lunedì 10 ottobre 2005

Recensione AFFLICTION

Recensione affliction




Regia di Paul Schrader con Nick Nolte, Sissy Spacek, James Coburn, Willem Dafoe, Mary Beth Hurt, Jim True-Frost, Marian Seldes, Holmes Osborne, Brigid Tierney, Sean McCann

Recensione a cura di kowalsky

- A volte mi sento come un cane bastonato pronto a mordere il primo che gli capiti a tiro
- L'hai già fatto
- No, non l'ho mai fatto. Qualche volta ho ringhiato, ma non ho mai morso.

"La promessa", "L'assassinio del presidente Nixon", "Mystic River", "Insomnia", sono solo alcuni recenti titoli che, a ricordarli, hanno attinto (forse involontariamente) al capolavoro di Schrader. E' come un percorso apologista sull'ossessione dell'Uomo, dove Nick Nolte esaspera ed enfatizza il suo personaggio de "Il principe delle maree", privandolo solo apparentemente del suo disarmante alone romantico.
La lettura Calvinista e Mitologica di Schrader è sostenuta dalla splendida fotografia di Paul Sarossy, che immortala una cittadina del New Hampshire in un locus di neve e malinconia. Non a caso si apre con la festa di Halloween, una delle piu' affascinanti contraddizioni tra credenza popolare, tradizione e i fantasmi esorcizzati dalla paura.

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sabato 8 ottobre 2005

Recensione LA FABBRICA DI CIOCCOLATO

Recensione la fabbrica di cioccolato




Regia di Tim Burton con Freddie Highmore, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, James Fox, Jordan Fry, David Kelly, Christopher Lee, Missi Pyle, Annasophia Robb, Noah Taylor, Philip Wiegratz, Julia Winter

Recensione a cura di Simone Bracci

Una storia per bambini ripresa dalla fiaba omonima di Roald Dahl. Non potrebbe essere sintetizzata in modo peggiore l'ultima fatica di quel genio di pura celluloide che è Tim Burton, il remake del film di Mel Stuart "Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato" (1971). Perché la dickensiana opera del creatore di Edward mani di forbice è un film complesso ed emotivo, che lascia spazio a molteplici interpretazioni.

Innanzi tutto data la poca rassomiglianza tematica col precedente e lo spostamento del ruolo di protagonista, da Willy al piccolo Charlie, così come suggerisce il titolo. Burton preme l'acceleratore sul notevole impatto visivo che le suggestive e coloratissime dimensioni della Fabbrica offrono agli occhi degli ospiti-spettatori, concedendo maggior rilievo alle sequenze punitive dei bambini "viziati", vero cardine della narrazione, sequenze in cui un gigionesco Johnny Depp (veramente divertito) accompagna con cenni della testa le danze di scherno dei minuti Oompa-Loompa.

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venerdì 7 ottobre 2005

Recensione L'ORIZZONTE DEGLI EVENTI

Recensione l'orizzonte degli eventi




Regia di Daniele Vicari con Valerio Mastandrea, Francesca Inaudi, Gwenaelle Simon, Giorgio Colangeli, Lorenzo Gioielli, Sara Franchetti

Recensione a cura di GiorgioVillosio

"L'orizzonte degli eventi" è termine del linguaggio scientifico, della fisica in particolare, che credo definisca "il panorama della ricerca" in un determinato momento; cioè lo stato dell'arte degli studi in corso. Un po' come dire " a questo punto è così che vanno le cose!".
Vero questo, il quadro che emergerebbe da questo " film/ ricerca" sarebbe davvero desolante; guardando, in effetti, all'oggetto effettivo della ricerca (film) stessa: apparentemente quella fisica, del mondo naturale, ma nella sostanza quella psicologica e morale, del mondo umano -e, direi, in particolare maschile!
La storia è suddivisa in due momenti, che raccontiamo in successione.

Il primo riguarda gli studi condotti da una troupe di fisici e ricercatori universitari, a mille metri di profondità, nelle viscere del Gran Sasso, ambiente ottimale ai loro fini.
Nell'atmosfera spettrale e rarefatta dell'attività underground, il gelo dell'insieme, e la reiterazione arida delle procedure, crea un clima di indominabile "noia esistenziale", del tutto disumanizzante, di taglio Kafkiano o Sartriano.
Meglio ancora, se vogliamo, il riferimento all'alienazione classica del cinema di Antonioni, con evidenti e molteplici richiami a scene de "L'eclisse" e "Il deserto rosso": somiglianti anche per un certo ermetismo, per la riduzione del dialogo all'essenziale, e per il soffermarsi a lungo sull'immagine.

