giovedì 17 febbraio 2005

Recensione LA VITA E' UN MIRACOLO

Recensione la vita e' un miracolo




Regia di Emir Kusturica con Slavko Stimac, Vesna Trivalic, Natasa Solak, Vuc Kostic, Aleksandar Bercek, Davor Janjic, Mirjana Karanovic, Nikola Kojo

Recensione a cura di Pietro Salvatori

Kusturica è un animale da festival. Un paio di palme d'oro per miglior film, una per la miglior regia, un orso e un leone d'argento.
La vita è un miracolo, presentato anche questo all'ultimo festival di Cannes, non ha convinto e, strano a dirsi, è tornato a casa a mani vuote.
L'eclettismo e la vitalità di Kusturica ben si fondono con i suoi personaggi, gente lunatica dei balcani, piena di gioia, di fervore, ma anche pronta a buttarsi giù alla prima difficoltà.
Kusturica sulla sua terra, sulla sua gente, ha fondato un cinema quasi di maniera, prendendo idealtipi e modificandoli di volta in volta, a seconda delle loro tendenze.
La vita è un miracolo rispetta in pieno i canoni del regista serbo.

I primi venti minuti di film sono un susseguirsi di piani ambientazione e di veloci presentazioni di personaggi.
Ci mettiamo una buona mezz'ora per focalizzare su chi, e perché, il regista vuole incentrare la storia, di chi ci vuol parlare.
Luka è l'addetto ad un piccolo snodo ferroviario, al confine tra Bosnia e Serbia.
La moglie Jadranka, imbranata e nevrotica cantante lirica, fuggirà di lì a poco con un sedicente e strampalato artista ungherese. Il figlio, Milos, partito militare, verrà fatto prigioniero. Luka riscoprirà l'amore con Sabaha, giovane infermiera musulmana, che però sarà anche il cardine della liberazione del figlio.

[...]

Leggi la recensione completa del film LA VITA E' UN MIRACOLO su filmscoop.it

mercoledì 16 febbraio 2005

Recensione PROVINCIA MECCANICA

Recensione provincia meccanica




Regia di Stefano Mordini con Stefano Accorsi, Valentina Cervi

Recensione a cura di GiorgioVillosio

Sappiamo tutti bene che cos'è una coperta patchwork: un insieme di pezzi e pezzetti vari di tutte le stoffe, colori e formati; una cosa che possiamo apprezzare, perché calda, e sicuramente curiosa e divertente. Cioè a dire: comunque coerente e funzionale al suo uso proprio, quello di riscaldare. Ma un racconto, letterario come cinematografico, è ben altra cosa, e deve rispondere a vari requisiti: fare riflettere, suggestionare, stimolare emozioni, agire per transfert con il fruitore, oltre che, ove possibile, divertire. Il tutto, possibilmente, con una certa coerenza, di stile e di modi.
Dunque il collage degli elementi più diversi non conferisce in se attestato di valore, inducendo al contrario un doveroso scetticismo sulla chiarezza di idee e sulla improbabile vocazione espressiva dell'autore. E, per fare un facile esempio, provate a pensare ad un concerto dove si miscelassero insieme, senza ordine né intenzionalità, respiri sinfonici, improvvisazioni jazzistiche, cori popolari di montagna, melodie bi-folk all'italiana e gorgheggi alla Orietta Berti!
Proprio questo ci è venuto da pensare, dopo aver visto "Provincia meccanica", dove, se vogliamo, già il titolo avrebbe dovuto insospettirci. Che c'entra infatti l'assonanza col famoso film di Kubrick?

