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lunedì 23 settembre 2013

Recensione THE EAST

Recensione the east




Regia di Zal Batmanglij con Alexander Skarsgård, Ellen Page, Julia Ormond, Brit Marling, Toby Kebbell, Patricia Clarkson, Shiloh Fernandez

Recensione a cura di HollywoodUndead (voto: 7,5)

"Noi siamo The East, non ci importa quanto siate ricchi, vogliamo che tutti i colpevoli provino sù loro stessi l'orrore dei proprio crimini... Mentiteci... Vi mentiremo... Spiateci... Vi spieremo... Avvelenateci, vi avveleneremo. Cominceremo la nostra opera di terrorismo globale attaccando nei prossimi sei mesi tre note multinazionali... E questo è solo l'inizio".

"The East" è il secondo lungometraggio del regista Zal Batmanglij, pellicola che narra le gesta di un pericolosissimo gruppo di eco-terroristi il cui unico scopo è quello di colpire le corporazioni più potenti che stanno distruggendo il pianeta.

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venerdì 27 gennaio 2012

Recensione ACAB - ALL COPS ARE BASTARDS

Recensione acab - all cops are bastards




Regia di Stefano Sollima con Pierfrancesco Favino, Marco Giallini, Filippo Nigro, Domenico Diele, Andrea Sartoretti

Recensione a cura di peucezia

Acronimo di ALL COPS ARE BASTARDS, espressione mutuata dal gruppo inglese anni ottanta skinhead The 4-skins, il film di Stefano Sollima (sua la fiction tratta dal film Romanzo Criminale), si ispira al romanzo di Carlo Bonini, giornalista di Repubblica.

Protagonisti a tutto tondo un gruppo di celerini romani, poliziotti estremi, vittime e carnefici di un mondo cupo e violento che sembra non avere spiragli di bontà.

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martedì 8 febbraio 2011

Recensione GANGSTER STORY

Recensione gangster story




Regia di Arthur Penn con Warren Beatty, Faye Dunaway, Michael J. Pollard, Gene Hackman, Estelle Parsons, Denver Pyle, Dub Taylor, Evans Evans, Gene Wilder

Recensione a cura di amterme63 (voto: 8,5)

Una delle tante contraddizioni degli Stati Uniti d'America è quella di essere una delle nazioni più severe e punitive nei confronti del crimine e allo stesso tempo avere verso la figura del criminale un'attenzione particolare, quasi una venerazione, tanto da trasformarlo a volte in fonte di mito.
L'immaginario collettivo proietta in queste figure estreme e ai limiti del vivere sociale tutte le proprie frustrazioni e i propri desideri repressi. Non c'è da meravigliarsi quindi se il criminale è una delle figure che appare più spesso sullo schermo delle sale cinematografiche, addirittura fin dalla nascita di questa arte (vedi "The Great Train Robbery").

Il modo con cui viene rappresentato il criminale nei film, l'atteggiamento riservato nei suoi confronti è una preziosa testimonianza dell'atmosfera culturale di un dato periodo storico. Non c'è niente di meglio quindi per conoscere i sentimenti collettivi dell'America degli anni '60, che guardare il capolavoro di Arthur Penn "Gangster Story", meglio conosciuto con il suo titolo originale di "Bonnie and Clyde", uscito nel 1967.
Questa però non è l'unica ragione per riesumarlo alla memoria del presente. Si tratta di un film tecnicamente di grande qualità, dalla sceneggiatura appassionante e senza una sbavatura, interpretato da attori sfolgoranti nella loro gioventù, bellezza e bravura, dotato di una fotografia affascinante (vincitrice di un Oscar), pieno di ironia, sentimento, azione.
Insomma, una serata in compagnia di questo film è senz'altro una serata culturalmente ed esteticamente appagante.

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martedì 21 dicembre 2010

Recensione ASSASSINIO SUL TEVERE

Recensione assassinio sul tevere




Regia di Bruno Corbucci con Tomas Milian, Roberta Manfredi, Marina Lante Della Rovere, Enrico Luzi

Recensione a cura di peucezia

Anni Settanta: contestazioni e terrorismo sono all'ordine del giorno. E' in questo clima che nasce il genere cinematografico definito "poliziottesco", risposta italiana ad un genere USA che vede le sue punte di diamante ne "Il giustiziere della notte" con Charles Bronson e la serie dell'ispettore Callaghan con Eastwood (per non parlare del capostipite "Serpico" con Al Pacino).

