venerdì 7 aprile 2006

Recensione C'ERA UNA VOLTA IL WEST

Recensione c'era una volta il west




Regia di Sergio Leone con Charles Bronson, Henry Fonda, Claudia Cardinale, Jason Robards, Gabriele Ferzetti

Recensione a cura di paul (voto: 10,0)

È il 1966. La Paramount Pictures prova a distribuire per intero negli USA quella che verrà chiamata in seguito "La trilogia del dollaro": Per un pugno di dollari (titolo americano: A Fistful of Dollars), Per qualche dollaro in più (For a Few Dollars More), Il Buono il Brutto il Cattivo (The Good, The Bad and the Ugly). Le tre pellicole vengono immesse sugli schermi statunitensi a pochi mesi di distanza l'una dall'altra con un minimo d'investimento in migliaia di dollari di pubblicità.
Neanche il più ottimista dei produttori poteva aspettarselo: l'uomo senza nome sbanca i botteghini del Nord America, a nessun film europeo era riuscito prima di allora. Sommando i tre film si ha un incasso totale vicino ai 160 milioni di dollari di oggi (in rapporto al cambio d'inflazione), il maggior incasso della stagione. La sigla de "Il buono il brutto il cattivo" risulta secondo sondaggi conosciuta dal 90% degli statunitensi, Sergio Leone diventa un mito, Ennio Morricone una celebrità, Eastwood (mai più se lo sognava) un divo. Inutile dire che a questi tre personaggi iniziano a fioccare centinaia di proposte da ogni angolo del pianeta. Tanto più che la trilogia del dollaro registra ottimi incassi anche nel 1967 (circa 30 milioni di dollari solo negli States). Per la Paramount si tratta del suo miglior risultato in base alla proporzione costo-ricavi di sempre (aveva messo non più di un milione di dollari per il lancio dei tre film). Eastwood, nonostante le diatribe, non potrà più non essere in debito con Leone (il rapporto fra i due si addolcirà durante la fase di doppiaggio a Los Angeles de "Il buono il brutto il cattivo", come vedremo più avanti). Le altre case di distribuzione che hanno rifiutato di distribuire in America i tre film si mangiano le mani.

A questo punto la Paramount Pictures vuole battere il ferro ancora caldo e propone a Leone un nuovo western, da girare interamente in America, a budget pressoche' illimitato e con un ingaggio così alto che permetterà al regista, per sua stessa ammissione, di poter vivere di rendita per il resto dei suoi giorni. Il giusto minimo riconoscimento per il Genio Leone. Non più quindi solo l'Almeria iberica o le pampas maremmane di casa nostra, bensì la leggendaria Monument Valley dove aveva girato John Ford.
Dopo la trilogia del dollaro il regista romano progettava una sorta di "trilogia della nostalgia", un film che avrebbe forse essere diviso in tre episodi, da intitolare "Once upon in America". Un progetto kolossal che non dispiaceva affatto ai distributori americani senonchè non si trattava di un western.
Perciò prima un altro film sui cowboys, poi via col progetto (che invece vedrà la luce solo nel 1984).

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giovedì 6 aprile 2006

Recensione IL SEGRETO DI VERA DRAKE

Recensione il segreto di vera drake




Regia di Mike Leigh con Imelda Staunton, Philip Davis, Peter Wight, Adrian Scarborough, Heather Craney, Daniel Mays, Alex Kelly, Sally Hawkins, Eddie Marsan, Ruth Sheen

Recensione a cura di gerardo

Ecco finalmente un film militante come non se ne vedono più tanto spesso. Ma la militanza di Leigh, ormai nota e celebrata, ne "Il segreto di Vera Drake", vincitore del Leone d'Oro alla 61° Mostra del Cinema di Venezia, si fa più intimistica, meno ideologica delle precedenti opere del regista inglese.

