giovedì 15 febbraio 2007

Recensione INLAND EMPIRE

Recensione inland empire




Regia di David Lynch con Julia Ormond, Scott Coffey, Justin Theroux, Harry Dean Stanton, Jeremy Irons, Laura Dern

Recensione a cura di maremare (voto: 10,0)

"Che fine ha fatto la ragazza?"
(da 'Mulholland Drive', 2002)

INLAND EMPIRE inizia laddove finisce Mulholland Drive.
Entra nella sua BLACK BOX.
LYNCH rompe gli indugi e ci conduce nella sua privatissima 'fabbrica dei sogni', nella sua mente.
La scoperchia e ce la fa vedere.

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Recensione PICCOLO GRANDE UOMO

Recensione piccolo grande uomo




Regia di Arthur Penn con Dustin Hoffman, Faye Dunaway, Martin Balsam, Chief Dan George

Recensione a cura di Terry Malloy (voto: 9,0)

Piccolo grande uomo. Piccolo grande attore. Piccolo grande film. Arthur Penn è magistrale nel dirigere questa storia di valore, qualità e sensibilità immensa e di difficile classificazione, attingendo dalla commedia, dal drammatico, dal western e dallo storico.
"Piccolo grande uomo" è una storia semplice, ma nella sua semplicità grandiosa, commovente, struggente: solo l'abilità di un grande regista poteva realizzare ad una pellicola così perfetta, senza rischiare di cadere nel banale.

Un bambino viene allevato dai Cheyenne, dopo essere caduto in un agguato ad opera dei Poniees in cui perde tutta la famiglia tranne la sorella, e vive da indiano fino a circa diciotto anni nei quali Penn, con brio ed eleganza, documenta lo spettatore circa stile di vita e sui costumi e tradizioni di questo popolo.
Nella prima parte "Piccolo Grande Uomo" apre numerose vie che si concluderanno alla fine in una catena di avvenimenti che saranno essenziali per l'aspetto didascalico del film e del suo svolgimento (come il nemico indiano di Jack cui non era stato permesso dal medesimo di ricambiare il "favore").
Uno specchio americano degli anni della strage dei Cheyenne in cui si muove questo personaggio intricato, ambiguo e fuori dal tempo: dinamico nei caratteri psicologici poichè tramite le peripezie, le cadute e le esperienze (in gran parte disastrose, ma dalla comicità irresistibile) muta nel corso del film assumendo una coerenza e un'assennatezza che pur derivandogli in origine dal Popolo degli Uomini, era andata scomparendo a causa della negatività dell'Uomo Bianco e della profonda sfiducia nutrita nei confronti di questi.
Jack lotta per tutto il film contro il suo essere bianco di pelle ma indiano di spirito come tra due fuochi, in cerca di una risposta a quella violenza subita da piccolo, una ricerca impossibile di accettazione e comprensione da parte di quel popolo che, accecato dall'odio verso i Cheyenne, non capisce il disagio del protagonista provocandone amarezza e dolorosa consapevolezza di solitudine.

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giovedì 8 febbraio 2007

Recensione DREAMGIRLS

Recensione dreamgirls




Regia di Bill Condon con Jamie Foxx, Beyoncé Knowles, Jennifer Hudson, Keith Robinson, Eddie Murphy, Anika Noni Rose, Hinton Battle

Recensione a cura di ferro84 (voto: 5,5)

Uscite le nomination per gli Oscar, "Dreamgirls" l'ha fatta da protagonista, collezionando ben otto candidature e accendendo nuovamente i riflettori su un genere -il musical- mai troppo amato dal grande pubblico se non negli Stati Uniti.
Che l'Academy avesse un debole per questo tipo di film si sapeva da tempo, donando ben 13 nomination a "Chicago",5 a "Walk the line", ma se anche un'opera mediocre come "Dreamgirls", viene candidata a ben otto statuette, la credibilità della manifestazione stessa viene messa in discussione.

Lo spunto viene dato dalla biografia di Diana Ross, la sua scalata al successo con il gruppo The Primettes e relativo scioglimento, il tutto raccontato con moltissime licenze tanto che il film rinuncia da subito a qualsiasi intento biografico.
Andando con ordine la storia segue tutti i cliché dei film che trattano la scalata al successo: tre ragazze di periferia sfondano negli anni '60 nella Detroit della musica nera, da lì diventeranno un piccolo fenomeno musicale. Come al solito a un certo punto della trama, il solito impresario cattivo altera gli equilibri del gruppo e ne mina l'amicizia, portando all'abbandono di una componente.
Il prezzo del successo indurrà le protagoniste ad inseguire sogni irrealizzabili, a perdere di vista le vere cose importanti della vita, fin quando un evento drammatico le porterà a riconsiderare le proprie priorità.

