martedì 28 marzo 2006

Recensione LA VITA SEGRETA DELLE PAROLE

Recensione la vita segreta delle parole




Regia di Isabel Coixet con Sarah Polley, Tim Robbins, Julie Christie, Javier Cámara

Recensione a cura di GiorgioVillosio

Perché mai la critica sia stata così tiepida con questo delicato film della spagnola Coixet è difficile da spiegare. Forse perché abituati, come ormai tutti sono, ai toni roboanti e fragorosi, alle violenze raccontate nel minimo dettaglio, alle scene plateali e agli effetti facili, viene meno la capacità di ascoltare le voci sussurrate, i moti profondi dell'anima e le immagini simboliche: in pratica il canto dolce della poesia... e la vita segreta delle parole!

E di parole proprio si tratta nel film. Del non detto che cova nel profondo delle nostre anime e che fatica ad emergere, prorompendo poi in una esplosione catartica e liberatoria, o avvincendoci sempre di più nelle catene del silenzio e dell'incapacità di comunicare, con meccanismi nevrotici o psicotici.
Autistica sembra, infatti, agli inizi la bionda protagonista, chiusa in un ostinato dolore, che l'ha resa, non a caso, sorda; anche se la causa di tale malessere non è come solitamente accade, di natura "affettivistica", ma di origine traumatica. Le strade del suo destino vanno ad incrociarsi con quelle di un tecnico, provvisoriamente accecato da un incidente su una piattaforma petrolifera del mare del Nord. Nel suo mese di ferie la giovane infelice decide di curarsi di lui come infermiera, iniziando un rapporto di progressiva e reciproca confidenza, che li porterà entrambi a nutrire fiducia nell'altro, affidandogli con muta commozione il proprio progetto esistenziale: in toto, come se il mondo esterno non esistesse (chi ricorda "David e Lisa"?), e fossero isolati su un'isola deserta.
Dove la facile metafora, espressa pari pari dal malato in lettiga, coincide con l'idea centrale del film, ambientato su una piattaforma marina disperatamente isolata nei mari artici, raggiungibile solo con gli elicotteri.

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Recensione DANCER IN THE DARK

Recensione dancer in the dark




Regia di Lars Von Trier con Björk, Catherine Deneuve, David Morse, Peter Stormare, Joel Grey, Cara Seymour, Jean-Marc Barr, Siobhan Fallon, Zeljko Ivanek, Udo Kier, Reathel Bean

Recensione a cura di peucezia

Il film, uscito nel 2000, segna l'esordio sulle scene cinematografiche della cantante Bjork, islandese ma di fama internazionale.
Lars von Trier sembra uscire un attimo dalle regole del DOGMA, manifesto cinematografico sottoscritto insieme ad un gruppo di giovani cineasti danesi nel 1995, concedendosi qualche libertà, ma pur sempre mantenendo il purismo e il verismo predicati da tale movimento.
L'uso della camera a mano, il realismo dei dialoghi sostenuto anche dalla presa diretta, sono caratteristiche del movimento che vengono rispettate in pieno dal regista, il quale però, esce dagli schemi tentando una sua via di film musicale o piuttosto di melodramma considerando l'alta drammaticità della tematica affrontata.

Le canzoni, interpretate con grande impeto da Bjork, sono il mondo sognato e sognante della protagonista, un tentativo di fuga da una realtà triste e impassibile dalla quale sembra impossibile fuggire in cerca di un domani migliore e, nello stesso tempo, rappresentano il flusso di coscienza dei vari protagonisti (da ricordare il momento in cui Selma tenta di darsi una ragione della sua imminente cecità: ho visto tutto quello che avrei dovuto vedere recitano i versi della sua canzone).
E' proprio questo futuro migliore, non per sé stessa ma per suo figlio, il vero sogno di Selma (Bjork), giovane operaia di origine ceca.
Il lavoro ed il dolore di una futura cecità sono le uniche, autentiche realtà della donna, il mondo dei musical il sogno, il tentativo di fuga da un mondo ostile.
Eppure anche Selma ha chi si prende cura di lei: Jeff (l'uomo innamorato della ragazza) e Kathy (Catherine Deneuve, molto misurata e compresa nella parte), una collega di lavoro che per gran parte del film sembra essere il suo angelo custode.
Ciononostante non possono esistere nei film di von Trier spiragli autentici di speranza e bontà, il suo realismo esasperato ed esasperante ci dice che tutto è cattivo, che solo il buio della morte è quello che aspetta anche chi ha fatto della propria esistenza una continua rinuncia.

