mercoledì 7 maggio 2008

Recensione L'AMORE NON BASTA

Recensione l'amore non basta




Regia di Stefano Chiantini con Giovanna Mezzogiorno, Alessandro Tiberi, Alessandro Haber, Rocco Papaleo, Marit Nissen, Andrea Pietrantoni, Carlo De Ruggeri, Ivan Franek, Emanuela ScipionI

Recensione a cura di GiorgioVillosio

Una giovane hostess abruzzese tenta inutilmente di tenere a galla un amore inutile e senza futuro per un giovane scrittore, disoccupato e precario. Raccoglie un diario di lui, dimenticato sull'aereo e ci prova senza alcun risultato.

Sul merito del titolo nessuno ha oggi da eccepire, in tempi di separazioni, divorzi e crisi endemica della famiglia, spentosi da tempo il sogno romantico dell'amore eterno e risolutivo di un'esistenza.
Restano dunque solo "storie in sospeso e che si perdono per strada", aumentando il tasso di confusione mentale ed esistenziale dei giovani di oggi. Ma non solo: anche la generazione precedente è ormai allo sfascio, a giudicare da altri personaggi del film, come la madre della protagonista, supertradita da un perfido Haber (nei panni di "o' malamente" della commedia napoletana, donnaiolo impenitente con l'unghia del mignolo ricurva, come un vecchio capo Rom). Per non parlare del vecchio padre del protagonista (Rocco Papaleo), in veste di ectoplasma incombente nella povera vita del figlio bamboccione troppo fragile per reggere, come il pio Enea, un tale Anchise sulle spalle. Il quale "Enea formato ridotto" si riduce infine a declamare apertamente che lui proprio non riesce a fare a meno di tale ombra eccessiva, con un volo di sapienza psicanalitica davvero risibile. Peggio ancora, da parte del giovane protagonista (Alessandro Tiberi), presentato nel film come scrittore di avvenire, sensibile, profondo e riflessivo.

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Recensione ONDE

Recensione onde




Regia di Francesco Fei con Anita Caprioli, Ignazio Oliva, Marina Remi, Filippo Timi

Recensione a cura di Mimmot

Uscito in sordina nel 2006 in poche sale cinematografiche, a causa dei soliti italianissimi problemi di distribuzione, dopo essere stato selezionato in diversi Festival internazionali fra i più attenti ai film sperimentali e di ricerca(Rotterdam, San Francisco, Annecy, ecc.), e dopo essere stato segnalato dai critici come una delle opere prime italiane più interessanti degli ultimi anni, "Onde" è il film d'esordio del giovane regista Francesco Fei.
Fiorentino, classe 1967, laureato in storia del cinema, Fei è conosciuto principalmente in ambito pubblicitario per essere l'autore di numerosi videoclip di alcuni tra i più apprezzati artisti canori italiani.

Prodotto in completa autonomia, al di fuori dei vincolanti contributi statali, grazie allo sforzo economico di alcune piccole società e dello stesso autore, il film è da ammirare perchè dimostra che può esistere un altro modo di fare cinema, senza essere costretti ad abiurare alle proprie idee e ai propri convincimenti; anche se un film del genere, un film che non invoglia adolescenti ad allucchettare lampioni, difficilmente oggi in Italia può contare su incassi remunerativi e competitivi, e difficilmente trova qualcuno disposto a rischiare per distribuirlo.
Fei c'è riuscito, con tanta fatica, perchè ha trovato al di fuori dei normali circuiti produttivi qualcuno che ha creduto in lui e alle sue straordinarie conoscenze del linguaggio cinematografico.

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lunedì 5 maggio 2008

Recensione IRON MAN

Recensione iron man




Regia di Jon Favreau con Robert Downey Jr., Gwyneth Paltrow, Terrence Howard, Jeff Bridges, Samuel L. Jackson, Leslie Bibb, Hilary Swank, Bill Smitrovich, Shaun Toub

Recensione a cura di matteoscarface (voto: 6,0)

Con all'attivo un bestiario di oltre 5.000 personaggi, la Marvel si può considerare una delle più importanti "Case del Fumetto" del mondo, e il padre Stan Lee una figura fondamentale nella storia dei comics americani.
Sotto il tetto di questa strana casa, in cui gli albi sono i muri e le vignette i mattoni, hanno trovato riparo vere e proprie leggende, come Il Re Jack Kirby, e personaggi del calibro di Spiderman, i Fantastici Quattro, gli X-Men, Capitan America e molti altri.
Tra questi fa capolino il nostro uomo di ferro, Tony Stark, meglio conosciuto con il nome di battaglia di Iron Man.

La Marvel non è solo un laboratorio del fumetto in generale ma anche e soprattutto la più grande fucina di supereroi di carta; certamente non tutti meritano un'attenzione scrupolosa, ma anche tra i meno conosciuti (perlomeno al pubblico italiano) spicca per le sue qualità il miliardario donnaiolo e fabbricante di armi Stark che da solo, grazie al potere della sua intelligenza, si forgia la rossa armatura supertecnologica da mettere al servizio di una giusta causa.
Sappiamo bene che a Hollywood abitano i migliori "annusatori" di successi del cinema mainstream, ed infatti anche questa volta, puntando il loro naso yankee fuori da una finestra degli Studios ed aguzzando l'olfatto, hanno scovato il potente eroe, che rappresenta l'America molto più dell'altro superuomo per eccellenza: Capitan America, un patriota un po' pacchiano e un po' giullare, certamente figlio di un'altra epoca.
Ora il simbolo a stelle e strisce si chiama Iron Man, anche se il fumetto è nato sulle pagine dei "Tales of suspense" nel lontano 1963. Nessun problema, il mito è stato riadattato alla situazione odierna e per quanto possa sembrare strano riflette gli Stati Uniti molto più di quanto non lo abbia fatto nei favolosi anni '60, quando, per stessa ammissione di Stan Lee, un personaggio che creava macchine da guerra e possedeva i fantastiliardi era un rischio, perché il giovane pubblico di allora era orientato verso altri interessi.
Un mercante di armi, ricchissimo ed amato da tutti, è il nuovo modello americano: la sua posizione è ammirata e ambita. Così l'Iron Man cinematografico, diretto da Jon Favreau, regista di Elf e Zathura, e interpretato dal sempre eccellente Robert Downey Junior torna nel 2008 ad occuparsi di Afghanistan, ma visti i risultati avrebbe fatto meglio a restarsene a casa sua in California.

