martedì 18 aprile 2006

Recensione LA STAZIONE

Recensione la stazione




Regia di Sergio Rubini con Sergio Rubini, Margherita Buy, Ennio Fantastichini

Recensione a cura di peucezia

Film del 1991 ed ottimo esordio alla regia di Sergio Rubini, dopo alcune prove da attore in ruoli minori, (eccezion fatta per il ruolo da protagonista ne "L'intervista" di Federico Fellini) il film "La stazione", pur essendo una pellicola senza pretese, girata in economia, si offre invece come una prima valvola di sfogo al, già da allora, problematico scenario del cinema italiano.
Strana commistione di generi e di diverse ispirazioni: a partire dall'autobiografia (il padre di Rubini è stato un capostazione), al richiamo verso le proprie radici (il film è stato quasi interamente girato a Grumo, il paese d'origine del regista nella locale dismessa stazione), all'atmosfera "giallo-thriller" stile "Cane di paglia" di Peckinpah.

Il timido e stralunato protagonista, fisico a metà tra il buffo e taciturno Keaton e il moderno Troisi, vive in suo "piccolo mondo antico" in una stazione ferma agli anni Cinquanta, così come il film in bianco nero trasmesso dal vecchio televisore: "In nome della legge" di Germi.
Infatti la legge, le regole sono fondamentali per lui, sempre chiuso nell'ufficio del capostazione, dedito a cronometrare ogni cosa e a studiare da un improbabile ed inutile corso a dispense di tedesco. Questo quadretto quasi idilliaco di "ritorno al passato" è interrotto dalla contrapposizione con il mondo esterno ricco e viziato rappresentato dalla giovane donna che irrompe all'improvviso nella quiete di chi rifiuta il mondo di fuori, strana vita che vede passare così come passano, "transitano" i treni che si allontanano e si dirigono verso mete remote.
Lo stampo prettamente teatrale della storia si fossilizza nel dialogo che si sviluppa tra i due protagonisti: da un lato la giovane donna, moderna ed indipendente ma a sua volta "chiusa" e trincerata dietro il suo mondo, dall'altro il capostazione che rifiuta l'idea di vivere a Roma "perché senza una piazza dove passeggiare e il bar con gli amici tutto è noia".

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venerdì 14 aprile 2006

Recensione TRISTANO E ISOTTA

Recensione tristano e isotta




Regia di Kevin Reynolds con James Franco, Sophia Myles, Rufus Sewell, David O'Hara, Henry Cavill, JB Blanc, Jamie King

Recensione a cura di elfavy

La Storia di Tristano e Isotta appartiene in realtà ad una leggenda celtica del XI secolo: narra la storia d'amore tra Tristano e Isotta dai capelli d'oro che dopo aver bevuto un filtro magico finiscono per essere travolti da un amore tanto grande quanto impossibile che li conduce poi a morte certa. Il primo a scriverne un libro fu Thomas e, come si evince dal trailer, molto, molto, tempo prima che Shakespeare consumasse la tragedia di Romeo e Giulietta. L'amore tormentato di questi due personaggi è stato per secoli ripreso più volte da grandi scrittori e rielaborato in Germania, Francia, Italia nei svariati poemi e versi a loro dedicati. Nel 1998 con la regia di Fabrizio Costa ne viene realizzato un magnifico film con Ralf Bauer per Tristano e Lea Bosco come Isotta. Il film di Fabrizio Costa rimane fedele alla leggenda e non solo la sceneggiatura è ottima ma anche l'interpretazione dei due attori è ineffabile in quanto esprimono tutto il dolore vissuto da Tristano e Isotta. Il film è stato diviso in due puntate trasmesse poi dalla tv e il successo ha permesso al Tristano & Isotta di Costa di approdare anche in Inghilterra e in Germania.
Nel 2006 invece la sceneggiatura viene stravolta e a girare il film è Kevyn Reynolds, sotto la produzione di Ridley Scott assieme al fratello Tony.