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lunedì 27 marzo 2006

Recensione ANGEL-A

Recensione angel-a




Regia di Luc Besson con Jamel Debbouze, Rie Rasmussen, Franck-Olivier Bonnet, Michel Chesneau, Olivier Claverie, Akim Colour, Tonio Descanvelle, Sara Forestier

Recensione a cura di GiorgioVillosio

Ricetta per X persone, che abbiano un ottimo stomaco: mettete cinquanta grammi di problema extracomunitario, di grande attualità (banlieu e affini), un etto di voyeurismo sexy con una manza bionda da 190 cm, mai vista, una salsa di cinema noir in compresse, alcune maschere di malviventi, ed un bel pesce nero con l'occhio sentimentale da triglia lessa del Marocco (...con passaporto americano, chissà perché?).
Rimestate bene il tutto, a fuoco molto lento, esasperando la lentezza, e sempre nello stesso verso (come i dialoghi di triglia e giraffa); aggiungete un pizzico di new age, una spolverata di psicanalisi e, per finire, condite tutto con del nero di seppia.
A questo punto guarnite il piatto con una decorazione strutturale di ponti parigini, e coprite il tutto con sentimentalismo alla melassa; per finire presentate l'insieme in modo armonioso, con dolcissima musica e toni fiabeschi, per avere in tavola... l'ultimo film di Luc Besson: "ANGEL-A".
Il quale poi si lamenta pubblicamente di non piacere ai suoi connazionali! Ma cosa pretende?

Nel paese di enciclopedisti ed illuministi, di Voltaire e di Cartesio... profeti della logica per la logica... vorrebbe pure piacere con prodotti sì estrosi, se vogliamo, ma non classificabili in alcun modo nella dimensione della ragione.
Intendiamoci, il cinema è essenzialmente metafora e, dunque, non necessariamente ancorato a realismo e razionalità, ma il linguaggio immaginifico, per "comunicare all'utenza" deve comunque essere decodificabile, e condivisibile in una qualche misura.
Salvo, come in questo caso, ricorrere alla favola per giustificare l'impossibilità di farlo, appellandosi alla fantasia per la fantasia, come è, in effetti del mondo infantile. I bambini sì "fanno ooh!" davanti ad ogni meraviglia, ancora affrancati dall'esigenza "adulta" di rendersi conto delle cose e di decodificare i messaggi ai fini della conoscenza; ma i grandi, ove non rifiutino le fiabe in assoluto, ne cercano quanto meno una valenza psicanalitica di fondo.
E siccome "Angel-A" di Besson non è poi altro che una fiaba, cerchiamo di analizzarla sotto l'aspetto simbolico.

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venerdì 24 marzo 2006

Recensione V PER VENDETTA

Recensione v per vendetta




Regia di James McTeigue con Natalie Portman, Hugo Weaving, Sinéad Cusack, Nicolas de Pruyssenaere, K.B. Forbes, Stephen Fry

Recensione a cura di Simone Bracci

Ricorda sempre il 5 Novembre, la Congiura delle polveri. Niente male come incipit tratto da eventi storici, per un film che si proclama dai forti temi rivoluzionari e di cui è stata posticipata l'uscita per l'analogia con gli attentati londinesi dello scorso anno.
S'inizia subito in uno stato quasi onirico in cui lo spettatore sprofonda e dove le prime colorite sequenze richiamano ad una rappresentazione teatrale ed enfatica che gli amanti del fumetto ricordano benissimo. L'entrata in scena della maschera di Guy Fawkes (tra le musiche firmate dall'italiano Dario Marianelli) è uno spiraglio di sollievo che fa da contraltare al continuo richiamo alle suggestioni ipnotiche indotte dal regime neonazista.
Regime imposto in quell'Inghilterra scampata alla guerra nucleare e oppressa da una dittatura poliziesca, dove una giovane donna, Evey viene salvata da V, un uomo dietro alla maschera che vuole vendicarsi di coloro (il Governo) che l'hanno sottoposto a crudeli esperimenti medici: inizia così la sua rivolta contro il potere, in cui cercherà di sollevare i suoi concittadini contro la tirannia e ristabilire la libertà.

