mercoledì 9 agosto 2006

Recensione LA STANZA DEL FIGLIO

Recensione la stanza del figlio




Regia di Nanni Moretti con Nanni Moretti, Laura Morante, Jasmine Trinca, Giuseppe Sanfelice, Silvio Orlando, Stefano Accorsi

Recensione a cura di Giordano Biagio

Il film vincitore a Cannes nel 2001 è incentrato sulla ricerca del senso e della dinamica del dolore in un lutto.
La famiglia Sermonti perdendo il giovane Andrea, in un infortunio di pesca subacquea, piomba in una crisi che sconvolge i normali ritmi della loro vita.
Il loro era un quotidiano che scorreva tra molte soddisfazioni e qualche piccola amarezza. L'elaborazione del lutto, dopo la tragica morte del figlio, tende a dare un significato all'angoscia, creando un modo di ricordare lo scomparso funzionale al vivere presente. Un meccanismo teso a richiamare visivamente qualcosa dell'inconscio che permetta di proseguire la vita rimanendo nel flusso di un dinamismo psichico e culturale legato alla cultura che ci contiene.

Il padre Giovanni Sermonti è uno psicanalista. Dopo la tragedia, lungo l'elaborazione del lutto con la moglie avverte che il suo lavoro non potrà più proseguire con profitto. Pensa che certi risultati psicanalitici raggiunti con la sua attività non potranno più ripetersi, perché compromessi dalla sua nuova situazione emotiva.
I risultati che i pazienti ottenevano nell'analisi erano in gran parte legati, seppur in modo paradossale, alla sua figura di borghese dall'aria soddisfatta.
Figura che seduceva i pazienti portandoli a forme transferenziali e di identificazione proficui sia nel mantenere il gioco di parole con l'analista che nella riuscita elaborativa di alcune questioni analitiche.
Dopo la tragedia il suo stato depressivo, seppur ricco di risvolti creativi e fertile di idee, lo costringe a modificare l'approccio psicologico con i pazienti fino al punto di ridurlo a forme di comunicazione verbale troppo dirette, quasi forzate e notevolmente giudicanti, moraliste. Irrompe nelle sedute la propria nuova situazione esistenziale. Sembra quasi che adesso sia lui a chiedere qualcosa ai pazienti. Questo porta alcune analisi in corso verso una deriva psichica a tratti angosciante e priva di sbocchi terapeutici efficaci.

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martedì 8 agosto 2006

Recensione LA VITA E' BELLA

Recensione la vita e' bella




Regia di Roberto Benigni con Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Giorgio Cantarini, Giustino Durano

Recensione a cura di Harpo (voto: 8,0)

"La vita è bella" si può dividere in due parte distinte: la prima impostata sui canoni della commedia tipica di Benigni, ambientata in una tranquilla cittadina della Toscana negli anni '30. La seconda, di stampo drammatico, si svolge interamente all'interno di un lager nazista (Trieste).
Guido Orefice, toscano di origini ebraica, attraversa mille peripezie per far colpo su Dora destinata a sposare Rodolfo, un uomo dell'alta borghesia. Vincendo il confronto, Guido si unisce con Dora, apre una libreria e ha un figlio, Giosuè. Come un fulmini a ciel sereno, vengono istituite le leggi razziali di Mussolini e il piccolo ebreo viene deportato in un campo di concentramento insieme a suo figlio. La moglie li seguirà. Nonostante vi siano gag a dir poco esilaranti, com'è ovvio da questo punto in avanti inizierà la parte di impronta drammatica.
Nel lager Guido conoscerà le terribili sorti che il suo popolo è costretto a patire (con l'immediata uccisione di un suo zio anziano, Eliseo), ma nonostante tutto farà credere al piccolo Giosuè di trovarsi alle prese con un gioco a eliminazione, il cui premio finale è un carro armato. Ciò non perché sia completamente impazzito, ma bensì per sottrarre Giosuè all'immane crudeltà della shoah.

La vita è bella ha avuto un incredibile successo di pubblico (oltre 60 miliardi al di lire al botteghino), ma la critica si è spezzata in due tronconi, anche in ragione dell'attribuzione dei principali premi Oscar (Miglior film straniero, miglior attore protagonista, migliore colonna sonora). Infatti, da una parte vi sono che coloro che denunciano l'eccessivo squilibrio fra le succitate parti: i due capitoli rimangono incredibilmente divisi e diversi, in quanto nella prima metà guardiamo ad un film infantile e giocoso, mentre nella seconda vi sono chiari rimandi a tematiche ben più profonde.
E' quindi opinione abbastanza diffusa fra i critici che le due parti fossero fra loro incompatibili. Va inoltre sottolineato che una diatriba tra Benigni e Mihaileanu, autore di "Train de Vie", diede vita a diverse polemiche, in quanto quest'ultimo fece leggere all'attore toscano parti della sceneggiatura del film in lavorazione e successivamente il regista rumeno accusò il "nostro" Benigni di averlo copiato.