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giovedì 6 ottobre 2005

Recensione IL MIO NUOVO STRANO FIDANZATO

Recensione il mio nuovo strano fidanzato




Regia di Teresa De Pelegrì, Dominic Harari con Norma Aleandro, Guillermo Toledo, Marian Aguilera, Maria Botto

Recensione a cura di peucezia

Ennesimo esempio della vitalità cinematografica ispanica "Il mio nuovo strano fidanzato" (il titolo italiano è mutuato da "Il mio grosso grasso matrimonio greco" ed è abbastanza discostante nonché fuorviante dall'originale Seres queridos- Persone che si amano) è stato firmato da una coppia di registi Teresa De Pellegri e Dominic Harari.
Più che davanti ad un film ci si trova davanti ad una pièce teatrale abbastanza frizzante poiché l'ambientazione quasi totalmente in interni (di cui una gran parte nell'appartamento madrileno della famiglia della protagonista) e i dialoghi danno l'immediata sensazione del taglio assunto dalla pellicola.
La tematica è scottante: i rapporti tra ebrei e palestinesi, ma il modo di argomentare è leggero e offre quindi la possibilità per una volta di sdrammatizzare sul problema reale.

La presentazione del fidanzato palestinese alla famiglia e la conseguente cena a casa dei genitori (anche se quarant'anni dopo e con sviluppi diversi per un attimo si ha l'impressione di rivedere Indovina chi viene a cena il celebrato film con Sidney Poitiers e la coppia Katherine Hepburn- Spencer Tracy) offre l'occasione ai registi di sbizzarrirsi nelle caratterizzazioni dei vari membri della famiglia tutti decisamente originali: la madre sempre sull'orlo di una crisi di nervi, il fratello minore fanatico religioso dalla mentalità ristretta oltremisura, la sorella ribelle e ninfomane con addosso evidenti carenze affettive, la di lei figlioletta, bimba viziata e un po' mitomane e il nonno non-vedente, ex soldato dell'esercito israeliano sicuramente dipinto al limite estremo della caricatura.

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mercoledì 5 ottobre 2005

Recensione I GIORNI DELL'ABBANDONO

Recensione i giorni dell'abbandono




Regia di Roberto Faenza con Margherita Buy, Luca Zingaretti, Goran Bregovic, Alessia Goria

Recensione a cura di GiorgioVillosio

Che dire dell'ultimo film di Faenza, che a Venezia non ha convinto nessuno, ma nelle sale cinematografiche sta andando piuttosto bene, grazie al tam tam di un pubblico femminile particolarmente interessato? Qualcuno ha criticato addirittura il titolo, trovandolo consueto e banale.
Personalmente non condivido tale opinione, trovandolo anzi la cosa migliore del film: perché parla di "giorni", mettendo a fuoco il fatto che di un periodo si tratta, per quanto doloroso, da cui fortunatamente si esce. E perché il tema dell'"abbandono" è comunque uno dei più delicati dell'intera esistenza, che riguarda tutti, a partire dal momento stesso della nascita in cui si lascia l'amnio materno e ci si proietta verso la vita col senso di una perdita irrecuperabile e di un colpevole abbandono da parte di chi ci ha generato. Da qui fragilità che accompagnano per tutta la vita, ansie, penosi conflitti edipici, sensazione costante di inadeguatezza, perdita di autostima e fiduciosità nell'esistenza. Gli stessi, se vogliamo, che finiscono per sovrastare la povera moglie abbandonata inopinatamente dal marito (Margherita Buy), all'improvviso. E il parallelo dimostra la validità sostanziale del tema portante: l'abbandono come trauma generale dell'esistenza, non come semplice conclusione di una vicenda coniugale. Che è poi, invece, quella raccontata nel film, storia ormai di tutti i giorni, cui nessuna coppia sembra ormai sottrarsi. E che viene raccontata non col respiro ampio cui accennavamo sopra, di "fase luttuosa" da elaborare nel profondo, ma come storia di ordinario isterismo, squisitamente al femminile.

