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mercoledì 5 settembre 2012

Recensione BUONGIORNO, NOTTE

Recensione buongiorno, notte




Regia di Marco Bellocchio con Maya Sansa, Luigi Lo Cascio, Pier Giorgio Bellocchio, Giovanni Calcagno, Roberto Herlitzka, Paolo Briguglia

Recensione a cura di Terry Malloy

Fornire un resoconto dettagliato di ciò che è un film come "Buongiorno, Notte" è assai arduo. Come per gli altri film di Marco Bellocchio, una delle teste di serie del cinema italiano, esso rivela una complessità stilistica e tematica così articolata da scoraggiarne un'analisi in chi si avvicina a questo suo capolavoro. Questo per la delicatezza dell'argomento trattato (il rapimento e i cinquantacinque giorni di prigionia di Aldo Moro nella Primavera del 1978), e per la profondità della sceneggiatura, e infine per la qualità tecnica della mise en scene cinematografica, la quale, lungi dall'essere mero esercizio di stile, si pone come immagine formale del discorso che sfoglia, inquieto, le pagine dello script.

E con una sceneggiatura il film inizia. "Una sceneggiatura... che strano.", dice Mariano (il capo dell'intera operazione, interpretato da Luigi Lo Cascio) rovistando fra le cose del Presidente, appena rapito.
Il problema di un film come "Buongiorno, Notte" è che è facilmente ascrivibile, catalogabile. Di solito l'etichetta di genere è "storico", ossia di una pellicola che tratta (in maniera romanzata) un fatto realmente accaduto del passato. Lo spettatore allora guarda al film come una semplice rivisitazione, vuole rivivere eventi che magari ha esperito direttamente o di cui invece ha sempre sentito parlare tramite racconti, interviste, lezioni, articoli e libri. Un fatto come quello del sequestro e dell'omicidio dell'allora Presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse è bene o male un fatto verso cui ogni italiano di media cultura è spinto prima o poi a confrontarsi. Ma perché narrare eventi così tragici e ambigui? Perché dovremmo voler rivedere l'agonia di colui che in fondo, al di là del dibattito politico, è stato un grande italiano? La risposta che ci diamo è probabilmente che questo è il mandato di un cinema civile di cui Bellocchio, Bertolucci, Giordana e Pasolini sono stati i principali promotori. Un cinema sociale, storico, politico che non ha nulla da invidiare alla letteratura di analoghe tendenze, un cinema che ha dato in ogni stagione del cinema italiano risultati di grande respiro. Ma "Buongiorno, Notte" esce nel 2003, a venticinque anni dalla tragica scomparsa del deputato; questo avvalora ancor più la tesi di un'appartenenza totale del film al genere dei film "storici", portandoci a considerarlo dunque una rivisitazione di un fatto importantissimo e cruciale della storia italiana, che sconvolse l'opinione pubblica anche estera e che modificò (in parte) gli assetti politici e istituzionali del Paese. Un modo del cinema di confrontarsi con una realtà tragica e destabilizzante le coscienze, il che è avvenuto e avviene spesso in campo artistico in ogni parte del mondo. Il problema è che quella di Bellocchio, se accettiamo in linea di principio essere una rivisitazione storica del caso Moro, è sicuramente e problematicamente una rivisitazione sui generis.

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mercoledì 13 giugno 2012

Recensione SPARTACUS

Recensione spartacus




Regia di Stanley Kubrick con Kirk Douglas, Jean Simmons, Laurence Oliver, Tony Curtis, Charles Laughton, Peter Ustinov

Recensione a cura di Giordano Biagio (voto: 9,0)

Il sipario del film si apre sulle miniere romane della Libia nel 79 a.c., Spartaco è uno schiavo di straordinaria costituzione fisica e integrità psichica, di origine trace (oggi parte della Turchia occidentale e della Grecia), addetto al trasporto delle pietre minerali ricavate dalle rocce, un giorno, dopo aver soccorso un compagno svenuto dalla fatica, Spartaco viene aggredito da un soldato romano addetto alla sorveglianza, che lo frusta selvaggiamente, il trace si ribella prontamente addentandogli con rabbia una gamba. Questo episodio segnerà il destino di Spartaco. Incatenato per punizione a una roccia, sotto un sole cocente, prossimo all'agonia, diventa facile preda di aquile e corvi. Lo salva dalla morte l'arrivo sul posto di Lentulo Battiato (un ottimo Peter Ustinov) padrone a Capua di una rinomata scuola di gladiatori romani, il quale, rimasto colpito dalle descrizioni su ribellismo di Spartaco, fattegli dall'ufficiale romano, decide di prenderlo con sé per farlo diventare un buon gladiatore.

