lunedì 10 gennaio 2005

Recensione CLOSER

Recensione closer




Regia di Mike Nichols con Julia Roberts, Jude Law, Natalie Portman, Clive Owen, Nick Hobbs, Colin Stinton

Recensione a cura di Susanna!

Londra, un incidente, un incontro casuale, fortuito, destinato a trasformarsi in un amore travolgente e dolorosissimo. Parallelamente la storia di un'altra coppia, nata dalle suggestioni della prima, anch'essa destinata a perigliosi travagli. Il tutto condito da una buona dose di cinismo, dai calcoli egoistici di amanti troppo protesi a far valere i propri sentimenti per comprendere quelli altrui.

Amara, intelligentissima riflessione sull'innamoramento, sulla sua incapacità di trasformarsi in amore vero, fermo sull'attimo inebriante del primo incontro, "Closer" è la trasposizione filmica di una pièce teatrale di grande successo, tradotta in 30 lingue e messa in scena in oltre 100 città. Il regista Mike Nichols ha compiuto il miracolo di trasformare in uno straordinario film un testo di cui ha mantenuto i dialoghi curatissimi, interpretati in maniera perfetta da Julia Roberts, Jude Law, Natalie Portman e Clive Owen.

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martedì 4 gennaio 2005

Recensione IL MISTERO DEI TEMPLARI

Recensione il mistero dei templari




Regia di Jon Turteltaub con Nicolas Cage, Justin Bartha, Sean Bean, Diane Kruger, Harvey Keitel, Christopher Plummer, David Dayan Fisher, Oleg Taktarov, Mark Pellegrino, Annie Parisse

Recensione a cura di stefano76 (voto: 5,0)

Benjamin Franklin Gates (Nicholas Cage) è l'ultimo discendente di una famiglia che per anni è andata alla ricerca, inutilmente, dell'inestimabile Tesoro di Alessandria. Trovato ai tempi delle crociate da alcuni soldati, autonominatisi Cavalieri dei Templari, e da loro custodito per secoli, l'ubicazione del tesoro è stata tenuta nascosta per anni da una società segreta denominata Massoneria, che ha disseminato il globo di criptici indizi per poterlo raggiungere.
Indizio dopo indizio, Gates trova, con un gruppo di amici, una nave tra i ghiacci dell'Antartico, che dovrebbe finalmente contenere il preziosissimo carico, ma si imbatte nell'ennesimo indizio che, una volta decifrato, rivela l'incredibile: la mappa per raggiungere il Tesoro di Alessandria è incisa sul retro del documento storico più importante d'America, la Dichiarazione di Indipendenza! Tradito dai suoi compagni, che intendono rubare il prezioso documento e poi distruggerlo, Gates, insieme all'unico dei compagni rimastogli fedele e a una bellissima esperta di documenti antichi (Diane Kruger), dovrà anticipare ogni mossa del suo nuovo nemico e riuscire a mettere le mani sul tesoro prima di lui.

Uscito, con un tempismo perfetto, nel periodo della mania da "Codice da Vinci", "Il mistero dei Templari" rispolvera il classico tema cinematografico e letterario della caccia al tesoro alla Indiana Jones, proponendoci un intrepido Nicholas Cage al posto dell'allora atletico Harrison Ford. Il film risulta francamente un mero prodotto concepito a tavolino per raggranellare quanti più soldi fosse possibile, e lo dimostra il fatto che sfrutta una serie di situazioni e di stereotipi talmente banali e già visti, che durante la visione si è in grado di anticipare ogni mossa del nostro protagonista e, viceversa, dell'antagonista.
I deejavù che si hanno durante la visione sono di notevole intensità: il film principale da cui trae maggiormente spunto è naturalmente il primo "Indiana Jones e il predatori dell'Arca Perduta", da cui eredita addirittura l'intera struttura e disposizione dei personaggi (avventuroso protagonista, amico sfigato dell'avventuroso protagonista, bella compagna dapprima ostile e poi innamorata dell'avventuroso protagonista, antagonista che ruba sempre gli oggetti importanti all'avventuroso protagonista che li ha faticosamente recuperati). Ma non solo: se a questo ci aggiungiamo un pizzico di "The Score" e "Mission Impossible" o, comunque, del classico tema del colpo impossibile, uno spicchio di "Allan Quatermain e le miniere di Re Salomone" e una spruzzatina di "Codice da Vinci" con annessi Templari e Massoni (a tal proposito, patetica la traduzione del titolo da parte della distribuzione italiana, che vuole far credere, dopo il successo del Codice da Vinci in Italia, che l'intero film sia incentrato sui Templari, quando non è affatto così), otteremo quindi il cocktail esplosivo, ma prevedibile, di cui è composta questa pellicola.