Imelda Staunton dà corpo a un personaggio pieno, senza vuoti di scrittura. E' lei stessa invece a scoprire, vivendo realisticamente (nel)la finzione, i vuoti personali e umani che si annidano nel suo personaggio. Vera, nella prima parte del film, è un monolite di certezze e sapienza casalinga, pur nella semplicità che hanno tutte le donne proletarie di casa. Quante Vera Drake ci sono state (e ci sono ancora nei nostri piccoli paesi di provincia) nelle nostre case, tra le zie e le nonne perennemente indaffarate in un'infinità di impieghi casalinghi, sapienti e conscie del fatto loro?
Vera Drake procura aborti clandestini con la stessa naturalezza, perizia e abnegazione con le quali svolge i suoi lavori domestici, di donna di servizio, di madre premurosa e di figlia rispettosa che accudisce i genitori anziani, dividendosi tra mille impegni quotidiani con assoluta, indiscussa e atavica dedizione.
Fa tutto questo perché è nella sua natura, cioè nella natura che le discende socialmente. Non si ferma mai a pensare, agisce senza porsi domande, dubbi. Tutto è assolutamente normale e va fa fatto perché così è (e sia), perché prima di lei lo hanno fatto centinaia o migliaia di altre donne del tutto simili a lei in ogni parte del mondo, da sempre. La sua è una realtà tacitamente lecita e legittima - nel suo mondo - acquisita per consuetudine e necessità, anche se parallela e non conforme alla realtà ufficiale, quella della Legge. Una legge che al momento dell'arresto appare quasi kafkiana, tanto è estranea e lontana dall'universo morale e ideologico della donna.

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mercoledì 5 aprile 2006

Recensione INSIDE MAN

Recensione inside man




Regia di Spike Lee con Denzel Washington, Clive Owen, Jodie Foster, Waris Ahluwalia, Ashlie Atkinson, Robert Bizik, Ed Bogdanowicz, Cherise Boothe, David Brown, Kim Director

Recensione a cura di Simone Bracci

Un plot complesso e raffinatamente intrigante. Una regia limpida ed efficace che contraddistingue lo spirito sempre provocatorio di Spike Lee, anche negli ultimi anni in cui si è espresso in maniera meno graffiante, ma più diretta, esplicita ed incisiva. Così si presenta "Inside Man", ultima opera del regista newyorkese, che annovera questa volta un voluto cast "patinato", tra cui spicca la presenza di due icone della Hollywood contemporanea come Denzel Washington e Jodie Foster, qui in un ruolo minore insieme con Christopher Plummer e Willem Dafoe, oltre alla stella nascente Clive Owen.

Interamente ambientato nel Financial District, racconta la "rapina perfetta" ad opera di quattro malviventi nei confronti della Manhattan Trust, caposaldo finanziario di Wall Street. Oppure questo è solo fumo negli occhi dello spettatore? Lee ci conduce insieme al negoziatore Frazier (uno splendido Washington) e al suo collega Mitchell, l'emergente Chiwetel Ejiofor, nel complicato puzzle dei sequestri, dove lo scontro psicologico tra criminali e forze dell'ordine è una partita contro il tempo, per liberare gli ostaggi resi impotenti. Il ritmo teso e le ingegnose sequenze degli interrogatori poste sotto forma di flash-forward sono il clou della visione che l'autore ha voluto inserire nel sottotesto della narrazione, in cui si svelano pian piano i dettagli della rapina.

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Recensione IL DECAMERON

Recensione il decameron




Regia di Pier Paolo Pasolini con Franco Citti, Ninetto Davoli, Jovan Jovanovic, Vincenzo Amato, Angela Luce, Giuseppe Zigaina, Gabriella Frankel, Pier Paolo Pasolini, Silvana Mangano

Recensione a cura di peucezia

Primo film della cosiddetta "Trilogia della vita" a cui seguiranno i "Racconti di Canterbury" e "Il fiore delle Mille e una notte", "Il Decameron" tratto dall'omonima opera di Giovanni Boccaccio e uscito sugli schermi italiani nel 1971, vuole celebrare il trionfo della gioiosità della vita inteso come trionfo della sessualità.
Il regista sceglie nove tra i svariati racconti presentati da Boccaccio nella sua opera e predilige quelli in cui si esalta la licenziosità sia pur giocosa, vittoriosa sul buio del Medioevo e sugli altri poteri che imperavano in quell'epoca oscura. Accanto ai nove racconti ci sono due episodi "guida" destinati a fare da fil rouge: quello di ser Ciappelletto vissuto da pessimo uomo in vita e reputato santo da morto e quello autobiografico del pittore allievo di Giotto interpretato dallo stesso regista abbigliato come il Vulcano del Vélasquez, ma anche (per la sua fascia bianca che gli stringe la testa) come un guerriero giapponese. Il regista, a guisa dell'artista che interpreta, ammira la sua opera e le immagini che scorrono via via per concludere con il suo pensiero sui rapporti tra la vita, l'arte ed il sogno (richiamo, tra gli altri, ai drammaturghi Calderon de la Barca e William Shakespeare).