Spartaco a Capua accetta rassegnato le regole della scuola, finché esse vengono rispettate da tutti. Ma un giorno Lentulo Battiato, per non inimicarsi Crasso (Laurence Olivier), politico appartenente ai vertici dell'Impero romano, e per non rinunciare a una grossa somma di sesterzi da lui offerta, decide di metter su nella sua arena di Capua un duello a morte tra gladiatori, uno spettacolo che viola l'etica della prestigiosa scuola. Il trace nel duello con un suo compagno nero avrà la peggio, ma il nero gli risparmierà generosamente la vita e cercherà di uccidere Crasso arrampicandosi sul terrazzo dal quale egli assisteva allo spettacolo. Un soldato romano prontamente lo trafiggerà nella schiena con una lancia.

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martedì 3 aprile 2012

Recensione QUIJOTE

Recensione quijote




Regia di Mimmo Paladino con Peppe Servillo, Lucio Dalla, Ginestra Paladino, Enzo Moscato, Alessandro Bergonzoni, Enzo Cucchi, Lorenzo Palmieri, Martin Reicht, Carlo Alberto Anzuini, Marco Alemanno, Gabriella Petti, Angelo Curti, Alfonso Beatrice, Carlo Quartucci, Edoardo Sanguineti, Carla Tatò, Roberto De Francesco, Remo Girone, Paolo Petti, Daghi Rondanini

Recensione a cura di peucezia

Anche se presentato per la prima volta nel 2006 alla 63 mostra cinematografica di Venezia e successivamente in diverse rassegne internazionali, "Quijote" è uscito sui circuiti nazionali della distribuzione indipendente e on demand sulla rete solo il 23 marzo, forse cinicamente sfruttando l'effetto mediatico della recente scomparsa di uno dei suoi interpreti, Lucio Dalla, che impersona il fido scudiero Sancho Panza.

Il film di Mimmo Paladino, artista contemporaneo molto noto all'estero (sue opere sono esposte a New York e Londra nei maggiori musei d'arte moderna) si avvale di attori di stampo teatrale quale Peppe Servillo, che allampanato e dallo sguardo allucinato ben incarna il visionario cavaliere dalla "triste figura", come Cervantes, autore dell'immortale romanzo, definì il suo personaggio.
Alessandro Bergonzoni recita nel ruolo di un mago affabulatore e Remo Girone nei panni macabri della Morte.

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lunedì 3 ottobre 2011

Recensione LUTHER

Recensione luther




Regia di Eric Till con Joseph Fiennes, Sir Peter Ustinov, Alfred Molina, Bruno Ganz, Claire Cox, Jonathan Firth

Recensione a cura di foxycleo (voto: 6,5)

Eric Till è un regista britannico, classe 1929, che ha diviso la propria professione tra televisione e cinema. Per la prima ha diretto numerosi film ed episodi di serie come "True Crime" e "Le strade di San Francisco"; per il cinema nel 2003 gira "Luther", un film storico che ha il merito di far conoscere a un ampio pubblico la vicenda di un personaggio storico di monumentale importanza.

Martin Lutero, nato nel 1483 a Eisleben (Turingia), paese dominato da una fede di stampo ancora medievale, nel 1501 si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza di Erfurt, quindi improvvisamente nel 1505 decide di farsi monaco. Come si evince anche dal film, prosegue negli studi e nel 1513 assume l'insegnamento teologico a Wittenberg (Sassonia). Egli inizia a predicare due principi che diventeranno fondamentali della propria dottrina (ispirati dalla "Lettera ai Romani" dell'apostolo Paolo): sola scriptura e sola fide: "un semplice laico armato della Bibbia deve essere creduto più del papa o del concilio che ne siano privi".
Lutero (interpretato da Joseph Fiennes) arrivò ad affermare il sacerdozio universale dei laici per negare, in maniera ferma, il ruolo della Chiesa come ente scisso dalla società degli uomini. Martin Lutero si sposerà con un ex-monaca senza smettere di predicare il proprio pensiero, fatto che Till rileva proprio nella parte finale del film.