Un tipico film "poliziottesco" è cruento e non si preoccupa di mostrare morti ammazzati nonché di usare un linguaggio sboccato (almeno per i tempi).
Nella lunga serie di pellicole del genere spiccano quelle che vedono come protagonista Nico Giraldi (alias l'attore cubano Tomas Miliàn), un agente di polizia molto sui generis con look a metà tra Che Guevara e un fricchettone tipico dell'epoca.

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giovedì 26 agosto 2010

Recensione LA BANDA DEL BRASILIANO

Recensione la banda del brasiliano




Regia di John Snellinberg con Carlo Monni, Luke Tahiti, Luca Spanò, Gabriele Pini, Alberto Innocenti, Massimo Blaco, Luigi Milo

Recensione a cura di pompiere (voto: 8,0)

Vaiano, comune in provincia di Prato. Paese di diecimila anime che ha dato i natali a Fiorenzo Magni, uno dei pochi ciclisti in grado di rivaleggiare con Coppi e Bartali. Un "vecchio" come non ce ne stanno più, esponente di una generazione che qualcuno considera ancora sana e di imbattibile caratura morale.

La pensano così gli autori de "La banda del brasiliano", film che ricorda da subito i classici "poliziotteschi" degli anni '70, dato il poster in bella vista di "Roma violenta" con Maurizio Merli, e quelli di altri film di Castellari, Fulci, Lenzi. Grazie ai movimenti nervosi della macchina a mano e alle gradevolissime musiche originali con tanto uso di basso, chitarra elettrica, sax e tromba, votate spesso a ritmi sincopati, i volti da "kriminali", rappresentanti di una generazione allo sbando senza riferimenti economici stabili, danno un senso al valore culturale in cui avevano creduto quando erano giovani, quando correvano con i go-kart, si baloccavano con i filmini super 8 e tiravano tardi al night.

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lunedì 11 gennaio 2010

Recensione CRIMINAL STORY

Recensione criminal story




Regia di Claude Chabrol con Claude Chabrol, Saro Urzì, Michel Bouquet, Christian Marquand, Maurice Ronet, Jean Seberg

Recensione a cura di Giordano Biagio

Il film inizia con la scena dell'approdo di una nave passeggeri nel porto del Pireo (Atene), da dove una lunga e stravagante automobile targata Cairo, guidata da un certo Socrate, prestigiatore, sbarca sul molo.
Al controllo doganale l'uomo subisce un fermo di polizia perché sulla sua macchina viene trovata una piccola scatola elettronica nera, della cui presenza Socrate non riesce a dare alcuna spiegazione, insospettendo seriamente le autorità.
Interrogato, l'uomo confessa che, emettendo un segnale a forte intensità, le scatole sono in grado disturbare tutto il sistema radar delle navi circolanti nel mediterraneo, dopodiché si uccide con una pastiglia di cianuro.

Le autorità Greche, consapevoli del grave problema che si sta creando nel mediterraneo, si uniscono con gli Stati Uniti e gli altri alleati NATO, in un comune lavoro di spionaggio.
Il capo dei servizi segreti americani in Grecia è Sharps (Michel Bouquet), finto commerciante che ha la sua sede operativa in un negozio di dolciumi a Corinto; l'uomo si avvale della collaborazione di Robert Ford (Cristian Marquand), Dex (Maurice Ronet), Shanny (Jean Seberg).
Robert e Shanny sono fidanzati, intendono sposarsi a fine missione, Dex e Sharps, ex pretendenti della bella Shanny, da lei respinti da tempo, conservano segretamente nel cuore la speranza di poterla, nonostante tutto, un giorno conquistare.