Come di consueto nei film girati da Pasolini, gran parte degli interpreti sono presi dalla strada e mostrano nel loro aspetto esteriore quanto la vita abbia influito sui loro volti imperfetti; siano essi giovani o anziani, caratterizzati da dentature sgangherate, sguardo alle volte anche "incattivito" come in alcuni fanciulli e il regista sottolinea maggiormente questa sua scelta con gli innumerevoli primi piani sui suoi personaggi.
Accanto agli attori non professionisti, ci sono anche due interpreti che hanno da sempre collaborato con Pasolini: Ninetto Davoli, protagonista della prima novella nel ruolo di Andreuccio da Perugia, caratteristica la sua parlata lenta e smozzicata e il recentemente scomparso Franco Citti, nel ruolo di ser Ciappelletto, a cui si confà il suo viso duro e scavato a dispetto dell'ancor giovane età dell'attore all'epoca delle riprese. Nel ruolo di Peronella, furba moglie fedifraga, c'è una irriconoscibile Angela Luce, sanguigna interprete napoletana.

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martedì 4 aprile 2006

Recensione TRANSAMERICA

Recensione transamerica




Regia di Duncan Tucker con Felicity Huffman, Kevin Zegers, Fionnula Flanagan, Graham Greene, Burt Young, Elizabeth Peña

Recensione a cura di GiorgioVillosio

Ogni popolo ha un'anima collettiva che esprime attraverso riti o liturgie, a seconda della morale di fondo, essenzialmente laica o religiosa.
Così gli indù fanno il bagno nel Gange, i musulmani sognano di andare a La Mecca, i cattolici attendono il Papa sotto le finestre di S. Pietro, o seguono il cammino di Santiago.
Comune a tutti la ricerca di una maggiore spiritualità e di una più profonda autoconoscenza, con un processo di crescita /salvazione attraverso esperienze comunque catartiche.
Le quali, dunque, non nascono necessariamente, da un' istanza di redenzione dal peccato, ma sovente da un anelito "psico-genetico" al "reperimento dell'individualità profonda" attraverso una particolare prassi; alla quale si conferisce un ruolo simbolico di ritualità, mentre forse basterebbe parlare di una legge "etologica", necessaria ad una certa specie per realizzare le proprie virtualità secondo natura.
Ad esempio i vecchi naviganti, sostenevano che per imparare a nuotare bisogna gettarsi in mare; dove l'evento, semplice strumento per apprendere, acquista valenza simbolica di battesimo dell'acqua. Ma vale lo stesso per il servizio militare di una volta: era una vera iniziazione alla vita adulta e al (sano) distacco dalla famiglia di origine.

La lunga premessa per introdurre al rito del viaggio coast-to-coast dei protagonisti di "Transamerica", per il quale molti commentatori hanno parlato di Road Movie, scomodando a sproposito la logica beatnick della vita on the road. Nell'ottica di questi, infatti, il viaggio è un fine esistenziale, bastevole a se stesso: "Dove andiamo? Non lo so... ma dobbiamo andare!! Compiere l'unica vera, nobile azione nel tempo... ANDARE!!".
Nel film, al contrario, l'attraversamento degli States è visto nell'ottica da noi sopra delineata di "fase rituale" dell'individuo, a lui indispensabile per approdare ad un cambiamento radicale del proprio Io attraverso un processo catartico di autocoscienza. Cosa che, infatti, succede ai due protagonisti, figlio e genitore, che nel loro lungo peregrinare attraverso deserti e montagne del centro America, imparano a conoscersi e ad accettarsi, singolarmente e reciprocamente.
Viaggio simbolico, come metafora dell'esistenza, anche per come si sviluppa durante il racconto, negli incontri col vecchio pellerossa, col furto subito dal giovane autostoppista, e le "marchette" effettuate nei cessi dei motel per "rimediare" qualche spicciolo.
E, per finire, con l'ingresso fatale nella casa dei genitori: proprio come nel grande happening di una seduta di gruppo psicodrammatica. Dove, ovviamente, vengono a galla le peggio cose, sufficienti a spiegare il disagio esistenziale di almeno tre generazioni del nucleo consanguineo. Ma proprio da questa presa di coscienza, le fragili figure dei protagonisti usciranno corroborate e, finalmente autonome, rinunciando alle più facili vie di fuga (droga e prostituzione), in virtù di una riguadagnata dose di affettività, vicinanza reciproca e solidarietà.