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mercoledì 2 marzo 2011

Recensione IL DISCORSO DEL RE

Recensione il discorso del re




Regia di Tom Hooper con Colin Firth, Guy Pearce, Helena Bonham Carter, Timothy Spall, Geoffrey Rush, Jennifer Ehle

Recensione a cura di ferro84 (voto: 6,5)

Quanto può essere difficile guidare una nazione? Quanto, nel momento più delicato della sua storia? E se questa responsabilità cadesse su un uomo che desidera vivere lontano dalla responsabilità pubbliche? "Il discorso del Re" affronta queste domande raccontando la storia di George Frederick Ernest Albert, meglio noto come re Giorgio VI e delle vicende che porteranno alla sua salita al trono.
Vincitore di ben quattro premi Oscar nelle categorie principali (dopo ben 12 candidature), "Il discorso del Re" è tra i film maggiormente attesi dell'anno, una precisa biografia storica che riesce a delineare in modo impeccabile le dinamiche psicologiche che stanno dietro a un apparente piccolo handicap del linguaggio come quello della balbuzie.

George Frederick Ernest Albert, padre della attuale Regina Elisabetta II, nonché fratello dell'allora erede al trono Eduardo II, è un uomo apparentemente debole, vissuto in un contesto familiare caratterizzato della freddezza dei rapporti e dalla loro estrema formalità.
Il personaggio di Giorgio VI risulta lontano da quello che in genere ci si aspetta da un capo di stato; le sue grandi inibizioni e il disagio nei rapporti umani rendono qualsiasi situazione pubblica assolutamente improponibile.

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mercoledì 14 aprile 2010

Recensione FROZEN FLOWER

Recensione frozen flower




Regia di Yoo Ha con Zo In-Sung, Song Ji-hyo. Joo Jin-Mo,

Recensione a cura di Nicola Picchi (voto: 5,5)

Nel XIV secolo il regno di Goryeo risente delle pesanti intromissioni della dinastia Yuan, e il Re, senza un erede diretto, rischia di essere costretto ad abdicare in favore del cugino, politicamente più manovrabile dai cinesi. Il re ha un amante, Hong Lim, il quale è anche l'ufficiale a capo delle sue guardie del corpo.
Consapevole della necessità di avere un figlio per salvare il regno, il sovrano gli ordina di giacere con la regina e di assicurargli una discendenza. Le cose andranno diversamente, innescando una spirale di violenza e di vendette.

Prima scorribanda di Yoo Ha ("A dirty carnival") nel melodramma in costume, "A frozen flower" non convince completamente. Il regista ha dichiarato di non essersi mai sentito a suo agio con il genere storico, ma di aver avvertito la necessità di vincere la sua titubanza e di affrontare un melodramma.
Non si può che dargli ragione dato che, determinato a non lesinare in sesso e violenza, Yoo non riesce però a condurre le passioni che agitano i suoi personaggi al giusto grado di incandescenza.
E così le scene erotiche sono goffe, didattiche e prive di pathos, mentre la violenza pencola verso il grottesco involontario. Il triangolo amoroso ed erotico tra il re, Hong Lim e la regina sembra determinato più da esigenze di sceneggiatura che da reale coerenza interna e, complici scenografie e costumi di rara anonimità e una fotografia piatta e televisiva, il risultato complessivo lascia a desiderare.

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mercoledì 28 ottobre 2009

Recensione IL COLOSSO DI RODI

Recensione il colosso di rodi




Regia di Sergio Leone con Rory Calhoun, Lea Massari, Georges Marchal, Conrado San Martin

Recensione a cura di pompiere (voto: 5,5)

Rodi è l'isola della pace, delle rose e delle belle donne. Almeno questa è la visione che hanno del luogo il sovrano e i suoi tirapiedi.
Ma il popolo è, in realtà, ridotto in schiavitù e versa sudore e sangue, lottando per la libertà. I reali di Rodi pensano in grande, come pervasi da un senso di folle megalomania; la posizione al centro dei mari è preziosa e l'idea è quella di diventare lo scalo più protetto del Mediterraneo, nella certezza di potersi svincolare da Atene grazie all'alleanza con i Fenici.
Il paese è in pericolo perché sta per essere venduto allo straniero, oltretutto all'insaputa del Re Serse. L'unico che sembra in grado di salvare il destino dell'isola è Dario (Rory Calhoun), coraggioso ateniese vincitore dei Persiani.