In cosa le due "vicende" sarebbero assimilabili?... Forse perché il contesto operaio ravennate avrebbe toni violenti e drammatici come la fatidica "Arancia"? Manco per sogno, invece; anche perché la neuro-psicotica interprete del film, moglie del povero operaio, è di magnanimi lombi, e figlia di una alto borghese con tanto di puzza sotto il naso. Ne emerge, quindi, l'ulteriore elemento di taglio psicanalitico, dell'inestricabile conflitto edipico madre-figlia; come pure inciampiamo in elementi "animalisti" di accatto, come il povero cane e lo sfortunatissimo iguana, miseramente affamati nella casa di famiglia. E poi elementi di folclore, come il drudo ungherese dall'aria gitana, di critica antiburocratica, contro l'inflessibile assistente sociale, di profilo alla Conrad, come il vecchio capitano costretto a terra nel porto sulla sua schiumarola, e di denuncia politico-sociale, come nelle panoramiche sulla dirompente edilizia popolare. Per non parlare ancora della figura del mago truffaldino, della suora cattiva o della povera assistente nelle mani di un convivente Paccianiano. Non tutto, ma di tutto, come in bazar surreale, visto con l'occhio malato di una crisi psichedelica; prospettiva che probabilmente ha formato l'autore, nel corso di una formazione culturale estetico-espressiva maturata dalla più tenera infanzia con la cloche dei video giochi in mano. Faceva il documentarista, un tempo il regista del nostro film; e magari ci riusciva, in presenza di vicende e realtà già esistenti, che non gli toccava inventare.
Ma creare, scrivere e raccontare è ben altra cosa! E neppure gli strumenti che già si possiedono risultano sufficienti, in mancanza di una ispirazione narrativa; come dimostra la fotografia approssimativa e forzata, il taglio nevrotico delle immagini, scimmiottato dai video clips, i primi piani di maniera degli interpreti e i ritmi inconsulti, talora lunghi all'esasperazione, talora, invece, inutilmente frenetici. Uno zibaldone, dunque, dove non si saprebbe che cosa salvare: se non, la colonna sonora, in sé valida, e in parte, ma con beneficio di inventario e l'onere di altre prove, l'interpretazione di Valentina Cervi. Sicuramente non quella di Stefano Accorsi, fino ad oggi abbastanza apprezzabile: nel film, invece, stucchevole, manierato e troppo convenzionale nell'espressione. Quanto meno gli consiglieremmo un'attenta lettura dei copioni, prima di accettare una parte, stante il suo attuale momento di fortuna.

[...]

Leggi la recensione completa del film PROVINCIA MECCANICA su filmscoop.it

lunedì 14 febbraio 2005

Recensione MASTER & COMMANDER - SFIDA AI CONFINI DEL MARE

Recensione master & commander - sfida ai confini del mare




Regia di Peter Weir con Russell Crowe, Paul Bettany, James D'arcy, Edward Woodall, Chris Larkin, Jack Randall, Lee Ingleby, Richard Stroh, Billy Boyd

Recensione a cura di Mr Black

Un ottimo mix di avventura, coraggio, eroi valorosi e battaglie sopra il livello del mare sono la risposta di Peter Weir a chi osa affermare che il cinema dei giorni nostri non riesce più a darci quelle sensazioni che, nei decenni passati, i grandi maestri di questa nobile arte ci avevano dato.
Il regista di "Picnic ad Hanging Rock", grazie anche all'utilizzo di attori del calibro di Russell Crowe e Paul Bettany, sconfigge definitivamente la maledizione che voleva perdenti al botteghino i film ambientati in alto mare (escludendo ovviamente "Titanic" in quanto il film di Cameron appartiene all'era dei "vascelli" moderni, ed il disneyano "La maledizione della prima luna"), regalandoci una sfida all'ultimo colpo di cannone tra due imbarcazioni all'epoca delle conquiste Napoleoniche.

Il plot del film gira intorno a due temi fondamentali: l'amicizia fra il capitano britannico Aubrey ed il suo medico di bordo Maturin, così diversi ma ricchi di una reciproca autostima; l'ossessiva sfida fra Aubrey ed il capitano, quasi un fantasma, di una potente nave francese, messa qui in risalto come se fosse un autentico mostro del mare, paragonato alla "piccola" e modesta nave britannica. Forti di questi due temi principali, Weir ci costruisce sopra una pellicola senza pecche ricca di elementi che ne fanno allo stesso tempo un grande film di azione e di storia, di uomini (l'equipaggio viene messo a nudo con tutte le sue piccole storie e le sue inconfessabili paure), di vendetta e di ossessione (il pensiero del capitano Crowe è sempre sulla nave francese che deve abbattere ad ogni costo).

