lunedì 17 ottobre 2005

Recensione SUPERMAN

Recensione superman




Regia di Richard Donner con Marlon Brando, Gene Hackman, Christopher Reeve, Ned Beatty, Jackie Cooper, Glenn Ford, Trevor Howard, Margot Kidder

Recensione a cura di Demetrio

Il vero uomo d'acciaio, l'eroe di tutti gli eroi, l'inimitabile, l'insuperabile, l'incredibile Superman.
Forse Superman è l'eroe dei fumetti più amato in assoluto, l'unico che può insidiare il suo posto nel cuore di migliaia di fan giovani e meno giovani è Batman, per molti anni dopo l'uscita di questo film, l'eroe dal mantello rosso ha incarnato nell'immaginario collettivo un mito, un simbolo di libertà e di giustizia. Il super uomo ha rappresentato e rappresenta ancora adesso un'intera nazione: gli Stati Uniti, sua terra natia.

Il film inizia nel lontano 1948 con un particolare processo a tre ribelli del pianeta Krypton, colpevoli di aver tentato un colpo di stato per assumere il controllo e il potere sull'intero pianeta, il personaggio a cui spetta il compito di eseguire il processo ed in fine giudicare gli imputati è Jor-El un famoso scienziato di Krypton interpretato da un grandissimo Marlon Brando. L'esito del processo è decisamente negativo per i tre ribelli che vengono condannati all'esilio nella zona fantasma, un'angolo remoto e senza via d'uscita nella galassia dove si trova Krypton, luogo scoperto proprio dal loro giudice lo scienziato Jor-El.
Intanto però sul pianeta Krypton grava una pericolosa minaccia: il Sole Rosso di Krypton, fonte di energia per tutti gli abitanti del pianeta, si avvicina minaccioso all'orbita di Krypton. Questa situazione non desta molte preoccupazioni ne agli abitanti del pianeta ne tanto meno al consiglio supremo di Krypton, l'unico che ha previsto l'imminente catastrofe è Jor-El, inutili però sono i suoi tentativi di convincere il consiglio a preparare un piano di evacuazione per tutti gli abitanti del pianeta, il consiglio respinge le affermazioni di Jor-El e per questo lo scienziato si ritira nel suo alloggio e medita sul modo di far salvare almeno un abitante di Krypton, il suo unico figlio neonato Kal-El, progettando una speciale navicella Jor-el permette a suo figlio di fuggire da Krypton proprio mentre questo sta per esplodere, la destinazione inserita nella navicella è il pianeta Terra, il nostro pianeta è scelto da Jor-El proprio per la sua conformazione e per la sua atmosfera, li Kal-El sarebbe diventato invincibile e grazie alla diversa forza di gravità che la Terra esercita sugli uomini, differente da quella di Krypton, suo figlio si potrà muovere a velocità incredibili fino ad addirittura volare un giorno.

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Recensione SUPERMAN

Recensione superman




Regia di Richard Donner con Marlon Brando, Gene Hackman, Christopher Reeve, Ned Beatty, Jackie Cooper, Glenn Ford, Trevor Howard, Margot Kidder

Recensione a cura di antoniuccio (voto: 10,0)

Ideato sul finire degli anni '30 da due studenti nordamericani (uno statunitense e l'altro canadese), già sulle pagine dei fumetti della DC Comics, Superman incarnava un misto perfetto di ideali, forza e mistero, che in brevissimo tempo fece breccia nel cuore degli americani.
Produrre, scrivere e dirigere il film su un personaggio intoccabile, costituiva una vera sfida. Il precedente creato dalla serie televisiva, resa celeberrima dall'attore George Reeves che rappresentò per i giovani dell'epoca un vero e proprio idolo, costituiva un muro insormontabile. Il rischio di un flop di quelli che rovinano per sempre una casa cinematografica era reale e per molto tempo il progetto attese in un cassetto.