Considerato il debutto di Sergio Leone (anche se egli aveva già codiretto "Gli ultimi giorni di Pompei"), "Il colosso di Rodi" ha in sé i germi di quelli che in seguito saranno le pellicole aventi propositi di kolossal, quelle che animeranno in specie gli ultimi anni di lavoro del grande regista italiano.
Girato con l'idea di divertirsi e basta, ma soprattutto con lo scopo di procurarsi denaro, si inserisce in modo un po' anomalo nel filone dei film di genere storico-mitologici visto che Leone fa di tutto per ridimensionare i contenuti tipici di questo movimento.
L'attendibilità storica viene lasciata volutamente fuori della porta: il soggetto allude alle recenti guerre persiane combattute, in realtà, dagli ateniesi solo nel secolo precedente la costruzione del colosso di Rodi.

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mercoledì 1 aprile 2009

Recensione MONGOL

Recensione mongol




Regia di Sergei Bodrov con Tadanobu Asano, Sun Honglei, Khulan Chuluun, Odnyam Odsuren.

Recensione a cura di Anna Maria Pelella

Il giovane Temujin è figlio del khan della sua tribù; quando suo padre viene avvelenato da un nemico, si trova a dover combattere per conservare la sua vita, tutto questo a soli nove anni. La sua storia si dipana attraverso gli anni, e in questo lungo frammento ci viene mostrata la sua fuga, la schiavitù, il matrimonio con la sposa scelta a nove anni Borte e, infine la ragione ultima per cui ricordiamo l'intera sua vita: l'unificazione delle tribù mongole sotto un'unica legge ed un unico condottiero, il leggendario Gengis Khan.

La leggenda vuole che Gengis Khan abbia avuto una vita assai avventurosa e che il fine ultimo delle sue traversie fosse quello di unificare le tribù mongole sotto un'unica legge, e cancellare quelle ostili alla sua tribù natale dalla faccia della terra. La storia ci dice che ci è riuscito, quello che non sappiamo con precisione è come egli abbia fatto, e questo film si propone di colmare la lacuna.
La prospettiva è ovviamente quella filo-mongola, e se in occidente la visione che abbiamo di questo condottiero non è proprio lusinghiera, dal momento che prevalgono i racconti della sua crudeltà e dei massacri operati ai danni delle tribù ostili alla sua, dal versante asiatico ci giunge una storia epica sul valore del guerriero che è riuscito nell'ardua impresa di creare un impero.

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lunedì 9 febbraio 2009

Recensione OPERAZIONE VALCHIRIA

Recensione operazione valchiria




Regia di Bryan Singer con Tom Cruise, Kenneth Branagh, Carice van Houten, Eddie Izzard, Bill Nighy, Terence Stamp, Thomas

Recensione a cura di Francesca Caruso

Dopo "X-Men" e "Superman returns", il regista Bryan Singer (già noto soprattutto per "I soliti sospetti") si avvicina ad un genere completamente diverso, mantenendo lo stile che era riuscito a infondere ai personaggi dei film precedenti.
Il colonnello Stauffenberg è un ufficiale leale che ama il suo Paese, ma guarda inorridito l'orrore che Hitler sta portando avanti, senza che nessuno riesca a fermarlo. Nel 1943, mentre si riprende dalle ferite subite in combattimento, si unisce a un gruppo di ufficiali inseriti nei ranghi del potere che cospirano contro il dittatore. La tattica perpetrata prevede di usare lo stesso piano di emergenza di Hitler per consolidare il Paese nell'eventualità della sua morte, denominato Operazione Valchiria. Stauffenberg riceve una promozione e potrà avvicinare più facilmente il dittatore; sarà lui a dover posizionare una bomba il più vicino possibile all'obiettivo. Questa operazione mostrerà un coraggio estremo di uomini tutto sommato normali, e soprattutto mostrerà al mondo che molti tedeschi disapprovarono l'operato di Hitler e si mobilitarono per fermarlo sacrificando la loro vita.