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mercoledì 7 febbraio 2007

Recensione L'ARTE DEL SOGNO

Recensione l'arte del sogno




Regia di Michel Gondry con Gael García Bernal, Alain Chabat, Charlotte Gainsbourg, Miou-Miou, Inigo Lezzi, Jean-Michel Bernard

Recensione a cura di GiorgioVillosio

Voltare le spalle alla ragione, come strumento espressivo della tradizione, privilegiare modalità di comunicazione istintuali e metaforiche, pilotate da automatismi psichici e condizioni oniriche, avvertendo al contrario il reale come assurdo, è appannaggio preciso del surrealismo; inteso questo come movimento artistico e culturale nato tra le due guerre, guarda caso in Francia.
Forse per questo il regista americano Michel Gondry.. ha voluto sciacquare i panni in Senna... per produrre il suo secondo film a cavallo tra sogno e realtà. Se nel primo ("Se mi lasci ti cancello") questa dialettica si sviluppava con la rimozione del ricordo, in un viaggio nella memoria, in questo ultimo lavoro si tratta invece di un percorso esistenziale nel sonno, e dunque nel sogno.
Ma, al di là della dimensione artistico culturale, la tendenza a confondere lo stato di veglia col sonno, il passato col presente, insomma la realtà col sogno, ha una precisa valenza anche in termini psichiatrici, nell'arcipelago delle schizofrenie; esse assumono diversissime dimensioni, riguardando aspetti di demenza, di dissociazione con la perdita dei nessi logici, o della coscienza della propria identità, e varie forme di deliri e allucinazioni. Anche la psicanalisi (junghiana in particolare) ha fornito una sua spiegazione del fenomeno, addebitando questa disintegrazione della personalità alla "forza primaria dell'inconscio", che emerge sovente per la scissione tra i contenuti "mentali" e la carica affettiva.

Questa lunga premessa solo per fornire preliminarmente due possibili interpretazioni dell'opera surreale di Gondry, stante il fatto che la maggior parte della critica dichiara di averne perso le fila, accontentandosi di giudizi puramente formali. In effetti il film è difficile da seguire, nei meandri della scissione mentale del giovane (e bravissimo) protagonista; l'impressione che se ne trae, in prima battuta, è quella che si prova abitualmente alle mostre scolastiche di pitture di bambini, o talora di assistiti psichiatrici naif, dove è evidente la volontà di esprimere un proprio mondo di pure fantasie, espressione chiara di un inconscio non pilotato dal controllo razionale (peraltro fino ad un certo punto peculiare in ogni forma d'arte).
Personalmente tenterei un'altra interpretazione, vedendo il film come racconto di un'infanzia prolungata, anzi di un'adolescenza irrisolta, come succede a molti nella vita. Si parla tanto di un "complesso di Peter Pan", sovente per scherzarne, dimenticando che invece per molte persone il passaggio all'età adulta è davvero difficile, quando non addirittura irrealizzato. A favore della seconda ipotesi gioca la storia, appena accennata, del protagonista che da bambino perde la mamma seguendo il padre: questo significa cristallizzazione della personalità al momento dell'abbandono, e perdita dell'apporto educativo-formativo delle madri onnipresenti, il che crea, come si sa, turbe particolari a livello di linguaggio, sindromi autistiche, difficoltà a realizzare rapporti intersoggettivi. Ed ancora disturbi della sfera sessuale, con la tendenza a non uscire dal livello auto libidico, regredendo addirittura a quello fetale. E questo sembrerebbe trasparente nel film, con la storia d'amore per la vicina di casa, tra l'altro ossuta e "asessuata" come le adolescenti anoressiche, carenti di affettività. Con un lieto fine, però, ne "L'arte del sogno", se è vero che la cavalcata in comune dei due ragazzi sembrerebbe preludere ad un superamento dell'adolescenza grazie alla vita sessuale e matrimoniale. Così in effetti si entrava un tempo nell'età adulta.

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martedì 6 febbraio 2007

Recensione BLACK BOOK - IL LIBRO NERO

Recensione black book - il libro nero




Regia di Paul Verhoeven con Carice van Houten, Sebastian Koch, Thom Hoffman, Halina Reijn, Derek de Lint

Recensione a cura di kowalsky (voto: 7,0)

Il ritorno in Europa di Paul Verhoeven, dopo circa vent'anni di esperienza hollywoodiana, sancisce soprattutto una rivalsa e un rifiuto alle regole dello star-system americano, cosa di per sè abbastanza atipica e paradossale per chi ha sempre ritenuto il cineasta olandese perfettamente integrato in un cinema di consumo, di alta spettacolarità, esteticamente e formalmente idoneo al grande pubblico.
Per quanto tutto ciò non sia completamente vero, Verhoeven rimarrà per anni autore sottovalutato e tacciato, con inguaribile snobismo, di bieca superficialità. Tutto a causa del successo internazionale di film come "Basic instict" o alla cronica incapacità dei critici di comprendere il potenziale creativo di film di genere come "Robocob", "Atto di forza" e "Starship troopers".
Resta francamente incomprensibile aprire un dibattito tra cinema commerciale e non, visto che dell'esperienza americana di Verhoeven restano anche film che non hanno ottenuto lo stesso successo delle pellicole sopracitate, come "Showgirls".