Come più volte accade, per demolire antiche paure, a volte, occorre un outsider: per Superman ve ne furono due, provenienti – per l'epoca – davvero da un altro mondo; Aleksander e Ilya Salkind erano padre e figlio russi (sebbene Ilya fosse nato nel Messico), e non possedevano tutto questo timore reverenziale verso il personaggio. Si rivolsero a Richard Donner, il quale, con carta bianca, diede un taglio personalissimo alla storia da trasferire sul grande schermo.

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sabato 15 ottobre 2005

Recensione IN COMPAGNIA DEI LUPI

Recensione in compagnia dei lupi




Regia di Neil Jordan con Sarah Patterson, Angela Lansbury, David Warner, Stephen Rea, Tusse Silberg

Recensione a cura di kaiser soze

Rosaleen passa tutto il suo tempo nella sua camera a dormire.
Sogna un mondo da fiaba, nel '700, dove i lupi corrono liberi nella foresta e dove gli uomini sono pericolosi quanto gli animali.

Rosaleen, una graziosa adolescente inglese, passa le sue giornate dormendo. Nei suoi sogni, popolati di giocattoli infantili che improvvisamente si animano e di animali feroci (i lupi) in una fantastica foresta, la ragazza rivive le fiabe che la vecchia nonna le ha raccontato fin dalla più tenera infanzia, collocando la nonna, se stessa e tutti gli avvenimenti nel lontano Settecento.
Rosaleen crede ciecamente ai racconti della nonna, ma vuole anche conoscere ed affrontare la realtà ed i suoi inevitabili pericoli: sa che non dovrà mai abbandonare il sentiero e sempre diffidare degli uomini, che sono più feroci dei lupi. La sorella di Rosaleen, nei suoi incubi, è morta sbranata da un lupo. Un giorno deve attraversare il bosco per recarsi alla casetta della nonna, è protetta solo dalla mantellina di lana rossa che le ha fatto la vecchia. Incontra un seducente cacciatore, che la sfida ad arrivare prima di lui a destinazione: se lui vincerà, avrà come premio un bacio. Rosaleen, affascinata, accetta, ma a casa non troverà più la nonna ma il forestiero, che dopo averla baciata si tresformerà in un lupo. Il padre ed i paesani accorrerà per salvare Rosaleen la quale, tuttavia, sceglierà di fuggire con la bestia accettando lei stessa di condividerne da lupa la sorte.
Al suo risveglio, l'ultima cosa che vedrà, sarà un lupo che entra dalla finestra della sua camera...

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venerdì 14 ottobre 2005

Recensione KUNDUN

Recensione kundun




Regia di Martin Scorsese con Tenzin Thuthob Tsarong, Tencho Gyalpo, Tsewang Migyur Khangsar, Geshi Yeshi Gyatso

Recensione a cura di Giordano Biagio

"Ci hanno portato via il nostro silenzio". La frase nel film è di uno dei collaboratori più fidati del Dalai Lama e viene pronunciata dopo l'invasione tibetana da parte dei cinesi di Mao Tse Tung. Una frase che dà l'idea del grande trauma subito da chi incarnava la cultura e la religione buddista nel 1949. Il territorio del Tibet subisce un passaggio forzoso alla cosiddetta madrepatria cinese perdendo definitivamente la propria identità. Film raro. Di grande spessore tecnico e culturale. Incentrato sulla storia del 14° Dalai Lama e sul tragico conflitto tra Tibet e Cina creatosi tra il 1949 e il 1959.

Straordinaria la capacità di Scorsese nel trasmettere pathos per immagini. Immagini dominate dal rosso delle toghe dei monaci e da un giallo forte, luminoso, riflesso dagli oggetti e dai preziosi del rito. Colori che portano ad un altrove che ci riguarda, coinvolgendoci lungo raffigurazioni etiche di grande raffinatezza e spiritualità. Un film che funziona perché molto curato sul piano dei tempi delle inquadrature. Inquadrature ricchissime di varianti prospettiche con riprese molto lente che consentono allo spettatore di cogliere i numerosi significati che le racchiudono. Grazie alla bravura del regista la pellicola trova nel montaggio e nelle riprese una scrittura altra che compensa le lacune della sceneggiatura. Lacune vistose sul piano dell'unità dell'argomento. L'argomento doveva riguardare in particolare la conoscenza del culto religioso buddista in un contesto di società in forte evoluzione. Ma il film oscilla indeciso tra un ottimo approfondimento visivo della cultura filosofica buddista e un'esposizione incerta della politica e della conflittualità del Tibet con la Cina. I contenuti della politica vengono schematicamente organizzati dal regista in sequenze brevi. Esse a causa di una brutta sintassi visiva risulteranno poco scorrevoli. La Cina viene vista da Scorsese come cinica violentatrice del Tibet, usurpatrice di una società che vanta un millennio di non violenza.