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lunedì 7 agosto 2006

Recensione WITNESS - IL TESTIMONE

Recensione witness - il testimone




Regia di Peter Weir con Harrison Ford, Kelly McGillis, Lukas Haas, Josef Sommer, Jan Rubes, Alexander Godunov, Danny Glover, Brent Jennings, Patti LuPone, Angus MacInnes, Frederick Rolf, Viggo Mortensen

Recensione a cura di Giordano Biagio

"Witness-Il testimone" è il primo film hollywoodiano di Peter Weir, regista capace di percorrere i diversi generi perfezionandone, alla luce di una propria e originale idea di cinema, i codici. Un'opera questa che conferma l'impegno di Weir nella ricerca di nuovi orizzonti linguistici.
Indubbiamente con questo film Weir rafforza le sue credenziali di grande regista ricevendo, in eguale misura, consensi vasti: sia dal mondo cristiano che da quello laico.
Oltre alle buone capacità tecniche e di scrittura che danno al montaggio un andamento privo di tempi morti e smagliature, l'autore australiano si concede allo spettatore con uno spirito visionario, forte e comunicativo, correlato da pulsioni poetiche irrefrenabili, che si combinano felicemente con le bellezze della natura.
Quella del regista australiano è una ricerca filmica poetica-visiva e musicale incessante, con al centro la tecnica: utilizzando come risorsa immaginifica per il film i vari percorsi onirici ed esistenziali delle proprie fantasie artistiche.

Da notare nel film la presenza di alcuni tratti stilistici della pittura fiamminga del '700. In particolare è apprezzabile l'applicazione di importanti tecniche e caratteristiche di luce, in quelle scene del film composte da diversi volti inquadrati durante un rituale. Ad esempio, nella scena iniziale del culto funebre, svoltasi in una abitazione Amish, la luce solare entra da sinistra, come nei quadri fiamminghi, illuminando solo la metà dei volti dei presenti, l'altra metà rimane oscura. L'effetto visivo di ritratto artistico è unico.
Tra le altre doti di questo importante regista occorre sottolineare la sua capacità di sintesi linguistica, per cui ad esempio ciò che funziona nella sintassi visiva del film come nodo comunicativo principale è il risultato di un dispendioso lavoro di selezione dell'elemento-immagine, quello che più di ogni altro porta alla precisione dell'espressione, di volta in volta esso può essere simbolico, metaforico, o metonimico. Un lavoro la cui importanza non va mai sottovalutata perché quando giunge a dei buoni risultati dà scorrevolezza e chiarezza al racconto.

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venerdì 4 agosto 2006

Recensione SCHINDLER'S LIST

Recensione schindler's list




Regia di Steven Spielberg con Ben Kingsley, Ralph Fiennes, Liam Neeson, Jonathan Sagalle, Beatrice Maccola, Caroline Goodall, Embeth Davidtz, Andrzej Seweryn

Recensione a cura di Harpo (voto: 9,0)

Sicuramente "Schindler's List" è il grande capolavoro di Spielberg, e il 1993 è l'anno migliore del regista ebreo-americano. Egli si cimenta nel grande dramma della shoah e trascrive, secondo gli attuali canoni hollywoodiani, la vicenda di Oskar Schindler. Il risultato è un film acclamato a gran voce sia da critica, che da pubblico e vincitore di 7 premi Oscar, tra cui miglior film e miglior regia.
Il film inizia con un prologo (ambientato nei giorni nostri) a colori, in cui un gruppo di ebrei prega, e finisce con un epilogo in cui i veri parenti e i sopravvissuti delle persone della lista si recano alla tomba di Schindler appoggiandovi un sasso, in segno di devozione e ringraziamento, secondo l'usanza ebraica. Tutto quello che vi è in mezzo è una struggente, quanto cruda ricostruzione dell'orrore dello sterminio, girata completamente in B/N (tranne qualche dettaglio simbolico, come la giacca di una bambina).
Comunque la vicenda si può dividere principalmente in tre parti: la prima concerne la vita di Schindler e l'epopea della sua storia. La seconda corrisponde al lento, ma inesorabile cambiamento dell'animo del protagonista, anche alla luce delle brutalità che vengono compiute nel campo di lavoro di Plaszow. Ovviamente la terza è l'acquisto dei suoi ebrei, e la messa in gioco di tutte le sue energie per la loro salvezza.

