però, chi narra non lo fa in terza persona: è infatti il protagonista stesso che interviene nella vicenda che ha vissuto in prima persona distribuendo considerazioni e consigli al pubblico e facendo intuire la sua metamorfosi che in realtà è più che altro un'involuzione. Come in ogni noir, sono anche presenti altre figure come quelle femminili della dark lady o della femme fatale. Da ricordare anche che tutta la vicenda narrata, altro non è che un flash-back.

I personaggi sono quattro: Al (incomprensibilmente tradotto Albert nel DVD), Vera, il signor Haskell e Sue (anch'ella ridenominata in Susy). Ogni figura completa l'altra e viene curata in maniera assolutamente geniale dal regista.
A partire da Al, modello perfetto dall'anti-eroe e/o reincarnazione vivente del fallito per antonomasia. Il processo di caratterizzazione attuato da Ulmer per raffigurarci il suo protagonista è assolutamente avveniristico: come già scritto, noi ci troviamo di fronte a un inetto, difficilmente paragonabile agli eroi americani o perfino al terribile (ma simpatico) Caponte di "Scarface". Questa figura presenta una sorta di critica nei confronti del sistema statunitense, indicandoci proprio il tipico americano fallito. La maggioranza del pubblico (ma anche parte della critica) d'oltreoceano, però, non ha mai visto di buon occhio i film che presentano dei falliti come protagonisti e, di conseguenza questo film non ha goduto di grande successo negli States.
Ancora "peggiore" è il personaggio affidato a Edmund MacDonald (che interpreta mr. Haskell), impersonificazione naturale dell'uomo d'affari sporco e scorretto e rappresentato in toni quantomai detestabili. Se in un primo momento il signor Haskell si presenta come un personaggio simpatico e "alla mano", si verrà poi a scoprire che in realtà, dietro a un guscio di falso perbenismo, si nasconde un essere mediocre e senza scrupoli pronto a ingannare perfino il padre per ovviare ai suoi problemi finanziari.
Senza scrupoli è anche la dark lady di "Detour", Vera (interpretata da una seducente Ann Savage) la cui natura non viene mai nascosta da Ulmer: ella è una figura aspra e dura, che sarebbe pronta a tutto pur di arricchirsi.
Infine, in questo turbinio di personaggi quasi "indecenti" ci viene presentata Sue, una bella ragazza tanto dolce quanto ingenua. Convinta di poter trarre giovamento da un suo trasferimento a Los Angeles distruggerà, seppur in modo indiretto, la sua vita e quella di Al.
Ogni personaggio conduce al fallimento il suo compare e il film si trascina in un "terribile" finale che dopotutto è il giusto coronamento dei comportamenti dei protagonisti.

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venerdì 13 ottobre 2006

Recensione THE NAKED CITY

Recensione the naked city




Regia di Jules Dassin con Barry Fitzgerald, Howard Duff, Dorothy Hart, Don Taylor

Recensione a cura di kowalsky (voto: 9,0)

"The Naked City" non è solo il titolo di uno dei più grandi manifesti hardcore della musica sperimentale contemporanea fagocitati nell'inquietante progetto di un musicista affascinante come John Zorn, ma è anche il titolo di un vero e proprio classico del noir cinematografico americano.
Un film che ha fatto giustamente storia, come dimostra la celebre serie di telefilm che ne ha preso il nome, dove Howard Duff (che nel film ha un ruolo non certo da "cittadino rispettoso della legge") rivestiva i panni di un poliziotto.

«Questo non è un film come gli altri» avverte la voce fuori campo, e non si fatica a crederlo.
Innanzitutto, è uno degli omaggi più disincantati e poetici alla città di New York (ribattezzata appunto "Naked City"), alla gente che vi vive e lavora, ad ogni ora del giorno e/o della notte, a coloro che si guadagnano il pane dopo il crepuscolo ("anche una nave può sentirsi stanca o solo un uomo chiede riposo al sonno?"), o che di notte pensano a divertirsi: la mdp inquadra un giovane (Howard Duff per l'appunto) che sarà il principale indiziato del delitto di una bellissima mannequin soffocata e successivamente annegata nella vasca di casa.