Il film inizia narrando la storia del giovane inglese, Tristano, che dopo aver visto morire i suoi genitori per mano degli Irlandesi viene accolto nella casa dello zio Lord Marke signore di Cornovaglia. Sebbene corre ancora grande astio tra Irlanda e Inghilterra, Tristano cresce in salute diventando un valoroso cavaliere e proprio grazie alle sue abili qualità con la spada riesce ad uccidere il terribile irlandese Morholt mandato dal Re Donnchadh d'Irlanda per compiere un massacro in Cornovaglia. Tristano e i suoi compagni riescono a debellare i nemici ma allo stesso tempo il giovane ragazzo viene ferito e, creduto morto, viene posto in una barca e lasciato andare nel mare secondo il rito funebre.
Ma Tristano non è morto e quando la barca si riversa sulle sponde Irlandesi Isotta, figlia del Re Donnchadh, celando la sua identità, lo salva. Come narra anche la leggenda i due si innamorano e costretti dalle origini devono lasciarsi, sarà poi un duello tra casati inglesi voluto dal Re d'Irlanda con in palio la bella Isotta, a far incontrare nuovamente i due giovani, anche se Tristano partecipa per conto di Lord Marke. Solo alla fine del torneo scopre tristemente che la giovane figlia di Donnchadh è in realtà la sua amata.

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Recensione RISKY BUSINESS

Recensione risky business




Regia di Paul Brickman con Richard Masur, Bronson Pinchot, Curtis Armstrong, Tom Cruise, Rebecca DeMornay, Joe Pantoliano

Recensione a cura di Luca.Prete

Joel è un ragazzo di diciassette anni, timido, goffo ed impacciato con le ragazze. I suoi genitori sono di un perbenismo estremo facendo continuamente avvertire su di lui una forte oppressione conformista e per nulla propensa a qualsiasi trasgressione.
La fortuna, però, girà dalla parte di Joel quando, in seguito alla partenza dei genitori per un periodo di vacanza, si trova nella condizione favorevole di disporre da solo di tutta la casa. Ed è qui che inizia la sua trasformazione; desideroso di guadagnare più soldi del padre, impaziente di instaurare disinibite esperienze sessuali e convinto dagli amici, anch'essi con il testosterone a mille, Joel trasforma la casa libera in un bordello che in poco tempo diviene una delle case più "frequentate" del quartiere nel quale vive.

In particolare Joel conoscerà una prostituta di nome Lana, interpretata da una sensuale Ribecca De Mornay, che avrà un ruolo di primo piano non solo nel suo approccio al sesso ma che lo smalizierà nel comportamento rendendolo meno rigido e con più voglia di osare. Non mancheranno gli imprevisti, come quando troverà la sua casa completamente svaligiata da protettori mafiosi un po' troppo irascibili o quando, dovrà sostenere il colloquio per entrare a Princeton nel bel mezzo della sua redditizia attività.
Il finale, riscritto dal regista Paul Brickman per volere della Warner, in quanto considerato troppo poco rassicurante per il target a cui è rivolto il film, mostra ampiamente come Joel abbia perso, grazie a quella esperienza, ogni tipo di inibizione e freno di tipo sessuale divenendo lui stesso un gigolò a pagamento ma sempre conservando agli occhi dei temibili genitori, l'aria da tipico bravo ragazzo.
La storia con Lana non conoscerà mai la parola amore, il regista evita qualunque forma di sentimentalismo e di retorica: troppo differenti i due almeno in apparenza, provenienti da due mondi opposti e avente due background antitetici senza contare il fatto che la presenza di due genitori come quelli di Joel rappresenta il più insormontabile degli ostacoli.

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giovedì 13 aprile 2006

Recensione THE EXPERIMENT

Recensione the experiment




Regia di Oliver Hirschbiegel con Moritz Bleibtreu, Christian Berkel, Oliver Stokowski, Wotan Wilke Möhring, Justus Von Dohnanyi