Spettacolare e inquietante l'inizio del film, scritto e riaggiornato dai fratelli Wachowsky, che rievocano le atmosfere post-futuristiche del primo "Matrix", senza eccessi di sorta, ma su uno sfondo poetico-pragmatico che caratterizza tutta la pellicola.
Diretto dal loro assistente alla regia James McTeigue, "V per Vendetta" è un'opera fortemente simbolica, coinvolgente ed emozionante, la storia di V prende allo stomaco e viene riflessa in una contemporaneità che ha vissuto la drammaticità di un passato simile, imponendo di riflettere su un'eventualità (quella del regime salito al potere con meschinità e repressione) che nessuno si augura accada mai più.
Naturalmente non manca la morale contro il terrorismo, i crimini di cui si macchia V, sottolineati dalla bella Evey prima della sua trasformazione in combattente e fervente rivoluzionaria: anche nel suo look rasato, Natalie Portman dimostra tutto il suo talento e il fascino della propria femminilità, mentre il povero Hugo Weaving cerca di animare come può la fissità della maschera che lo nasconde agli occhi di tutti e dell'amata Evey.

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giovedì 23 marzo 2006

Recensione TOKYO-GA

Recensione tokyo-ga




Regia di Wim Wenders con Wim Wenders, Werner Herzog, Chishu Ryu, Yuuharu Atsuta

Recensione a cura di bungle77 (voto: 9,0)

"Se il sacro avesse ancora diritto ad un posto in questo secolo, e se ritenessimo giusto erigere un santuario del cinema, ci metterei l'opera del regista giapponese Yasujiro Ozu".
Pochi registi sono in grado di trasmettere le proprie passioni come Wenders e l'incipit di Tokyo-Ga ne è una conferma. Il regista tedesco ha sempre dato il meglio di sé nella realizzazione dei documentari piuttosto che nei lungometraggi di finzione.
L'insofferenza sempre mostrata dall'autore nei confronti della sceneggiatura, a partire da "Il cielo sopra Berlino" in poi, lo ha portato a realizzare delle opere di finzione sempre abbastanza dispersive, mentre parallelamente documentari come "Nick's Movie", "Lisbon Story" e "Buena Vista Social Club" hanno mostrato l'aspetto migliore dell'artista, la sua curiosità, il suo stile elegante, il suo uso sempre intelligente della musica.

"Tokyo-Ga" letteralmente significa "viaggio a Tokyo" e quello di Wenders nell'attuale Edo, infatti, è un vero viaggio; il regista non aveva mai visto la capitale giapponese prima. "Tokyo Monogatari" (lett. "Una storia di Tokyo") in italiano tradotto "Viaggio a Tokyo" è anche il film più famoso del regista nipponico, e non per nulla il documentario di Wenders si apre (e si chiude) con le sequenze iniziali e finali di questo film.
E' il 1983, il regista che sta lavorando alle riprese di "Paris, Texas" si reca a Tokyo per una quindicina di giorni al fine di presenziare ad una rassegna sul cinema tedesco.
Wenders che, come già accennato, nutre da sempre particolare interesse per i lavori documentaristici decide di portare con se una cinepresa. Chiede inoltre al direttore della fotografia Ed Lachman, che aveva curato le riprese di "Nick's Film" (splendido ritratto degli ultimi giorni di vita del regista N.Ray), di accompagnarlo nel viaggio. Proprio in questa sua breve permanenza nella capitale giapponese prende forma questo film/documentario. Come ben si capisce già a partire dall'incipit tutto il progetto nasce da un incommensurato amore per le opere del regista nipponico Yasujiro Ozu.
Wenders, cinepresa alla mano, parte così ad una disperata ricerca dei luoghi e personaggi ai quali Ozu consegnò l'immortalità. Ed è bravo nel farci credere nella sua buona fede e nelle sue intenzioni: si accinge a questo viaggio con la speranza fanciullesca di trovare qualcosa di prezioso, a lungo agognato, ignaro di ciò che lo attende. È qui che Wenders, con un tono tra lo stupito e l'amareggiato, prende atto che il Giappone delle locande, delle case basse, dei treni ("in ogni film di Ozu c'è almeno un treno"), delle tradizioni, ormai sembra praticamente svanito.
Le uniche tracce le ritrova andando ad intervistare i più stretti collaboratori del regista: il suo attore preferito, Chishu Ryu, e l'operatore di quasi tutti i suoi film, Yuharu Atsuta.