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venerdì 21 luglio 2006

Recensione L'INFERNALE QUINLAN

Recensione l'infernale quinlan




Regia di Orson Welles con Charlton Heston, Janet Leigh, Orson Welles, Joseph Calleia, Akim Tamiroff, Joanna Cook Moore, Marlene Dietrich, Zsa Zsa Gabor

Recensione a cura di Aliena

Il titolo originale, Touch Of Evil, viene, secondo la svilente tradizione italiana del gran attore, tradotto ne L'infernale Quinlan che, tengo a precisare, non è propriamente l'interprete principale; infatti tutti i torbidi, grigi e indefiniti personaggi, che viscidamente si affrontano su questa vacillante pellicola, sono protagonisti: ognuno di loro viene personalmente lambito dal "Tocco del Malefico".
Questo film vanta diversi cameo tra i più importanti attori del tempo, che espressero fortemente il desiderio di recitare per -e- con Welles: star del calibro di Marlene Dietrich, Tza Tza Gabor, Janet Leigh, Charlton Heston, ... senza contare che fu proprio per quest'ultimo che i produttori, affidarono la realizzazione del film a Welles; Heston quando venne scritturato si rifiutò di recitare se a dirigerlo non ci fosse stato quel sommo genio creatore di Orson.

Lavorando sull'omicidio del più ricco petroliere della zona, Vargas novello sposo, giovane e statuario poliziotto modello mosso dall'alto ideale della giustizia assoluta che trascende l'umano, si trova ad affrontare Quinlan, solo,vecchio e deformato agente corrotto nello spirito e nel corpo, che non esita a piegare la legge al suo volere.
La trama è tra le più ovvie, una storia del genere noir hollywoodianamente standardizzata, ovviamente non ideata e tanto meno scelta dal prodigioso Welles, ma imposta da una Hollywood che costringeva a regole ferree le caratterizzazioni dei generi, e, il noir doveva essere facile: bianco su nero.
Lo spettatore doveva capire da subito chi era il virtuoso eroe senza macchia da ammirare e chi il ripugnante antieroe da disprezzare.
Ma a questo, decisamente troppo semplice filo di una trama in cui poco crediamo tutti noi, l'impossibile Welles non ci sta, pur sapendo che non può andare contro la schiacciante volontà di Hollywood che già lo detesta per aver minato definitivamente, 17 anni prima, le basi del proprio sistema cinematografico, con Quarto Potere, film che ha cambiato per sempre le sorti della settima arte, nonché attirato verso di lui l'ire funeste di tutti quei registi e produttori che si erano sempre chinati al compiacimento di un fare cinema per famiglie bigotte.
Se solo compie un passo falso (un altro), la minacciosa promessa è di tagliarlo fuori.
Così come un novello Ariosto inganna (per l'ennesima volta) il proprio padrone, lasciando una parvenza di patinato controllo: di fatto esternamente la trama rimane immutata, ma internamente fa implodere e scardina tutto il possibile, mettendo in scena il vero teatro della vita, quella degli uomini.
Acuisce il conflitto di mentalità che esplode tra i due poliziotti, dimenticando volutamente le connotazioni poliziesche dell'indagine sull'attentato.
Sarà il suo ultimo film americano.

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lunedì 8 maggio 2006

Recensione RAPINA A MANO ARMATA

Recensione rapina a mano armata




Regia di Stanley Kubrick con Sterling Hayden, Vince Edwards, Coleen Gray, Jay C. Flippen, Ted De Corsia

Recensione a cura di Giordano Biagio

Terzo lungometraggio per Kubrick.
Nel 1956, quando realizzò Rapina a mano armata, Stanley Kubrick compiva 28 anni. La sua storia di cineasta era già densa di riferimenti professionali e biografici importanti. A sedici anni aveva iniziato una collaborazione con la rivista "Look" con servizi fotografici di alto livello; a diciotto era andato a vivere a Greenwich Village con la prima moglie Toba Metz: aveva già girato diversi cortometraggi e Fear and Desire.
Rapina a mano armata (The Killing) fu il primo dei tre film prodotti dalla coppia Harris-Kubrick (gli altri sono Lolita e Orizzonti di gloria). Il duo nonostante avesse svolto un notevole lavoro, ricco di risultati promettenti e ampiamente riconosciuti dai critici, si scioglierà nel '62.
The Killing è tratto dal libro Clean Break di Lionel Withe. La sceneggiatura è stata redatta dallo stesso Kubrick coadiuvato dallo scrittore Jim Thompson. La brillante e nitida fotografia del film è di Lucien Ballard: sempre monitorata dall'attento Kubrick.