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giovedì 13 ottobre 2005

Recensione UNDERWORLD

Recensione underworld




Regia di Len Wiseman con Kate Beckinsale, Scott Speedman, Bill Nighy, Michael Sheen, Shane Brolly

Recensione a cura di elfavy

Il film Underworld, scritto e girato da Len Wiseman, stravolge tutte le storie che hanno rappresentato fin'ora vampiri e licantropi. In un unico film vengono messe a confronto le due specie più antiche delle leggende horror, evolute insieme al resto del mondo. Non si tratta più di storie di creature condannate a subire mutamenti nelle notti di plenilunio o costrette a dormire in una bara aspettando la prossima preda da dissanguare, ma della vicenda di una pericolosa faida che lega le due razze da più di mille anni. Ciò che rende particolare il film di Wiseman non è solo la guerra tra le specie ma l'originale tema scientifico introdotto per spiegare come ha avuto inizio tutto. Vampiri che si nutrono di sangue clonato e Lycan che uccidono con armi a munizioni ultraviolette, sparatorie all'interno di cunicoli sotterranei, esperimenti scientifici, di certo l'originalità non manca. Vendetta, rabbia, tradimento, gelosia, scienza, amore e morte in un'unica parola: Underworld.

Un millennio prima che la situazione precipitasse i lycan erano i guardiani diurni dei vampiri. I Licantropi venivano trattati come schiavi e i loro padroni, i vampiri, marchiavano la loro pelle con il simbolo di appartenenza. Nessun astio intercorreva tra le specie fino a quando Lucyan, un lycan, prese in moglie la figlia di Vicktor, uno dei tre anziani vampiri che governava i casati. Deciso a proteggere la propria specie, Vicktor fece bruciare viva sua figlia, la mescolanza tra le razze era proibita, così Lucyan fuggì via. I lycan si ribellarono e organizzarono un clan tutto loro e da allora i vampiri si impegnarono a sterminarli tutti. Quattrocento anni più tardi la fortezza di Lucyan fu incendiata e Kraven, l'unico vampiro che sopravvisse a quella battaglia, portò a Vicktor la prova della morte del capo lycan, ovvero il marchio sulla pelle. Tutte menzogne, poiché la notte dell'incendio Kraven stipulò un patto con Lucyan. Il capo lycan avrebbe avuto tutto il tempo di riorganizzarsi per poter colpire Vicktor nel momento più debole e, una volta eliminati gli anziani vampiri, Kraven avrebbe governato sui due casati. Nei sei secoli che seguirono, i lycan iniziarono a cercare un discendente di Alexander Corvinus, l'ungherese che salì al potere nel V sec. mentre la peste devastava il suo villaggio. In quel secolo solo Alexander sopravvisse, il suo corpo riuscì a plasmare il virus facendolo diventare il primo vero immortale. Anni dopo divenne padre di due figli che ereditarono da lui la stessa peculiarità solo che uno venne morso da un pipistrello, l'altro da un lupo, il virus allora mutò, trasformandoli uno in un vampiro l'altro in licantropo. I lycan cercavano un discendente Corvinus puro, che possedeva la forma originaria del virus, in modo tale da combinare le due specie: nè vampiro nè licantropo ma piu forte di ambedue, per sterminare finalmente i vampiri.
Sarebbe filato tutto liscio se non ci fosse stata Kate Beckinsale nei panni di Selene, un'agente di morte, un vampiro che come altri aveva impegnato la sua immortalità nella lotta contro i Lycan.