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venerdì 8 gennaio 2010

Recensione FRANK COSTELLO FACCIA D'ANGELO

Recensione frank costello faccia d'angelo




Regia di Jean-Pierre Melville con Alain Delon, Nathalie Delon, François Périer, Cathy Rosier

Recensione a cura di kowalsky (voto: 9,0)

"Io non perdo mai, non è mai successo..."
(Frank Costello)

Una magnifica triade, quella del noir francese. Henry Georges - Clouzot, Jacques Becker e - poco meno che contemporaneo - Jean Pierre Melville.
Tre autori decisamente diversi ma legati da un filo conduttore in comune, ovvero l'ammirazione incondizionata per i classici americani e al tempo stesso la capacità di perpetrarli in una dimensione europea.
In realtà il cinema francese ha sempre avuto un amore profondo verso il genere poliziesco, e in particolare il noir. Pensiamo anche ad autori "minori" come Henry Verneil, o a maestri raffinati usciti dalla prima Nouvelle Vague - Chabrol o Godard su tutti - fino agli anni più recenti (il cinema dei Leconte, di Kassovitz, numerose serie televisive).

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venerdì 4 dicembre 2009

Recensione MILANO CALIBRO 9

Recensione milano calibro 9




Regia di Fernando Di Leo con Philippe Leroy, Lionel Stander, Frank Wolff, Mario Adorf, Barbara Bouchet, Gastone Moschin

Recensione a cura di pompiere (voto: 8,0)

Ugo Piazza, alias Gastone Moschin, esce dopo 3 anni dalla prigione di San Vittore grazie a un'amnistia e l'accoglienza che riceve non è tra le più simpatiche.
Alcuni scagnozzi inviati da un tipo chiamato l'Americano lo seguono, lo sequestrano e lo picchiano, cercando di farlo parlare in merito alla sparizione di 300.000 dollari americani avvenuta poco prima del suo arresto.
Nella colluttazione gli vengono sottratti anche la carta d'identità e il permesso rilasciato dal carcere.
A Piazza non rimane altro che rivolgersi al commissario di polizia che lo conosce benissimo per i suoi trascorsi, il quale gli chiede una collaborazione per capire come si svolge il passaggio tra corrieri nello smistamento di soldi riciclati dall'organizzazione dell'Americano...

Buonissimo film di genere, il cosiddetto "poliziottesco", ma con evidenti venature noir, "Milano calibro 9" è diretto da Fernando Di Leo, un artigiano nel senso più stretto del termine.
Si vede che l'approccio verso lo strumento cinema è spesso arrangiato e un po' approssimativo, tuttavia il film si presenta come un valido prodotto indipendente girato con un budget risicato.

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lunedì 15 settembre 2008

Recensione IL BRACCIO VIOLENTO DELLA LEGGE

Recensione il braccio violento della legge




Regia di William Friedkin con Gene Hackman, Fernando Rey, Roy Scheider, Marcel Bozzuffi

Recensione a cura di The Gaunt (voto: 8,5)

Nel 1962 due agenti della narcotici newyorkese, Eddie Egan e Sonny Grosso, portano brillantemente a termine una delle più famose operazioni antidroga in territorio statunitense. Il quantitativo di eroina sequestrato ammonta a 50 chilogrammi: un successo prima di allora senza precedenti. Questo importante fatto di cronaca fu d'ispirazione allo scrittore Robin Moore che ne trasse un romanzo di un certo successo, subito opzionato dal produttore cinematografico Philip D'Antoni ("Bullit").
Lo stesso produttore adocchiò un giovane e promettente regista, William Friedkin, autore di pellicole apprezzate come "Quella notte inventarono lo spogliarello", "Festa di compleanno" e "Festa di compleanno del caro amico Harold". Oltre a ciò Friedkin, prima di dedicarsi completamente al cinema, vantava anche un discreto curriculum televisivo dove si era fatto notare per dei documentari. Uno di essi, in particolare, si intitolava "The thin blue line", resoconto di una giornata passata accanto alle forze dell'ordine di S. Francisco, una specie di "Real TV" ante litteram che convinse D'Antoni ad affidare la regia al giovane Friedkin.
Questa in sostanza è la genesi di una delle pellicole più importanti del genere poliziesco degli anni 70. Il titolo del film ebbe la stessa denominazione dell'operazione antidroga compiuta circa dieci prima: "The French Connection".