Uno degli aspetti più interessanti di questo film riguarda un'invenzione narrativa di rilievo: il flashback sincronico, che è una delle diverse tecniche narrative presente nel libro: Clean Break. Essa è stata estrapolata e faticosamente rielaborata da Kubrick in una direzione più cinematografica; il regista la rende idonea a sostenere i valori visivi classici che doveva assumere nel linguaggio di immagini in movimento. Inoltre questa tecnica si discosta, in parte, da come viene presentata nel romanzo, non poteva essere trasposta nel film fedelmente a causa di una difficoltà intrinseca nella capacità semiologica del cinema a sostituire pensieri scritti con immagini. E' infatti molto arduo tradurre tecniche, composte per sequenze letterarie, in meccanismi strutturati da immagini perché occorre trovare scene che scorrano allo stesso modo dello scritto (C. Metz, Semiologia del cinema).
Kubrick traspone ciò che, delle stecche narrative presenti nel libro, gli sembra trasformabile in scene rispettose del gusto visivo vigente. A proposito intravede, con sicurezza e lungo una riflessione dell'importanza del gioco delle condensazioni, uno dei meccanismi principali che caratterizza lo stile del libro di Withe: la tecnica dell'interruzione della linea narrativa; qualcosa che dà un sapore estetico nuovo mettendo in campo dei noti flash-back ma con caratteristiche un po' particolari; essi infatti illustrano, da angolazioni diverse ma nella stessa unità di tempo, alcune scene chiavi del film. Queste tecniche vengono denominate flash-back sincronici perché ripropongono l'attenzione visiva sull'oggetto dell'ultima scena in gioco, osservandolo sempre nello stesso intervallo di tempo ma in relazione con ciò che gli accade in un luogo diverso, iniziando le riprese da puzzle prima della partenza della scena chiave già vista. Se ne ricava un importante effetto estetico che sembra portare a una maggiore partecipazione al film, come se le diverse angolazioni visive con cui si osserva la stessa scena e il venire a contatto con quanto è accaduto prima del suo inizio portasse lo spettatore a una maggiore presenza nel film.
Ad esempio: consideriamo l'intervallo di tempo che racchiude la scena della lite tra il russo Maurice e i poliziotti nel bar dell'ippodromo. La lite è provocata ad arte dalla banda di Clay per distrarre dal loro lavoro principale i poliziotti addetti alla protezione degli incassi. Kubrick - girata questa scena con maestria, coadiuvato in ciò da una prestazione superba di Kola Kwariani nella parte del lottatore Maurice - ci porta nel tempo di una scena contigua alla scena della lite, una scena situata in un altro luogo, dove si svolge dunque qualcosa di temporalmente simultaneo ma diverso nei contenuti: quindi lo spettatore osserva due scene distinte, rappresentate in luoghi diversi nella stessa unità di tempo. Lo spettatore segue lo scorrere delle scene da angolazioni diverse allargando il suo orizzonte visivo del film: quindi il suo significato.

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mercoledì 29 marzo 2006

Recensione IL BACIO DELL'ASSASSINO

Recensione il bacio dell'assassino




Regia di Stanley Kubrick con Frank Silvera, Jamie Smith, Irene Kane, Jerry Jarret, Ruth Sobotka

Recensione a cura di Giordano Biagio

Secondo lungometraggio per Kubrick che firma anche il soggetto originale, la sceneggiatura, la fotografia, il montaggio e la produzione. Realizzato nel 1955 in 20 giorni per 75.000 dollari.
Kubrick rielabora sapientemente alcuni codici tipici del genere noir preannunciando quella che sarà la funzione artistica più significativa della sua storia di grande cineasta: potenziare il sistema dei generi Hollywoodiani dandogli nuove forme linguistiche e assemblaggi intercomunicativi di rilievo. Kubrick lascia il segno in quella che è da sempre una delle sfide storiche del cinema: portare la filmitudine del film, cioè la sua capacità di designare se stesso (attraverso la sintassi e la morfologia linguistica iconica), a livelli più elevati; ciò al fine di dare maggiore spessore comunicativo e scorrevolezza narrativa al racconto filmico. Kubrick gioca questa partita nel campo delle enunciazioni impersonali o luoghi filmici (Christian Metz) dando un contributo tecnico vincente perché costituito da teoremi visivi nuovi in grado di tradurre sempre meglio i pensieri in immagini.

Questo film consente autorevolmente al pubblico di fare esperienza con il talento straordinario di Kubrick. Talento che si precisa e si riconosce nella capacità del regista di rappresentare una storia senza mai sfilacciarne la corda narrativa. Questione anche di studio e di lavoro (20 ore al giorno) nonché di idee puntualmente chiare sugli obiettivi da raggiungere: quale l'andare oltre l'inventato avvalendosi della forza-risorsa che il confronto incessante con i limiti linguistici dei film del passato gli dava.

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