Il regista sembra voler strizzare l'occhio alla grande maggioranza delle donne tradite per una sorta furbesca di captatio benvolentiae, con lo stesso machiavellismo di certi programmi televisivi (cfr. "Isola dei famosi"); inventa scene pietose sul dramma dei bambini, immagini convenzionali del brutale traditore che amoreggia pubblicamente con una simil velina adolescente, trovate strappalacrime come la morte del povero cane di famiglia, e suocere "fulminate" come nella commedia all'italiana. Mescolando poi la minestra con altri ingredienti sentimentalistici e triti, come la poco credibile figura del vicino di casa musicista, con cui i salmi erotici della povera Buy finiranno in gloria.

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martedì 4 ottobre 2005

Recensione IL FIGLIO

Recensione il figlio




Regia di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne con Olivier Gourmet, Morgan Marinne, Isabella Soupart

Recensione a cura di kowalsky

"Colpire al cuore", come in un film di Gianni Amelio di qualche lustro fa.
Fu la più grande alta marea degli ultimi 20 anni a "colpirmi" quella sera che mi azzardai a mettermi gli stivali alti e superare ogni impasse temporale di Venezia per andare a vedere questo film. Io e una ragazza, coraggiosamente, abbiamo superato calli e campi trasformati in atipici affluenti per "qualcosa che anche nei giorni di sole non riempie certo i botteghini".
Un cinema quello dei Dardenne, quasi metafisico, à la Kiarostami (ma senza l'ironia beffarda dell'autore nordico) o alla Kieslowsky, un cinema dove i personaggi palesano, occultano, reprimono, svelano con difficoltà.

Non è null'altro che la ragione della dignità umana, in certi casi. Lo spettatore non ama un contatto tanto profondo, "epidermico" con un film, tralasciando le velleità sociali e omettendo la sua diretta identificazione. Ma in linea di massima i Dardenne non provano alcun espediente calligrafico, nè il simbolismo cromatico-spirituale di cui l'amato Kieslowsky faceva largo uso soprattutto nel "Decalogo". E' qualcosa a sè.
Tutto è lasciato al gioco degli sguardi, all'inconfessabile ragione della vita, che poi è la stessa ragione per cui possiamo parlare esattamente di Cinema con la C maiuscola. Immagine che ci purifica dal modello tradizionale, che ci consegna un minimalismo quotidiano attraverso la sfida ai grandi mezzi tecnici della comunicazione nel segno del dettaglio, dell'umiltà dei gesti e delle (poche ma significative) parole, lasciandoci addosso una sorta di malessere empatico frammisto a benessere emotivo.

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lunedì 3 ottobre 2005

Recensione REBECCA, LA PRIMA MOGLIE

Recensione rebecca, la prima moglie




Regia di Alfred Hitchcock con C. Aubrey Smith, Judith Anderson, Leo G. Carroll, George Sanders, Nigel Bruce, Florence Bates, Laurence Olivier, Joan Fontaine

Recensione a cura di Laura Ciranna

La luna piena che fugge in un cielo nero, carico di presagi e tempeste imminenti. Un sentiero che si dipana fra curve tortuose. La sagoma di uno splendido castello, "segreto e silenzioso", su cui passa una nube, come "una mano scura davanti a un volto".
Questo non è l'inizio di un racconto di Poe o di Lovecraft, ma di una fiaba gotica affidata alle immagini, anziché alle parole. Questo è l'inizio di uno dei film più belli e meno conosciuti (quantomeno al grande pubblico) di Alfred Hitchcock.

Un film raffinatissimo e sottile, che ci avvolge nella sua atmosfera, che spaventa non solo con scogliere scoscese, ombre minacciose e silenzi insostenibili, ma soprattutto con la banalità del dramma proposto: una sposina ingenua e dolce (Joan Fontaine), schiacciata dai silenzi del marito (Laurence Olivier) che crede essere ancora innamorato della prima moglie, morta tragicamente in un incidente. Gente normale che si ritrova in situazioni oscure, persone ordinarie che covano dentro passioni nascoste e terribili.
Il teatro della vicenda è proprio la misteriosa magione di Manderley, che ci era stata presentata, fin dalle prime inquadrature, in una sequenza onirica e densa di fascino. E' qui che viene condotta, dopo una breve luna di miele spensierata, la nuova signora de Winter (alla quale non viene concesso un nome proprio), in quella che fu la dimora di "Rebecca - la prima moglie".

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