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mercoledì 22 marzo 2006

Recensione NOTTE PRIMA DEGLI ESAMI

Recensione notte prima degli esami




Regia di Fausto Brizzi con Giorgio Faletti, Cristiana Capotondi, Sarah Maestri, Nicolas Vaporidis, Elena Bouryka, Chiara Mastalli

Recensione a cura di peucezia

Opera prima di Fausto Brizzi, aiuto di Neri Parenti in molti film natalizi, la pellicola ha ottenuto un inaspettato successo tanto da risultare una delle più viste del primo trimestre 2006.
Tanto clamore può essere stato suscitato forse dal battage pubblicitario antecedente nonché dal titolo che richiama uno dei successi di Antonello Venditti, ma soprattutto è dovuto alla voglia di riflusso, di revival che da sempre anima l'essere umano.

Negli anni Settanta gli americani reduci dalla bruciante sconfitta del Vietnam pensarono alla loro verginità perduta riproponendo il ventennio precedente, i loro graffiti americani, i loro giorni felici arrivati poi anche in Italia. Poi dieci anni dopo l'allor giovane figlio di Steno pensò di restituire agli italiani un sapore di mare degli anni Sessanta condito con canzoni del decennio in questione e avvalendosi di uno stuolo di attori molti ancora sulla breccia (come Christian De Sica) e molti altri invece scomparsi per sempre inghiottiti dal crudele star system.
Brizzi, furbescamente, ha tentato la carta del revival ammiccando agli adolescenti del Duemila e sicuro di avere dalla sua anche i diciottenni di venti anni fa, ormai già preda dei ricordi della gioventù che viene una volta e non torna più.

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martedì 21 marzo 2006

Recensione GO NOW

Recensione go now




Regia di Michael Winterbottom con Tricky, Sophie Okonedo, James Nesbitt, Juliet Aubrey, Robert Carlyle

Recensione a cura di Luca.Prete

All'improvviso la disabilità. La disabilità che invalida l'esistenza, la disabilità che ti fa perdere la voglia di vivere, la disabilità che ti rende ogni cosa estremamente difficile da compiere. All'improvviso la sclerosi multipla, patologia che tutt'ora non ha una cura definitiva.
E' proprio l'invalidità, portata da una delle più gravi malattie neurologiche, il tema principale del film "Go Now" del regista inglese Michael Winterbottom con protagonista Robert Carlyle.
Carlyle interpreta Nick Cameron, operaio di Bristol che ha una vita come tante altre, estremamente semplice e comune, fatta del suo lavoro, della sua fidanzata Karen, delle partite di calcio con gli amici e delle serate trascorse al pub. L'ordinarietà viene improvvisamente spezzata quando Cameron si ammala di sclerosi multipla rubandogli tutto e costringendolo a muoversi su una sedia a rotelle.
Inizia per Nick la dura lotta per tollerarla. Niente più calcio, niente più corse, solo una immobilità cronica ed estremamente frustrante.

Winterbottom riesce a rappresentare la storia senza alcun pietismo, patetismo e compassione, non risultando troppo coinvolto nella vicenda di Nick ma limitandosi a registrare la convivenza molto dolorosa tra l'operaio e la malattia.
Dove, invece, la direzione del regista appare più intensa è nel racconto della vita di coppia tra Karen e Nick, lì, si può vedere una profondità di partecipazione sicuramente maggiore, sia nei momenti divertenti che in quelli più drammatici.
La storia di amore tra i due è un fattore chiave nel film in quanto usata come "palliativo" per attenuare la devastazione portata dalla sclerosi a placche, l'affetto di Karen rappresenterà per Nick un modo per convivere con la patologia.
Il film deve essere grato soprattutto ad uno strepitoso Rober Carlyle, che l'anno dopo sarebbe stato consacrato al grande pubblico con un film totalmente diverso, ossia "Trainspotting". Questi circondato da un valido gruppo di attori, tra cui spicca un'ottima Juliet Aubrey (Karen), dà una interpretazione difficile da dimenticare, riuscendo a mettere in evidenza il dolore e l'estremo patimento psico-fisico legato alla malattia, ma anche il desiderio di voler sopravvivere ad ogni costo.

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