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giovedì 30 dicembre 2004

Recensione PER UN PUGNO DI DOLLARI

Recensione per un pugno di dollari




Regia di Sergio Leone con Clint Eastwood, Gian Maria Volontè, Marianne Koch, Bruno Carotenuto

Recensione a cura di paul (voto: 9,5)

Il primo western di Sergio Leone, regista che se non per tutti ha rivoluzionato il western, ha sicuramente rivoluzionato il cinema. Dopo questo film il modo di girare e di concepire la violenza sul grande schermo cambierà completamente. Già dalla sigla (che verrà poi ampiamente "completata" ne "Il Buono, Il Brutto e il Cattivo") si capisce che ci troviamo di fronte a qualcosa di mai visto prima e le inquadrature iniziali lo dimostrano.La fotografia originalissima è di Massimo Dallamano ma Leone ci mette del suo.
Gira in Andalusia con due lire (120 milioni) e incassa uno sproposito in tutto il mondo (oltre 20 miliardi di allora). Tra l'altro a tutt'oggi Leone è l'unico regista non anglofono ad essere penetrato nel mercato americano direttamente dalla porta principale.
Mi spiego meglio: quando esce o usciva un film europeo, questo veniva sempre distribuito su una sorta di mercato parallelo. Vale a dire che, per fare un esempio, se un abitante di New York avesse voluto vedersi un film di Bunuel o Kurosawa allora, come un film di Roberto Benigni o Kusturica oggi, questi film venivano proiettati in cinema diversi da quelli dove venivano proiettati i film statunitensi o britannici.
Da qui il perchè film di grande successo come "La dolce vita" ad esempio, hanno in realtà incassato in America più sulla carta che nei dati di fatto. "L'ultimo imperatore" di Bertolucci, il più grande successo europeo negli States prima de "la vita è bella", non arrivò ai 20milioni di dollari di incasso. La vita è bella ne ha incassati 70, ma fa eccezione.
Leone invece è sempre riuscito a farsi distribuire sul normale circuito, in pratica i suoi film erano normali film americani che uscivano nelle sale in cui poteva a fianco venire proiettato un blockbuster del momento.
Per la verità fino al 1966 (l'anno de "Il Buono, Il Brutto e il Cattivo") i film di Leone non erano ancora stati distribuiti: lo saranno appunto nel '66, quando verrà lanciata sul mercato americano, a pochi mesi di distanza l'uno dall'altro, l'intera trilogia del dollaro, ottenendo il successo di pubblico che tutti sanno.

Incredibile e indovinatissima la scelta di Clint Eastwood come protagonista, il quale tutt'oggi deve tutto al regista italiano (anche se ci volle molto a convincere Leone sul ruolo dell'uomo senza nome assegnato all'allora sconosciuto Clint. Leone infatti avrebbe preferito Charles Bronson, ma questi rifiutò, mentre la successiva scelta cadde su James Coburn, ma il cachet richiesto dal suo agente era troppo oneroso). Eastwood rappresenta l'eroe cinico, che bada più al proprio tornaconto che al bene dell'umanità.
L'attore, monoespressivo, ha trovato in ogni caso in quella sua imperturbabilità del viso,una sorta di nuova concezione dell'eroe. Scorsese disse di essersi ispirato ad Eastwood per disegnare il suo taxista del celeberrimo film interpretato da De Niro. Con questo film Leone entra nel mito e disegna il mito (sono certi i riferimenti a Shakespeare, oltre che all'"Arlecchino servo di due padroni" di Goldoni).