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mercoledì 12 ottobre 2005

Recensione RAGAZZI PERDUTI

Recensione ragazzi perduti




Regia di Joel Schumacher con Kiefer Sutherland, Jason Patric, Dianne Wiest, Jami Gertz

Recensione a cura di kaiser soze

Lucy, reduce da un divorzio non ancora ben metabolizzato e dal quale non ha ricavato benefici economici, si trasferisce dal padre a Santa Carla, seguita dai figli Michael e Sam.
Michael, ad una festa sulla spiaggia incontra Stella, e se ne invaghisce. Stella risulta essere la fidanzata di David, capo di una banda di motociclisti locale dedita a giochi estremi e causa di sparizioni e delitti.
David riesce a circuire Michael e a farlo diventare un vampiro, condizione che il giovane affronta con non pochi problemi. Lucy comincia ad uscire con il gestore di un negozio locale, che altri non è che il "gran maestro" dei succhiasangue amici di Michael.
In tutto questo Sam, con l'aiuto dei due ragazzi che gestiscono un negozio di fumetti come copertura alla loro attività di ammazzavampiri, corre in aiuto alla madre ed al fratello.
Michael deve però fare i conti col fatto di essere innamorato di Stella, e di non poterla certo far morire insieme agli altri.

La trama del film è abbastanza semplice, e sembra essere anche una critica al modello di società che spinge i "forestieri" ad adeguarsi a qualsiasi tipo di comportamento pur di essere accettati dai locali (in questo caso il diverso è il non-vampiro).

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martedì 11 ottobre 2005

Recensione FRATELLI

Recensione fratelli




Regia di Abel Ferrara con Annabella Sciorra, Isabella Rossellini, Vincent Gallo, Chris Penn, Christopher Walken

Recensione a cura di fidelio.78

Sono stati molti i pareri discordi su questo film, ma il destino dei registi come A. Ferrara è quello di far discutere, nel bene o nel male o, in questo caso sarebbe meglio dire, al di la del bene o del male.
Alcuni lo ritengono l'ennesimo film sulla mafia, un'abile esercitazione manieristica, altri invece un'opera sincera, intensa ed innovativa.
D'altronde lo stesso Ferrara alla mostra di Venezia (dove questo film fu incredibilmente snobbato per assegnare il Leone d'Oro al discreto "Michael Collins" di N. Jordan) disse: "Il mio non è un film sulla mafia, il genere è usato come pretesto per parlare della vita, della morte, della religione e dei legami familiari".

La famiglia Tempio è composta da tre fratelli: il maggiore Ray (C. Walken), il secondo Chez (C. Penn) e il più giovane Johnny (V. Gallo); l'omicidio di quest'ultimo è l'evento dinamico che scatena la folle voglia di vendetta dei due fratelli maggiori.
Tutto in una notte e attorno ad un cadavere, durante la veglia funebre di una famiglia nell'America degli anni Trenta, tra le canzoni struggenti di Billie Holiday e gli idilli sublimi di Carlo Buti (realtà e idealità, tristezza e nostalgia).
Tutto in una famiglia, come gli Atridi (molti hanno infatti accostato giustamente questo film alle tragedie classiche greche), a farsi piaghe e a leccarsi ferite insanabili, tra flashback e degli altrove atroci più del momento presente.
Uomini implacabilmente prigionieri di un destino, di una condanna, di un'ossessione di peccato ed espiazione, di un'inquieta coscienza del male.
Il prete che visita la famiglia è a conoscenza della condanna e accenna alla possibilità di rompere il groviglio di morte non lavando il sangue col sangue, ma d'altra parte è convinto dell'impossibilità di questa azione, dentro a quel consolidato groviglio psicologico-morale di mafiosi immigrati, di delitto che porta follia che porta dentro altro delitto.
Per la prima volta inoltre in un film di mafia le donne fanno sentire la loro presenza, la loro voce, sono loro ad indicare la via della salvezza, ma restano inascoltate; per gli uomini della famiglia Tempio solo nella morte sembra esserci pace.
La misura tragica del film risiede tutta in questa condanna, in questa assenza di luce, in questo notturno dialogo con un Dio troppo lontano e con dei troppo ostili.

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