Due poliziotti della squadra narcotici di New York (Jimmy Doyle e Buddy Russo) dalla vita sregolata, solitaria, e dai metodi assai violenti, sono in difficoltà con i superiori a causa di alcune operazioni fallite. Basandosi unicamente su vaghi indizi, riescono ad intercettare un'importante spedizione di stupefacenti proveniente da Marsiglia, coordinata da un misterioso e raffinato trafficante francese (Alain Charnier). Affiancati e sorvegliati da due compagni di lavoro, inizia per Doyle e Russo un'indagine complessa fondata su estenuanti pedinamenti, avara di progressi e ricca di insuccessi, che diverrà una vera ossessione. Charnier nel frattempo elude la sorveglianza, ed aiutato da complici americani (Weinstock e Boca), dal killer Pierre Nicoli e dal famoso attore tv Henry Deveraux, fa giungere, a bordo dell'auto di quest'ultimo, la partita di droga in città. Durante il viaggio di ritorno a N.Y. Alain chiede a Pierre di eliminare Doyle. Persa la fiducia da parte dei suoi superiori, Doyle perde il caso ma mentre sta rientrando a casa viene subisce un agguato da Nicoli, piazzato come un cecchino su un tetto. Doyle ingaggia così un lungo inseguimento ma Pierre riesce a prendere un treno e, dopo aver ucciso un poliziotto, a sequestrare il guidatore ed a far continuare la corsa del mezzo oltre la stazione successiva dove Doyle, dopo aver sottratto l'auto ad un cittadino, si stava lanciando.
Pierre, messo alle strette, è costretto ad uccidere anche un controllore e quando al guidatore prende un malore, il treno si va a scontrare con un convoglio fermo sulle rotaie alla stazione seguente. Doyle, che lo ha seguito in un pericoloso inseguimento, riesce a rintracciarlo alla stazione e lo fredda sparandogli alle spalle. Poco dopo sia lui che Russo sono sulle tracce di Boca che ritira da un garage l'auto dell'attore francese e la parcheggia vicino al ponte di Brooklyn dove i due poliziotti si appostano. Dopo un interminabile perquisizione fatta smontando letteralmente il veicolo trovano l'eroina, salvo restituirla nell'automobile apparentemente intatta, per non dare sospetti e poter individuare il luogo dello scambio.

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lunedì 5 aprile 2004

Recensione HEAT - LA SFIDA

Recensione heat - la sfida




Regia di Michael Mann con Robert De Niro, Al Pacino, Jon Voight, Val Kilmer, Amy Brenneman, Natalie Portman

Recensione a cura di requiem

"Quando il cinema diventa leggenda". E' la scritta che compare sulla locandina di "Heat". E' vero, perché questo film è un capolavoro. Attori come Robert De Niro e Al Pacino, più tutta una serie di comprimari di non poco conto, una regia in stato di grazia, delle sequenze indimenticabili, una fotografia bellissima, del fidato di Michael Mann, Dante Spinotti. "Heat" è praticamente il poliziesco perfetto.
Partiamo dalla trama. La storia è classica. C'è un rapinatore, Neal Mcloley, interpretato da De Niro, che insieme ai propri compagni, vuole rapinare una banca. Poi c'è un poliziotto, Vincent Hanna, interpretato da Al Pacino, che vuole fermarlo a tutti i costi. I due si sfidano e giocano al gatto e al topo. Raccontato così potrebbe sembrare una banale storia di guardie e ladri, come troppo spesso si vedono al cinema, fin dagli anni d'oro di Hollywood. Invece la pellicola di Mann è di una complessità estrema.
Il regista narra in tre ore di film le storie di tutti i personaggi che sono coinvolte nella vicenda. Vi è da parte di Mann un'attenta analisi psicologica, che coinvolge gran parte dei protagonisti. Ognuno di essi ha i propri problemi, la propria storia, il proprio passato. Ognuno affronta una diversa realtà quotidiana. C'è il rapinatore, uomo solitario dal passato misterioso, che un giorno incontra una donna di cui si innamora. Eppure la storia si rivela difficile perché incompatibile con la sua filosofia. "Una volta uno mi ha detto "Non fare entrare nella tua vita niente da cui tu non possa sganciarti in trenta secondi netti se senti puzza di sbirri dietro l'angolo"." Questa è la frase con cui De Niro racconta a Pacino la storia che sta vivendo.
Poi c'è il poliziotto, Vincent Hanna, tre matrimoni alle spalle, e uno molto vicino al fallimento, con una figliastra con un sacco di gravi problemi.
E poi ancora c'è l'altro rapinatore interpretato da Val Kilmer, con una moglie e una figlia e una passione per il gioco d'azzardo.
E oltre a questi protagonisti ci sono anche una miriade di altri personaggi co protagonisti: il nero appena uscito di prigione che si fa coinvolgere nella rapina, gli altri 2 rapinatori, Tom Sizemore, che si fa chiamare Viscido e il quarto membro della banda, interpretato da Danny Trejo. E poi ancora Roger Van Sent (William Flethcer) e l'organizzatore dei colpi che da protezione ai fuggitivi (John Voight).