Recensione a cura di Matteo Sonego

Tarek Fahd (Moritz Bleibtreu), tassista di professione ma con un passato da reporter, risponde ad un annuncio trovato su un giornale, accettando di partecipare come volontario ad un esperimento scientifico della durata di 15 giorni, in cambio di quattromila marchi.
Una volta accettata la sua partecipazione al progetto da parte degli organizzatori, Tarek si accorda in segreto con il giornale per il quale aveva lavorato in precedenza, per indagare dall'interno sull'esperimento stesso. Il protagonista si viene a trovare così in un gruppo composto da 20 persone, delle quali 8 saranno guardie carcerarie, e 12 detenuti, compreso il protagonista.
L'esperimento non è altro che una realistica simulazione della vita di prigione, dove i detenuti passano le giornate rinchiusi nella tristezza delle celle, mentre le guardie hanno il dovere di sorvegliarli e far rispettar loro le regole con ogni mezzo possibile; tutto viene filmato e monitorato dagli ideatori dell'esperimento stesso 24 ore su 24. Dopo pochi giorni di reclusione, però, le guardie cominciano a lasciarsi prendere troppo dal senso di potere, e la situazione inizia così a degenerare.

"Das Experiment", del tedesco Olivier Hirschbiegel, può essere definito la vera e propria rivelazione cinematografica del 2001. Basato su un esperimento realmente avvenuto, il famoso "Stanford Prison Experiment" del 1971, il film che ci viene presentato risulta essere davvero interessante per diversi motivi. Nonostante il genere reality sia tra i più gettonati degli ultimi anni, "Das Experiment" si distacca dalla scia di Grande Fratello & Co. con straordinaria originalità, prestandosi nelle due ore di pellicola ad analizzare attentamente il genere umano e la sua complicata psicologia.
La regia, volutamente scarna, quasi asettica, fa sì che il film si limiti ad esporre gli avvenimenti nel modo più oggettivo possibile, senza influenzare lo spettatore imponendogli un punto di vista, ma limitandosi a documentare.
L'analisi psicologica dei partecipanti all'esperimento è lasciata alle immagini e ai commenti dei protagonisti stessi, i quali manifestano le loro reazioni alle situazioni avverse in maniera completamente diversa gli uni dagli altri. Sia tra le guardie che tra i detenuti il panico comincia rapidamente a dilagare, e le personalità più forti, quella di Tarek e quella dell'agente Berus, ad avere il sopravvento su quelle deboli.

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mercoledì 12 aprile 2006

Recensione L'ENFANT - UNA STORIA D'AMORE

Recensione l'enfant - una storia d'amore




Regia di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne con Jérémie Renier, Déborah Francois, Jérémie Segard, Fabrizio Rongione, Olivier Gourmet

Recensione a cura di gerardo

I fratelli Dardenne riprendono ancora una volta il tema del difficile rapporto "padre-figlio" e lo estremizzano accentuando le crudeltà del personaggio paterno, che accentra su di se ogni colpa, ogni criminale disattenzione e vilipendio sentimentale, rispetto all'innocenza totale del figlio, creatura appena nata e assolutamente indifesa.
Con il proprio consueto stile documentaristico, i Dardenne seguono i personaggi, e in modo particolare Bruno, il protagonista, in tutte le loro azioni, descrivendo minuziosamente la gestualità quotidiana e gli espedienti di vita, di queste vite precarie ai margini della città/civiltà industriale fredda e asettica.

Bruno, il protagonista "neorealista" splendidamente interpretato da Jérémie Rénier (era il "figlio" nello straordinario film d'esordio dei Dardenne, "La promesse"), è un delinquentello "ragazzo di vita" che si trova suo malgrado, e senza coscienza, a rivestire il ruolo di padre. Un ruolo così casuale e lontano dalla sua consapevolezza da non comprenderne a pieno la valenza.
La vita di Bruno è fatta di piccoli furti ed espedienti di sopravvivenza. La sua dimora non è mai fissa e spesso è una baracca sul fiume ad accoglierlo, tra i cartoni e i rifiuti.
La gestualità di Bruno è pressoché istintiva, primitiva: vivendo alla giornata ogni azione è legata al bisogno del momento. Non ha regole, non ha una "programmazione" delle giornate: Bruno è un personaggio anarcoide che vive per cogliere ogni occasione per far soldi, ma la sua spasmodica ricerca di denaro non è finalizzata al compimento di un progetto, bensì alla pura e semplice, selvaggia, sopravvivenza.
La nascita del figlio lo coglie, se non impreparato, praticamente indifferente. La sua ragazza, Sonia, invece, inizia ad assumersi le responsabilità di madre e a concepire - con grande gioia - un'idea di famiglia, nucleo minimo di rapporti regolati. Il suo è un vero e proprio progetto di vita, da istituzionalizzare - come primo atto ufficiale - con il riconoscimento del bambino; e poi, con la piena acquisizione della casa, luogo fisico e simbolico di stabilità.