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Recensione BRAVEHEART - CUORE IMPAVIDO

Recensione braveheart - cuore impavido




Regia di Mel Gibson con Mel Gibson, Sophie Marceau, Catherine Mccormack, Patrick Mcgoohan, Brendan Gleeson, Alun Armstrong, James Cosmo, Peter Hanly, Sean Lawlor, Angus Macfadyen

Recensione a cura di GiorgioVillosio

Mi era sfuggito, ai suoi tempi, questo filmone americano del... secolo scorso, e mai lo avrei visto se non per merito della televisione. Rendiamo onore al merito: la TV non ha solo Grandi Fratelli e Isole più o meno famose... ma pure cinema di tutti i tipi, da guardare comodi mangiando, senza uscire di casa e cercare parcheggi nel centro! Grazie proprio a questo, ci mette in condizione di guardare film che non avremmo scelto, arricchendo infine i nostri orizzonti.
Ed è vero, perché io per primo diffido in genere dei pluripremiati agli Oscar, sospettando convenzionalità, enfasi e sensazionalismi; e, dunque, per un errato preconcetto avrei perso un lavoro degno per alcuni aspetti, che voglio citare per primi.

Innanzitutto una ricostruzione storica accurata degli ambienti del tempo, davvero poveri, come molti, ignorando la storia, non sospettano. Il medioevo, dall'alto al basso, fu un'epoca oscura e triste, infinitamente povera e insana: dove i Signori stessi vivevano segregati tra le grigie pietre dei loro manieri, ben lontani dai fasti delle poche capitali dei centri, tormentati tra l'altro da una visone religiosa del mondo infelice, tetra e colpevolizzante.
E di questa atmosfera buia il film in oggetto fornisce valide testimonianze, soprattutto nel dipingere le losche manovre politiche dei potenti, vessati dalle richieste tributarie dei monarchi centrali, e portati a riversarle con prepotenza e ingiustizia nei confronti delle lacere masse popolari.
Dalla quale situazione si origina l'afflato ideale ad un mondo più giusto e alla ribellione contro i soprusi che aleggia in tutto il film; ma con toni favolistici e leggendari, come nella grande tradizione delle Chansons de geste, importata al di là della Manica con le storie arturiane e robiniane, le ricerche del Sacro Graal o le vicende di Tristano e Isotta.
Di questi elementi troviamo traccia nelle vicende amoroso-sentimentali del protagonista, con la prima amatissima moglie, crudelmente uccisa da un signorotto locale, e poi, addirittura, con la regina Isabella, moglie del Re Edoardo, che passa dalla sua parte tradendo il consorte... per amore dei suoi begli occhi! Con un sentimentalismo alla Harmony e trame ancillari che non fanno di certo onore al film.

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lunedì 3 aprile 2006

Recensione L'UOMO PERFETTO

Recensione l'uomo perfetto




Regia di Luca Lucini con Francesca Inaudi, Riccardo Scamarcio, Gabriella Pession, Giampaolo Morelli, Maria Chiara Augenti

Recensione a cura di peucezia

Il titolo potrebbe trarre in inganno: non si tratta della versione "politically correct" del film con la Kidman uscito nel giugno 2004, né tantomeno si tratta di una immarcescibile storia d'amore con un principe azzurro dei tempi nostri, bensì si riferisce a quell'uomo colto, attraente e perfettamente allineato con gusti e intendimenti che ogni donna in carriera di oggi (o tutt'al più una parte) potrebbe desiderare.
Lucia, una giovane pubblicitaria, (Francesca Inaudi) perlomeno, ne è convinta e infatti per questo ingaggia Antonio un attore squattrinato e sconosciuto (Riccardo Scamarcio) per far innamorare la migliore amica e strapparle il futuro marito.

Questa la trama semplice semplice di questa commedia scritta a quattro mani da Marco Ponti (regista di "A/R Andata+Ritorno", chi non se lo ricorda?) e da Lucia Moisio e realizzata dalla gran parte della troupe di "Tre metri sopra il cielo". Anche lo stesso interprete principale Riccardo Scamarcio è, infatti, il medesimo dell'altro film.
Intento principale era quindi quello di bissare lo straordinario successo della storia principale rivolgendosi però a una platea più adulta, quella per intenderci dei tanto "sfruttati" (cinematograficamente parlando) trentenni o intorno ai trenta e alle loro pulsioni ed emozioni.
Il film però sorprende in quanto, a dispetto della trama deboluccia, riesce a mantenersi per tutta la sua durata (95 minuti, un arco di tempo che può essere sufficiente per farci fuggire dalla sala in caso di alto tasso di noia e insopportabilità) a livelli più che accettabili grazie anche alle simpatiche scaramucce tra i quattro interpreti, ai dialoghi intelligenti, alle situazioni da pochade.

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