In principio Schindler decide di aprire un'azienda di oggetti smaltati, con una manodopera totalmente ebraica. Egli opta per lo sfruttamento di questo popolo senza particolari ragioni etico-morali, poiché "gli ebrei costano meno dei polacchi". Possiamo anche sostenere che Schindler non fosse contrario alla guerra, ne era anzi entusiasta, in quanto era stata quest'ultima a rendere possibile la sua fortuna. Va sostenuto che è proprio quando inaugura la sua impresa che si presenta lo straordinario personaggio di Itzhak Stern, prima suo contabile, poi suo amico e infine suo alter ego.
Proseguendo in una descrizione del protagonista è evidente che egli è una persona decisamente superficiale, un uomo a cui interessa soltanto fare soldi, crearsi amici importanti e avere appresso belle donne. Pian piano però questa personalità viene maturando, diventa decisamente più profonda: per esempio egli si arrabbia quando viene ucciso un uomo menomato della sua fabbrica.

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giovedì 3 agosto 2006

Recensione IL GIORNO DEGLI ZOMBI

Recensione il giorno degli zombi




Regia di George A. Romero con Lori Cardille, Terry Alexander, Joe Pilato, Richard Liberty, Howard Sherman

Recensione a cura di paul (voto: 8,5)

Subito dopo il successo di "Dawn of the dead" Argento e Romero si rimisero al lavoro per produrre il terzo e definitivo capitolo sull'apocalittica saga dei morti viventi. Argento ritardò per questo le riprese di "Inferno", film che avrebbe dovuto essere portato sugli schermi nel 1979 e che invece uscirà un anno più tardi.

Romero dal canto suo ha già pronto lo script di questa terza fatica zombistica: il mondo è oramai invaso dai morti viventi, sono passati oltre dieci anni dai fatidici fatti de "La notte dei morti viventi" e "Zombi". I pochi superstiti rimasti sono asserragliati dietro grosse mura che li dividono dal resto del pianeta, ormai invaso dai morti viventi. Nonostante la terribile minaccia tuttavia l'uomo rimane un essere individualista, incapace di associarsi agli altri anche per affrontare la più terribile minaccia, che potrebbe addirittura annientare il genere umano. Gli uomini continuano a farsi la guerra e differenti fazioni che vivono in diversi fortini isolati l'uno dall'altro, si combattono proprio come in un nuovo medioevo. Per riuscire ad avere il sopravvento sulle fazioni rivali un certo Cholo ha costituito un esercito di "zombie" modificato geneticamente e pronto ad essere utilizzato come nuova micidiale arma contro il nemico. Come si potrà notare parecchie di questi elementi verranno utilizzati nei successivi "Giorno degli zombi" e "La terra dei morti viventi" che verranno girati rispettivamente sette anni e ventisette anni più tardi.
Comunque questo soggetto piacque subito a parecchie case di distribuzione americane che, galvanizzate dal successo ottenuto da "Dawn of the dead" si dissero disposte a finanziare Romero per poter realizzarlo. Ma cosa accadde?
Accade che un regista geniale, tale Lucio Fulci, fiutato l'inghippo, prima che Romero ed Argento possano rimettersi al lavoro, decide di realizzare un film, tanto distante quanto vicino a "Zombi". Titolo del film: "Zombi 2"!

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mercoledì 2 agosto 2006

Recensione ZOMBI

Recensione zombi




Regia di George A. Romero con David Emge, Ken Foree, Scott H. Reiniger, Gaylen Ross, David Crawford

Recensione a cura di paul (voto: 8,5)

Dieci anni passarono prima che George A. Romero tornasse a dirigere il secondo capitolo sulla saga dei morti viventi. Le ragioni furono molte, in primis che il regista di Pittsburgh considerava conclusa lì la storia, senza intenzione di girare una saga. I dieci anni che dividono "Night of the Living dead" da "Dawn of the dead" (Zombi in italiano) furono costellati da una serie di insuccessi cinematografici che spinsero lo stesso regista quasi a voler chiudere con il cinema.
Nel 1969 uscì "There's always vanilla", commedia hippy sperimentale, della quale lo stesso Romero non conserva al giorno d'oggi nemmeno una copia. Nel 1972 "Season of the witch", una pellicola ambiziosa ma che, come spesso è capitato al cineasta di Pittsburgh, venne mal gestita sia sul piano tecnico che distributivo. Un anno dopo a SOTW ecco uscire il progetto più ambizioso di Romero: "La città verrà distrutta all'alba" ("The crazies") film di grande pretese, ma che si rivelò un clamoroso fiasco al botteghino. Non così male andò invece sul fronte televisivo per il regista di Pittsburgh: una serie di documentari prodotti dalla Laurel (la casa di produzione fondata dallo stesso Romero insieme al suo nuovo socio Richard Rubenstein) vennero venduti alla televisione pubblica ABC, riscontrando un notevole consenso di pubblico.