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mercoledì 15 dicembre 2004

Recensione UNA STORIA VERA

Recensione una storia vera




Regia di David Lynch con Richard Farnsworth, Sissy Spacek, Harry Dean Stanton, Everett McGill

Recensione a cura di Blutarski

"La cosa peggiore della vecchiaia è il ricordo di quand'eri giovane". David Lynch racconta, commuove e torna a far riflettere sui temi importanti della vita, in modo dolce e poetico come solo un genio dietro la macchina da presa sa affrontare. La vecchiaia, l'importanza della famiglia, i ricordi e la saggezza, la vita e la morte, il regista abbandona momentaneamente gli incubi, le sue ossessioni e lo studio dei sogni per affrontare temi più forti e allo stesso tempo delicati con una storia incredibilmente straordinaria, basata su un fatto realmente accaduto.

Alvin Straight (Richard Farnsworth) ha settantatré anni, vive a Laurens nell'Iowa con la figlia Rose (Sissy Spacek), una madre ritardata alla quale hanno portato via i figli. Le sue condizioni di salute sono pessime: oltre a non vedere bene - che non gli consente di avere la patente -, convive, infatti, con un principio di enfisema polmonare e un'artrite che lo costringe ad usare ben due bastoni. Presto viene a sapere che il fratello Lyle del Wisconsin è molto malato e si avvicina alla morte. Malgrado non si parlino da tanto tempo a causa di un banale litigio e le proibitive condizioni fisiche non glielo permettano, Alvin decide di mettere da parte l'orgoglio e di intraprendere un viaggio lungo più di 350 miglia attraverso gli stati dell'Iowa e del Wisconsin, con un vecchio tosaerba che traina un piccolo rimorchio - la sua "casa" durante il viaggio -. Tra lande sterminate e paesaggi mozzafiato nel cuore dell'America, ripresi da raffinate inquadrature panoramiche, Alvin trascorre quasi due mesi di viaggio e incontra tanta gente, dispensando autentica saggezza e suscitando infinita tenerezza. Un pellegrinaggio interiore dunque, che si sublima con il ricordo sbiadito e nostalgico di un cielo stellato. La pellicola è una grande metafora del tempo e della sua ineluttabilità sottolineata magistralmente dalle scelte registiche; geniale in tal senso introdurre il gruppo di giovani ciclisti che sfrecciano ad alta velocità accanto al vecchio Alvin, in contrasto con la sua ponderatezza e la sua flemma, resa perfettamente con movimenti dolci dell'inquadratura e dalla splendida interpretazione di Farnsworth. Sembra quasi che questo voglia sottolineare la fretta e la furia di arrivare tipica dei giovani d'oggi, che non si fermano mai, che hanno un'ansia instancabile di crescere, paragonata alla serenità e lentezza di chi conosce il valore del tempo. E il viaggio di Alvin, in una visione più generale, potrebbe essere comparato alla vita stessa, fatta d'incontri e di un gran numero d'esperienze, nella quale forse il punto d'arrivo non è importante quanto il percorso in sé: non conta dove riusciamo ad arrivare, ma il panorama che il viaggio ci riserva.

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venerdì 10 dicembre 2004

Recensione VOLEVO SOLO DORMIRLE ADDOSSO

Recensione volevo solo dormirle addosso




Regia di Eugenio Cappuccio con Giorgio Pasotti, Cristiana Capotondi, Eleonora Mazzoni, Carlo Freccero

Recensione a cura di peucezia

Secondo film di Eugenio Cappuccio e pellicola da protagonista assoluto dopo i successi cinematografici (Dopo mezzanotte) e televisivi (Distretto di polizia) per Giorgio Pasotti, il film porta lo spettatore nel cuore della Milano post da bere dei giorni nostri.
Il protagonista del film è Marco Pressi giovane formatore, benvoluto in azienda e di sicuro avvenire che un giorno riceve l'ingrato compito di licenziare i rami secchi.