Tre ore di film bastano appena per raccontare e intrecciare le vicende che vivono tutti i personaggi coinvolti. Si può capire dunque che "Heat" non è il solito poliziesco guardia e ladri all'americana. Anzi le caratteristiche che presenta sono del tutto insolite nel panorama hollywoodiano di oggi. Il tutto viene fatto con una perfetta scelta dei tempi, il raffronto tra i due protagonisti avviene prima a distanza e poi diventa progressivamente sempre più ravvicinato, fino alla sequenza "simbolo" del film in cui De Niro e Pacino si siedono come vecchi amici ad una tavola calda a bere un caffè. In questa scena i due si raccontano le loro vite, e scoprono che, pur essendo seduti ai lati opposti di un tavolo, hanno due vite, travagliate e con grosse difficoltà, ma del tutto simili. Questa famosa sequenza in cui la guardia e il ladro si lanciano i rispettivi avvertimenti e si sfidano, è anche importante perché riunisce allo stesso tavolo in pratica i due migliori attori americani, Pacino e De Niro che per la prima volta si trovano faccia a faccia.
Oltre a questa, centrale, nel film assistiamo a diverse sequenze da antologia. La prima rapina è un assaggio di quella che c'è alla fine. Entrambe presentato un realismo molto insolito e impressionante. Più che una sequenza d'azione si tratta di 2 vere e proprie azioni militari che finiscono in una carneficina. Mann non parla assolutamente di eroismi. Tutti i personaggi presentati sono infatti dei perdenti. C'è chi non può vivere una propria vita privata per la professione che fa, chi trascura la propria famiglia, e chi ancora si gioca gran parte degli "incassi" delle rapine al casinò. Questo si riflette anche sulle scene delle rapine. Mann punta più possibile a costruire delle sequenze spettacolari, senza mai strafare, e senza particolari estetismi, ma sempre estremamente realistiche. Un senso di amarezza pervade lo spettatore quando il primo dei 5, viene colpito dalle pallottole e la sua fidanzata scopre l'accaduto al telegiornale.
Un'altra sequenza molto bella è quella dell'incontro tra Amy Brenneman e Robert De Niro, prima nella biblioteca e poi a casa di lui.
C'è un romanticismo quasi inesistente nel cinema hollywoodiano odierno. Il loro discorso sul balcone dove di sfondo si vedono tutte le luci della città è molto suggestivo. Il tutto è aiutato sicuramente dalla fotografia molto elegante di Dante Spinotti, costante collaboratore di Mann, e poi anche dalla ottima colonna sonora, che si sposa benissimo con le atmosfere della pellicola.
Infine un'altra scena molto bella è quella finale nel quale Ashley Judd fa segno a al marito Kilmer di scappare. L'espressione piena di amarezza dell'attore in quel momento è molto significativa. Non viene catturato ma anche lui ha perso, come i suoi compagni. Non potrà più rivedere ciò a cui teneva di più, sua moglie e sua figlia.
Insomma come in un film di Sam Peckinpah, Michael Mann parla di perdenti, e non fa alcuna distinzione tra i buoni e i cattivi. La scena in cui Pacino e De Niro parlano in un bar ne è la prova.
I due si sfidano, dicono quello che farebbero, raccontano la propria vita, ma non sono poi molto differenti. Entrambi a causa della loro "professione" trascurano i propri familiari o chi li ama.

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