Ad ogni modo dopo il flop di "The crazies" il regista si allontanò dalla scena cinematografica per ben cinque anni. Fu l'incontro con il nostro Dario Argento, il quale si trovava a New York per il lancio del suo "Suspiria", a riaccendere in Romero l'entusiasmo e la voglia di girare un secondo capitolo sugli zombi. "La notte dei morti viventi" aveva infatti avuto un notevole successo di pubblico in Italia, dove continuava ad essere considerato film di culto. Argento ne era letteralmente entusiasta e quando incontrò Romero a New York, tra i due nacque subito una scintilla. Come racconta Rubenstein, Argento e Romero rimasero a parlare per sette ore consecutive, decidendo subito alla fine di quell'incontro che avrebbero girato insieme un nuovo capitolo sugli zombi. Per la verità l'idea iniziale non era quella di realizzare una continuazione di "Night of the Living Dead", bensì un nuovo film che avrebbe affrontato di nuovo la tematica dello zombi. Il problema che si presentò da subito fu quello di recuperare i soldi necessari per potere realizzare la pellicola. Perciò sembrò una buona idea quella di portare sullo schermo prima di "Dawn of the living dead" (questo il titolo che si era immaginato all'inizio, cambiato poi nel più semplicistico "Dawn of the Dead") un film dell'orrore a bassissimo budget, che avrebbe potuto portare alle casse della Laurel quei soldi necessari che avrebbero permesso di girare subito dopo il nuovo capitolo sugli zombi.

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martedì 1 agosto 2006

Recensione 8 MILE

Recensione 8 mile




Regia di Curtis Hanson con Eminem, Kim Basinger, Brittany Murphy, Mekhi Piffer, Eugene Bird, Omar Benson Miller, Taryn Manning, Evan Jones, De'Angelo Wilson, Xzibit

Recensione a cura di Giordano Biagio

"8 Mile" di Curtis Hanson è il primo vero "musical hip hop" della storia del cinema. Un film serio, che riesce a calarsi nella rabbia, l'insicurezza, l'odio, la frustrazione degli adolescenti americani contemporanei che vivono emarginati in diverse zone degli Stati Uniti. Giovani vittime di alcuni selvaggi processi di ristrutturazione capitalista.
Hanson costruisce un film geniale che oltre a coinvolgere emotivamente, per le tecniche di spettacolo messe abilmente in moto, insegna anche qualcosa.
E' un'opera che da un'angolazione un po' più sociologica e storica fornisce uno spaccato autentico della vita dei bassifondi americani: insicura ma effervescente, con qualche speranza futura. Quest'ultima spesso solo immaginaria perché creata dalla follia, ma fedele e calda come un angelo amico in mezzo alle mille difficoltà quotidiane del sopravvivere.

Hanson probabilmente è riuscito a trovare subito il linguaggio visivo e musicale giusto: quello già presente nei luoghi oggetto di ripresa. Luoghi da cui è scaturita una fedele riproduzione dei modi musicali, gestuali, e dello stile che contraddistingue gli abiti e la moda dei componenti del nucleo sociale nero di Ditroit.
L'opera di Hanson è stupefacente per quella splendida musica rap associata ad atmosfere scure: tenuemente illuminate da luci artificiali spesso situate in interni desolanti e poveri, o in strade semi abbandonate.
Le riprese della telecamere si assumono il peso maggiore della narrazione perché si caricano, strada facendo, di ricchi significati che trasmettono, da soli, il senso di quel che sta accadendo: spesso ciò accade silenziosamente e con lunghi piani sequenza.
Il film acquista via via spessore comunicativo e precise configurazioni delle sue coordinate sociali grazie all'inserimento nelle scene di un club hip hop che risulterà il vero e proprio dispositivo motore del film di Hanson. E' un circolo di emarginati di colore dove si svolgono alcune freestyle battle: gare verbali a rima libera tra rappers.

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