Infarcito di gergo aziendale (disagio emotivo, ti stimo molto sono delle frasi molto presenti nel modo di esprimersi di Pressi) il film è forse uno dei primi in Italia accanto a Mi piace lavorare ad occuparsi dei problemi del lavoro anche se però con un ritmo da commedia sempre a metà strada tra il comico e il drammatico.
Comico sembra essere il buffo amico del protagonista che si dimette prima di venire a sapere di essere tra i licenziabili dell'azienda, comico è il collega Giorgio Bonghi (Massimo Mollea) meneghino fino al midollo con linguaggio e modi da paninaro in carriera (mi asciughi, è la sua frase standard), comico l'impiegato alle soglie della pensione che rifiuta di andar via prima del tempo. Patetica è l'impiegata condannata da un male incurabile che riceve la proposta di andar via "per dedicare più tempo a se stessa e alla famiglia" e patetico è lo stesso Pressi, giovane rampante che ha tempo solo per il lavoro, parla telefonicamente con la madre per pochi minuti e viene continuamente insultato dalla colf sudamericana per la scarsa cura verso la sua abitazione.
La protagonista femminile del film è la giovane Cristiana Capotondi che, dopo tanti ruoli secondari in fictions televisive e in film natalizi accanto a De Sica e Boldi in cui interpretava il ruolo della ragazzina romana un po' coatta, in questa pellicola sfodera un inaspettato e abbastanza perfetto accento meneghino.
La Capotondi è Laura, quasi fidanzata di Marco, ragazza vivace e un po' inconsistente che spinge Pressi a una vita notturna che lui detesta e che poi lo lascia delusa quando si accorge che lo scopo di lui era soltanto "dormirle addosso" come un bambino con il suo orsetto di pezza preferito.

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martedì 7 dicembre 2004

Recensione IL POSTO DELL'ANIMA

Recensione il posto dell'anima




Regia di Riccardo Milani con Silvio Orlando, Michele Placido, Claudio Santamaria, Paola Cortellesi

Recensione a cura di Pasionaria (voto: 9,0)

Un film italiano, questo di Milani, uscito un po' in sordina, ma che avrebbe meritato maggiore pubblicità ed una distribuzione più congrua al reale valore dell'opera. "Il posto dell'anima" è un bel film, sostenuto da una solida sceneggiatura e dall'interpretazione magistrale dei tre bravi attori protagonisti: Silvio Orlando, Michele Placido, Claudio Santamaria.

I tre interpretano tre amici operai in una fabbrica di pneumatici della Carair, multinazionale americana. Insieme si oppongono al licenziamento di 500 operai coinvolti nella chiusura dello stabilimento.

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venerdì 3 dicembre 2004

Recensione THE MANCHURIAN CANDIDATE

Recensione the manchurian candidate




Regia di Jonathan Demme con Denzel Washington, Meryl Streep, Liev Schreiber, Jon Voight, Kimberly Elise, Jeffrey Wright, Ted Levine

Recensione a cura di Susanna!

Jonathan Demme torna al grande cinema con il remake dell'omonima pellicola di Frankenheimer del '62 (in Italia con il titolo di "Va' e uccidi") con Frank Sinatra come protagonista. Si tratta di un thriller di buona fattura, senza sbavature malgrado il temibile incontro fra elementi fantascientifici e la cruda realtà della narrazione di una campagna elettorale-tipo americana. La regia si sofferma appena sui ricordi che affiorano dagli incubi dei soldati, senza compiacimenti. Il racconto di quei terribili giorni emerge soprattutto dai volti scavati dei suoi protagonisti, dalle mani che tremano al ricordo, dal dolore e dallo smarrimento di non riuscire a capire cosa sia successo o cosa stia accadendo.

Denzel Washington, icona del cinema impegnato nero, interpreta bene il ruolo del soldato che cerca di capire la verità, salvo qualche piccola sbavatura, qualche smorfia e ammiccamento di troppo per un attore del suo calibro (un po' quello che fa sempre il nostro Stefano Accorsi, inchiodato nelle sue faccette fra il meravigliato e l'ebete).

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