[...]

Leggi la recensione completa del film MASTER & COMMANDER - SFIDA AI CONFINI DEL MARE su filmscoop.it

venerdì 11 febbraio 2005

Recensione MA QUANDO ARRIVANO LE RAGAZZE?

Recensione ma quando arrivano le ragazze?




Regia di Pupi Avati con Claudio Santamaria, Vittoria Puccini, Paolo Briguglia, Johnny Dorelli, Augusto Fornari, Enrico Salimbeni, Manuela Morabito, Eliana Miglio

Recensione a cura di GiorgioVillosio

Sarebbe davvero difficile definire con poche parole i temi dell'ultima opera di Pupi Avati, tanta è la materia narrativa. Il film, in effetti, tratta di amicizia, di amore, di rapporti parentali, e di vocazioni artistiche e professionali, con conseguenti ferite narcisistiche: in pratica della vita a tutto tondo, nella sua complessità e nella sua assoluta casualità, scandita come evento stocastico nell'eterno e impenetrabile moto degli astri e dell'universo. Non a caso, infatti, lo sviluppo della storia, raccontata con memoria fuori campo, si snoda in vari momenti contrassegnati dall'avvicinamento di una cometa ad un corpo celeste, contro il quale si scontrerà inevitabilmente: con metafora evidente della precarietà dell'esistenza e dell'ineluttabilità del destino. Di qui l'aura di malinconia che permea l'atmosfera del film, non coi toni della disperazione "esistenzialistica", ma con quelli più pacati di una nostalgia "romantica"; di quel pessimismo, che prova inevitabilmente l'homo sapiens quando prende coscienza del suo declino: non proprio in dirittura di arrivo... ma ormai all'ultima curva (chi ricorda Anacreonte: "della vita dolce non molto è il tempo che resta...?"). E giureremmo che proprio questo stato d'animo abbia indotto Pupi Avati ad un'opera molto riflessiva, probabilmente autobiografica, dove si avverte una sincera "compassione" per i personaggi e per le loro sofferenze; dove neppure chi trionfa, come nel caso del trombettista divenuto famoso, approfitta della debolezza altrui, sentendosene, per certi versi, addirittura responsabile.

Fulcro della narrazione l'amicizia tra due giovani musicisti, conosciutisi all'interno di un concorso, col confronto obbligato tra due vocazioni: una indotta forzosamente dal padre del sassofonista, a compensazione di frustrazioni personali, l'altra spontanea e genuina di un giovane suonatore di tromba, garagista,approdato alla musica per puro caso. Nel film, finisce per prevalere il talento vero, (se così fosse anche nelle vita reale!!!!!), con profonda ferita dell'amico ricco, perdente anche sul piano della rivalità amorosa. Un'amicizia, comunque, talmente profonda da non morire, suggellandosi alla fine, quando il talentuoso trombettista suonerà in un trionfale concerto la canzone scritta dall'amico; un ritratto di amicizia di nobilissimo respiro, che ci riporta idealmente ai casi classici di "Narciso e Boccadoro", o di "Achille e Patroclo". Altro elemento cardine la figura del padre (un formidabile Johnny Dorelli), alcolista frustrato, che vorrebbe il figlio vincente in vece sua, condizionandone tremendamente l'esistenza... (capita nelle "migliori" famiglie!).
E poi la storia d'amore, con la fascinosa Puccini, in bilico tra i due, ma con soave delicatezza di toni: la regia non fa vedere, non ostenta, non insiste sul piccante, ma allude e suggerisce con eleganti preterizioni. Come in effetti succede sovente nella vita, dove le coppie sono tormentate dai dubbi e si immalinconiscono; e dove la storia si snoda non tanto sul filo delle bugie quanto delle "mancate verità", con penitenze dolorose e intimi struggimenti.

[...]