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martedì 11 aprile 2006

Recensione ME AND YOU AND EVERYONE WE KNOW

Recensione me and you and everyone we know




Regia di Miranda July con John Hawkes, Miranda July, Miles Thompson, Brandon Ratcliff, Carlie Westerman, Natasha Slayton

Recensione a cura di peucezia

Esordio alla regia di Miranda July, il film pluripremiato nelle varie mostre cinematografiche (ed uscito con la benedizione del Sundance Film Festival) è un agglomerato di storie minimaliste ambientate in una, non troppo ben definita, cittadina americana.
Tra gli interpreti la stessa July, carina, perbene e anche un po' anonima nella sua eccentricità, così come eccentrici sono tutti gli altri personaggi del film.

Si potrebbe trovare nella stravaganza e nel candore della July una vaga traccia della francese Amélie, ma la sognante Amélie era più aperta nei confronti del suo prossimo mentre Christine (il personaggio interpretato da Miranda July), a parte qualche slancio iniziale, è in realtà protesa verso la propria realizzazione ed il soddisfacimento dei suoi bisogni. Ricerca che accomuna tutti gli altri interpreti in varia misura.
Alcune tematiche affrontate, a prima vista potrebbero sembrare scabrose: l'utilizzo delle chat line con ammiccamenti erotici come metafora del vuoto, della solitudine e del bisogno d'amore; gli strani esperimenti di due lolite e le conseguenti perversioni di un ciccione ancora immaturo; la difficile vita di padri e figli, ma la July (e questo è un merito che bisogna riconoscerle) riesce ad affrontare ogni situazione con levità ed innocenza, facendo avvertire allo spettatore la differenza che intercorre tra l'essere immorale (cioè cattivo) e l'essere amorale (cioè non ancora consapevole dei confini sottili che dividono il bene dal male). Il tutto con un ritmo lento condito da musiche soft leggere ed orecchiabili.

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lunedì 10 aprile 2006

Recensione LO SQUALO

Recensione lo squalo




Regia di Steven Spielberg con Roy Scheider, Robert Shaw, Richard Dreyfuss, Lorraine Gary

Recensione a cura di antoniuccio

"La vera cosa assurda è che uno che ha paura dell'acqua vada a vivere su un'isola"
"Un'isola è un'isola solo se la guardi dal mare
".

Martin Brody è un poliziotto newyorkese che un bel giorno decide di trasferirsi lontano dalla grande mela per veder crescere in tranquillità la sua giovane famiglia: con lui ci sono Ellen e i due figli Michael e Sean.
Martin ha paura dell'acqua, ma nonostante ciò, accetta il suo nuovo incarico di capo della Polizia ad Amity, una deliziosa isola del New England dove gli yankees usano trascorrere le loro vacanze. Siamo vicini al 4 luglio, e Martin nota che la luce del sole ha un'angolatura diversa da quel giorno d'autunno in cui giunse sull'isola. La giornata di lavoro si preannuncia gradevole: cosa potrebbe mai accadere da quelle parti?
Che una ragazza scompaia dopo essere stata vista guizzare leggiadra in mare per un bagno notturno, ad esempio.
Il ragazzo che era con lei era troppo brillo per seguirla, e adesso è con Brody sulla spiaggia per cercare di venirne a capo. Ma il fischio di allarme rompe ogni speranza: qualcosa è stato trasportato a riva dalle onde. I poveri resti di Chrissie!!!
Cosa avrà mai potuto ridurla così? L'elica di un fuoribordo? Gli scogli? Jack the ripper? Il medico locale decreta come possible anche un attacco di squali, ma non ne sarebbe convinto, dal momento che di concerto con il sindaco una notizia del genere non si rivelerebbe conveniente, per l'apertura imminente della stagione turistica. Meglio considerare il tutto un incidente.

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