Bryan Singer è un appassionato dei molteplici avvenimenti accaduti durante la Seconda Guerra Mondiale; lo ha sempre interessato studiare il Terzo Reich, e "Operazione Valchiria" gli ha dato la possibilità di tracciare un ritratto realistico di quegli anni. La vicenda è stata portata all'attenzione di Singer dallo sceneggiatore Christopher McQuarrie, che ha fatto ricerche più approfondite sulla storia, realmente accaduta, del colonnello Claus von Stauffenberg e di un cospicuo numero di ufficiali che diedero vita ad una Resistenza Tedesca per assassinare Hitler e, con un colpo di stato, rovesciare il governo nazista.

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giovedì 29 gennaio 2009

Recensione LA DUCHESSA

Recensione la duchessa




Regia di Saul Dibb con Keira Knightley, Ralph Fiennes, Charlotte Rampling, Dominic Cooper, Hayley Atwell, Simon Mcburney, Aidan McArdle, Angus McEwan, Kate Burdette, Laura Stevely

Recensione a cura di JackR

La bieca operazione di marketing che nei teaser trailer ricordava a tutti che Georgiana Spencer, protagonista del film "La Duchessa", è un'antenata della povera Lady Diana Spencer e che come lei ebbe una breve e infelice vita che affrontò con coraggio, getta una sinistra luce sui reali scopi di questo mediocre film di Saul Dibb.

Il film si apre su uno degli ultimi lieti momenti di G., al secolo Georgiana Spencer (Keira Knightley), prima del suo matrimonio, combinato, alla fine del diciottesimo secolo, con il Duca del Devonshire (Ralph Fiennes). Il Duca, in là con gli anni, esige un erede maschio, che Georgiana, sfortunatamente, non sembra in grado di dargli. Il sogno romantico di Georgiana si spezza molto presto, tra domestiche seminude che escono dalla stanza del Duca e un doloroso gelo da parte del coniuge che sbocca presto in un malcelato risentimento per la mancata ottemperanza all'unico dovere alla quale G. era stata chiamata.
Parallelamente, il fascino e la personalità di Georgiana cominciano a diventare il punto di riferimento per l'alta società inglese, stregata dalla Duchessa triste. Georgiana detta legge in fatto di moda e di gusto, non rinunciando ad un attivo interesse nella vita politica della nazione.
L'unica amica che Georgiana trova, Lady Elizabeth Foster (Hayley Atwell), attira le attenzioni del Duca per la sua capacità di sfornare figli maschi, mentre Georgiana ritrova in Charles Gray (Dominic Cooper), aspirante Primo Ministro, l'amore giovanile e la passione che le sembravano definitivamente negate. Ma i tempi non sono maturi per una donna che vuole seguire il proprio cuore a discapito dell'etichetta e della morale vigente, ed nel destino della Duchessa non sembra esserci posto per la felicità.

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lunedì 13 agosto 2007

Recensione LE ROSE DEL DESERTO

Recensione le rose del deserto




Regia di Mario Monicelli con Michele Placido, Giorgio Pasotti, Alessandro Haber, Fulvio Falzarano, Moran Atias

Recensione a cura di peucezia

A novant'anni suonati Mario Monicelli, uno dei padri della commedia all'italiana (suoi, tra gli altri, "I soliti ignoti"e "L'armata Brancaleone"), torna alla regia riportando sul grande schermo i ricordi della sua generazione impegnata nella guerra, ispirandosi al libro di Mario Tobino "Il deserto della Libia".
Girato quasi completamente nei luoghi originali, "Le rose del deserto" vuol essere un omaggio malinconico alla gioventù lontana del regista ed una denuncia vergata con il solito piglio ironico.

Coadiuvato da uno stuolo di discreti caratteristi, da Alessandro Haber, il cui ruolo risulta qui cruciale ai fini della storia anche se non altrettanto incisivo, al giovane Giorgio Pasotti a Michele Placido, l'intreccio scorre via in maniera non sempre limpidissima però, generando a tratti noia nello spettatore.
La vicenda in sé è interessante: un drappello di soldati di stanza nel deserto descritti con le classiche tipologie (il romano "caciarone", l'intellettuale, il romantico, l'indolente, il veneto lavoratore, il sardo un po' cocciuto), in una sorta di remake de "La grande guerra", in cui al centro della trama era l'umanità dei soldati e di straforo gli episodi bellici; manca però purtroppo ai protagonisti lo spessore scenico e recitativo degli interpreti del precedente film bellico firmato quasi quaranta anni prima sempre da Monicelli. Gli episodi hanno poco mordente, la recitazione è superficiale, televisiva o da sit-com e non basta Placido con la sua verve a salvare la barca.