Leggi la recensione completa del film MA QUANDO ARRIVANO LE RAGAZZE? su filmscoop.it

martedì 8 febbraio 2005

Recensione ALEXANDER

Recensione alexander




Regia di Oliver Stone con Colin Farrell, Angelina Jolie, Anthony Hopkins, Val Kilmer, Jared Leto, Rosario Dawson, Jonathan Rhys-Meyers, Raz Degan

Recensione a cura di peucezia

La moda dei peplum, tornata in auge dopo il grande successo de IL GLADIATORE, ha finito col contagiare anche Oliver Stone, controverso regista, autore di pellicole tanto osannate quanto oggetto di feroci critiche quali J.F.K, PLATOON e NATURAL BORN KILLERS, un pulp violento e satirico.
Stone così ci prova con la storia greca e in particolare con la vita di Alessandro Magno (interpretato da un biondissimo Colin Farrell), condottiero e re macedone morto in circostanze misteriose a 33 anni e conquistatore di gran parte del mondo conosciuto, peraltro già oggetto di una pellicola cinematografica nel 1956 (interprete principale Richard Burton).

Se si vuole parlare del profilo storico del film, di sicuro Stone ha tentato di fornire un inquadramento preciso e puntiglioso del personaggio, ma assai latente si è rivelato invece nelle relazioni interpersonali del famoso condottiero.Angelina Jolie, affascinante e anche visibilmente più giovane di suo figlio, non convince molto nel ruolo di Olimpiade, madre di Alexander: il suo dolore alla notizia della morte del re-condottiero è quanto mai finto e tutta la sua interpretazione è sbiadita ed incolore.
Dal canto suo anche Val Kilmer (reso quasi irriconoscibile dal trucco), offre una interpretazione mediocre di Filippo, re di Macedonia e padre di Alessandro. I suoi controversi rapporti col figlio restano irrisolti e ogni volta che calca la scena non da' l'impressione di "credere" molto al suo personaggio.

[...]

Leggi la recensione completa del film ALEXANDER su filmscoop.it

giovedì 3 febbraio 2005

Recensione LA MALA EDUCACION

Recensione la mala educacion




Regia di Pedro Almodovar con Gael García Bernal, Fele Martinez, Daniel Gimenez-Cacho, Lluis Homar, Francisco Boira, Javier Camara

Recensione a cura di Pasionaria (voto: 8,0)

Con l'ultimo suo film Pedro Almodòvar si è cimentato nel noir, genere peraltro già sfiorato in una sua precedente opera ("Carne tremula"), ma qui proposto in modo più completo e profondo.
Fin dall'inizio del film si viene proiettati in un gioco di scatole cinesi, di rimandi e citazioni (film nel film) in cui ci si sente disorientati, ma via via ogni pezzo va a comporre il puzzle della storia, che diventa finalmente e sorprendentemente chiara, come si addice alla migliore tradizione dei noir.
La trama è complessa perché le varie storie si intersecano tra il presente ed il passato in un intreccio di inganni, scambi di persona, passioni crudeli.

Nella Madrid degli anni 80 Enrique, regista affermato, riceve la visita di un vecchio compagno d'infanzia che gli offre una sceneggiatura da lui stesso redatta, 'La visita', la cui lettura lo riporta ai tempi del collegio. Da qui prende avvio la narrazione fra presente e passato.
Il flashback ci racconta l'amicizia (che presto si tramuta in amore) dei due ragazzini, Ignacio ed Enrique, cresciuti fra le mura di un Istituto religioso intorno agli anni '60, in pieno regime franchista. Un affetto adolescenziale che è anche iniziazione sessuale, ma che è rappresentato al meglio, secondo me, in un momento tenerissimo: quando Ignacio sbaglia volutamente il calcio di rigore come dono d'amore al caro portiere Enrique. L'amicizia presto assume una dimensione più intima ed è violentemente contrastata da Padre Manolo, geloso del suo 'favorito'.
Almodòvar non ci presenta il prete come un viscido pervertito, ma come un essere umano vittima della propria passione, innamorato colpevole di un bambino; egli sa che il suo amore è proibito e malato, ma non per questo lo sente meno autentico. Quest'amore innaturale e perverso avrà però conseguenze terribili nella vita di Ignacio. Da qui la storia del passato ritorna spesso nel presente delle altre vicende del film in un susseguirsi di situazioni sovrapposte.
Almodòvar è abilissimo a costruire la struttura narrativa, anzi l'arricchisce con gli elementi tipici dei sui film: i colori sgargianti, i costumi eccentrici, i dialoghi crudi, cattivi e provocatori, la musica pop (qui "Cuore matto" di Little Tony). Non manca l'ironia divertente incarnata dal simpatico Paquito (il bravissimo Javier Càmara, il Benigno di "Parla con lei"), vero cameo del film.