Visto all'ultima edizione della Mostra di Venezia, "Zwartboek" (o "Black book", secondo i canoni della distribuzione internazionale, se preferite) mantiene le sue promesse e probabilmente è il suo film più emblematico: da una parte il regista mostra la sua indubbia capacità visiva, dall'altra esplora i territori piu' consueti che gli hanno procurato fama ricchezza ma anche diversi detrattori.
Per inciso, "Black book" è un film difficile da amare/odiare, va amato alla follia o rifiutato in toto, a seconda delle modulazioni. Anche descriverlo diventa un'operazione ben ardua, e questo fa comprendere quanto davanti a un'opera di disarmante (o apparente?) facilità lo spettatore si trovi in difficoltà, empaticamente avverso alla propria coscienza, oppure costretto suo malgrado a godere la spettacolarizzazione romanzesca della storia.

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Recensione DIES IRAE

Recensione dies irae




Regia di Carl Theodor Dreyer con Thorkild Roose, Lisbeth Movin, Sigrid Neiiendam, Preben Lerdorff Rye, Anna Svierkier, Albert Høeberg, Olaf Ussing

Recensione a cura di amterme63

Il regista danese Carl Theodor Dreyer (1889-1968) è forse sconosciuto al grande pubblico dei frequentatori dei cinema. Eppure è stato autore di capolavori indiscussi tra cui Dies Irae, uscito in Danimarca nel 1943. Nella sua carriera cinematografica si è occupato di occulto, demonismo e di misticismo religioso (Pagine dal Libro di Satana 1921, Vampyr 1931, Ordet 1954) e della celebrazione di grandi figure femminili (La Passione di Giovanna d'Arco 1928, Gertrud 1964). Dies Irae è il film dove si esprimono al meglio tutti i temi preferiti del regista.

La fama di Dreyer è dovuta soprattutto alla perfezione formale delle sue opere. Ogni elemento, dalla scenografia, alle riprese, alla recitazione è curato in maniera maniacale. Niente è superfluo o casuale. Il prodotto finale è un film essenziale, che va subito al dunque. Riesce a colpire lo spettatore grazie alla nudità e alla concentrazione delle scene e lo emoziona con la chiarezza e la profondità dei sentimenti espressi. Dies Irae si differenzia dai film precedenti per un maggiore movimento della cinepresa, anche se spesso ci sono degli improssivi stacchi di primo piano che danno solennità ai personaggi. Bellissima è la scena del funerale, in cui la cinepresa da un punto fisso segue il movimento in circolo dei chierichetti, rivelando tutti i particolari della stanza. In pratica il punto di vista diventa la bara del morto. Spesso gli attori sono disposti quasi a rappresentare dei quadri olandesi del Seicento, in particolare di Rembrandt, ma il tutto avviene con molta naturalezza, senza forzature. L'inizio e la fine sono segnati dalla drammatica recita dell'Apocalisse. Tutto questo, insieme all'atmosfera cupa e persecutoria che si respira nel film, ha fatto pensare ad accenni al nazismo e alla guerra in corso all'epoca.

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lunedì 29 gennaio 2007

Recensione DOMINO

Recensione domino




Regia di Tony Scott con Keira Knightley, Mickey Rourke, Edgar Ramirez, Riz Abbasi, Delroy Lindo, Mo'Nique Imes-Jackson, Ian Ziering, Lucy Liu

Recensione a cura di victor (voto: 4,0)

Finalmente il cinema si accorge di uno dei personaggi più interessanti e controversi del background americano: Domino Harvey.
Figlia dell'attore Laurence Harvey e della modella inglese Pauline Stone, Domino, chiamata così in onore della bond girl di "Thunderball - Operazione Tuono" (mai nome fu così propiziatorio) diviene orfana di padre molto presto, crescendo con una madre molto assente e preoccupata più di far soldi che di sua figlia.
Dopo essere stata espulsa da ben quattro scuole, Domino intraprende l'attività di modella, ma gonna e lustrini non le si addicono e così inizia una carriera più consona alle sue inclinazioni: quella di cacciatrice di taglie. La sua vita, però, è destinata ad essere una candela al vento e così il 27 giugno 2005, a causa di un'overdose di barbiturici, da cui era dipendente, la sua fiamma si spegne.

Domino sembra essere la vipera mancante di Bill, ed era inevitabile che il cinema prima o poi si accorgesse della sua eccentrica personalità.
Con una storia del genere, un budget di 50 milioni di dollari, la sceneggiatura del regista cult Richard Kelly ("Donnie Darko"), e Keira Knightely, l'attrice del momento, nei panni della protagonista, c'erano tutti gli ingredienti perché questo film fosse un successo mondiale, eppure una serie di errori ne ha fatto un flop: in primis la scelta del regista Tony Scott, fratello di Ridley, più a suo agio a raccontare gli eroi americani di "Top Gun" o di "Giorni di tuono" che non la storia di un'anti-eroe come Domino.

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