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venerdì 28 aprile 2006

Recensione NASCITA DI UNA NAZIONE

Recensione nascita di una nazione




Regia di David Wark Griffith con Lillian Gish, Henry B.Walthall, Mae Marsh, Miriam Cooper, Mary Alden

Recensione a cura di Giordano Biagio

Tratto dai romanzi The Clansman e The Leopard's Spots di Thomas Dixon (Pastore di tradizione Battista) questo film di Griffith è una tappa importante nella storia del cinema.
Di rilievo nell'opera le numerose invenzioni di scrittura che hanno creato le condizioni per uno sviluppo della teoria della sintassi cinematografica. Film famoso anche per l'influenza mediatica che ha avuto sul sociale, cosa che ha portato alcuni studiosi ad importanti riflessioni teoriche sul rapporto cinema-spettatori.

Con questa opera Griffith inaugura le principali tecniche di espressione linguistica: quelle funzionali al racconto. Lo fa con grandi risultati tecnici, tali da porre ancora oggi il suo linguaggio iconico alla base dei film- racconto.
Tra queste invenzioni spiccano per importanza: la pratica del montaggio in senso narrativo, che si avvale di numerosissime (1554) e brevi inquadrature (vedi come esempio di paragone anche La corazzata Potemkin di Ejzenstein), il montaggio parallelo e il montaggio alternato. Da ricordare anche l'alternanza dei primi piani e piani lunghi, nonché il famoso "last minute rescue" (il "salvataggio all'ultimo minuto" che riguarda il montaggio alternato delle scene tra chi è soccorso e il soccorritore). Infine il "Rembrant Lightning" tecnica di illuminazione d'impronta grezzamente pittorica.
Scriverà Ejzenstein: "Griffith è Dio padre. Ha tutto creato, tutto inventato". "Nascita di una nazione" (The birth of a Nation, USA 1915) è considerato tra i film fondativi della filmografia degli Stati Uniti. E' stato girato in sole 15 settimane di cui sei per il montaggio ed è costato la cifra di 100.000 dollari (grande esborso per l'epoca). Il film ha incassato 15 milioni di dollari.

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giovedì 2 febbraio 2006

Recensione BEN HUR

Recensione ben hur




Regia di William Wyler con Charlton Heston, Jack Hawkins, Haya Harareet, Stephen Boyd, Hugh Griffith, Martha Scott

Recensione a cura di peucezia

William Wyler, regista americano sulla breccia ad Hollywood per oltre due decenni, è sempre passato con disinvoltura da un genere all?altro riuscendo ogni volta ad accapararsi premi e a coinvolgere attori di tutto rispetto. Eccolo così passare dalla trasposizione cinematografica di un romanzo famoso ("La voce nella tempesta" con Lawrence Olivier e Merle Oberon) al film sentimental-patetico ("La signora Miniver" con Greer Garson) al western ("La legge del Signore" con Gary Cooper) senza parlare poi del suo personale contributo alla nascita della ?Hollywood sul Tevere? grazie a "Vacanze romane" con Gregory Peck.

Per la sua incursione nel cinema di genere peplum- kolossal, Wyler sceglie di realizzare la trasposizione filmica di un romanzo ottocentesco di Lew Wallace ?Ben Hur, A Tale of the Christ? già apparso due volte sugli schermi in versione muta nel 1907 e negli anni Venti.
Come interprete principale contatta inizialmente Burt Lancaster poi, dopo il rifiuto di questi, interpella Charlton Heston, fisico prestante e aspetto tipicamente WASP, non nuovo ai film in costume per aver girato pochi anni prima ?I dieci Comandamenti? nel ruolo di Mosè, mentre per le riprese si affida nuovamente alle maestranze e alle comparse di Cinecittà. Il risultato è ancora oggi sotto gli occhi di tutti: ben undici Oscar su dodici candidature, record rimasto ineguagliato per lungo tempo e un film che, nonostante abbia da alcuni anni superato la boa delle quaranta primavere, resta ancora oggi un autentico capolavoro.

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