[...]

Leggi la recensione completa del film LA MALA EDUCACION su filmscoop.it

martedì 1 febbraio 2005

Recensione RAY

Recensione ray




Regia di Taylor Hackford con Jamie Foxx, Harry Lennix, Clifton Powell, Kerry Washington, Regina King

Recensione a cura di GiorgioVillosio

A quale "genere" espressivo potremmo riferirci per il racconto filmico di Taylor Hackford, a cavallo tra il documentario biografico, la fiction cinematografica, il réportage televisivo e il videoclip musicale? Un mix di tanti elementi, dove la vita del Genius viene raccontata solo in parte, negli anni più fertili e drammatici, sorvolando sugli ultimi 40 anni; l'intreccio drammatico, crudo e convincente ove racconta il rapporto con la droga, si sfilaccia, poi, quando entrano in gioco donne, sesso, figli e sentimenti. In particolare, la storia dell'infanzia e la figura della madre suonano fortemente retorici, soprattutto quando subentra l'ulteriore elemento della spiegazione psicanalitica. Bene, invece, il ritmo serrato delle scene di viaggio per le pianure americane, rapide ed incalzanti, con occhio attento alla letteratura e al cinema on the road; come altrettanto orecchiata risulta la ricostruzione oleografica delle immagini del profondo sud nero-americano, alla maniera di Faulkner o Caldwell. Col sovrapporsi di tanti elementi e tanti temi, però, non poteva che derivarne un film lungo in eccesso, cui una maggiore sintesi avrebbe giovato, senza nulla perdere dei significati. Salvo pensare che tale prolissità non sia dovuta al caso, ma che intenda tradurre, in immagini, gli schemi armonici essenziali del blues: con le strofe di dimensioni particolari, inconfondibili, suddivise in misure matematiche precise e più volte reiterate, a piacere del cantante, sovente ad ufo (al punto che per la registrazione dei dischi 78 giri in soli tre minuti venivano ridotte forzosamente a una media di 5/6 per brano).

Nel film sulla vita di Ray, comunque, non troviamo solamente la struttura tipica da "giro di blues", ma più genericamente una commistione sostanziale degli elementi base della musica nero-americana: il senso profano della vita e della realtà quotidiana del blues, e la tensione ideale della religiosità cristiana degli spirituals, con cui un popolo di schiavi mirava a trascendere la propria disperazione nella speranza di un regno ultraterreno. Peraltro, i modi con cui il coloured americano cerca di riscattare il suo passato di dolore e di sofferenza sono diversi. Più unico che raro quello di Ray Charles, che si differenzia non poco dal modello comune, ove sacro e profano sembrano convergere in un unico percorso di riscatto individuale. Nel caso del Genius, invece, l'elemento "sacrale" di gospels e spirituals sembra cedere a quello profano, fornendo solamente le sue sonorità, senza troppe implicazioni fideistiche. Da cui una certa ostilità dei più religiosi, e lo spaziare "laicamente", senza pregiudiziali, un po' su tutti i generi, "bianchi" come "neri", e, comunque, "commerciali", come il Rythm&Blues o il Country. Forse, come detto chiaramente nel film, la "vendetta" individuale del nero Ray Charles doveva compiersi non coi lamenti perdenti del cantante gospel, ma con la lotta diretta al "bianco sfruttatore" sul suo stesso piano; perpetrata nei fatti con una miscela inimitabile di arte musicale, affarismo e spirito imprenditoriale.

[...]

Leggi la recensione completa del film RAY su filmscoop.it