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Recensione STRADE PERDUTE

Recensione strade perdute




Regia di David Lynch con Bill Pullman, Patricia Arquette, Robert Loggia, Robert Blake, Lisa Boyle, Balthazar Getty, Jack Nance

Recensione a cura di Zero00

Fred Madison (Bill Pullman) sembra un uomo fortunato: un sassofonista acid jazz benestante, che vive in una bellissima casa assieme alla splendida moglie Renèe (Patricia Arquette), una donna tutta curve e viso angelico. Un uomo realizzato, che sembra non possa desiderare altro dalla vita, tra feste alla moda ed esibizioni in un club dove c'è sempre il tutto esaurito. Un'esistenza meravigliosa, insomma, da divi del cinema o della televisione. Ed è questo che sembrerebbe, guardandolo da lontano, il protagonista di "Strade Perdute", film di David Lynch del 1997.
In realtà Fred è un uomo sull'orlo di una crisi di nervi. Il problema appare subito chiaro a gli occhi dello spettatore: i coniugi Madison sono in crisi da tempo e Fred sospetta addirittura che sua moglie lo tradisca. La situazione tra i due è tesa, entrambi sembrano in attesa di un passo falso dell'altro e l'aria che si respira quando sono assieme è carica di tensione.
Le cose sembrano precipitare quando i due iniziano a trovare fuori dalla loro porta di casa una serie di nastri, in cui si vede chiaramente che qualcuno è riuscito ad entrare nella loro abitazione e a filmarli mentre dormivano. La polizia, come in altri film di Lynch, non sarà in grado di trovare indizi, e si limiterà a fare domande, per lo più inutili, prima di andare via senza aver scoperto nulla.
Come se tutto ciò non bastasse, i coniugi Madison vengono invitati ad una festa dal bell'Andy, un "amico" molto intimo di Renèe verso cui Fred sembra nutrire qualche sospetto. Sarà a questo party che il nostro musicista incontrerà uno strano individuo (Robert Blacke), misterioso e inquietante, con cui ingaggerà una battaglia verbale che non tarderà a sfociare nell'assurdo.
La mattina dopo Fred viene trovato accanto al corpo martoriato della consorte (della cui morte non ricorderà nulla) e condannato a morte per uxoricidio.
Nel braccio della morte, dove verrà rinchiuso, Fred continuerà il proprio viaggio verso l'insanità mentale, afflitto da terribili mal di testa e da terrificanti visioni. Questo fino a che, una mattina, al suo posto nella cella di massima sicurezza dov'era rinchiuso, non viene ritrovato un giovane meccanico di nome Pete Dayton (Balthazar Getty), totalmente estraneo ai fatti. Il ragazzo viene subito rilasciato, tra lo stupore dei genitori, della fidanzata e della polizia.
Da questo momento in poi, il film seguirà le vicende di Pete e della sua relazione clandestina con Alice (Patricia Arquette), la donna del pericoloso Mr. Eddy (Robert Loggia), malavitoso re della pornografia.

David Lynch fa passare quattro anni dall'insuccesso di "Fuoco Cammina con Me", prima di scrivere assieme al co-sceneggiatore Barry Gifford (scrittore e poeta statunitense) questo noir dalle tinte fosche, una crime story dai tocchi surreali ed onirici, a cui non sembra essere estraneo una sorta di decostruzionismo di deriddiana memoria.
E' inutile cercare di dare una spiegazione razionale al film: durante la prima visione si rimane per lo più coinvolti (o sconvolti) da un crescendo di situazioni e da un turbinio di eventi che si susseguono a velocità sempre maggiore, togliendo il respiro allo sventurato (o fortunato) spettatore e sollevando una serie di questioni a cui non necessariamente verrà data risposta. Non c'è da sorprendersi: né a Lynch né a Gifford interessa soffermarsi sul significato delle loro opere. Spetterà al fruitore il compito di ricostruire il naturale corso degli eventi e di dare un senso a questo film dal fenomenale impatto visivo e dalla criptica struttura narrativa.

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venerdì 2 maggio 2008

Recensione I CACCIATORI - THE HUNTING PARTY

Recensione i cacciatori - the hunting party




Regia di Richard Shepard con Diane Kruger, Terrence Howard, Richard Gere, James Brolin, Jesse Eisenberg, Olja Hrustic, Goran Kostic, Mark Ivanir, Hélène Cardona

Recensione a cura di dario carta

Il famoso reporter Simon Hunt, (Richard Gere) ed il suo inseparabile compagno, l'operatore televisivo "Duck" (Terrence Howard), hanno condiviso innumerevoli avventure sulle scene delle più tribolate situazioni di guerra.
Il loro lavoro li porta nel cuore della guerra civile della ex Jugoslavia ove, come sempre a rischio della vita, mettono la loro esperienza al servizio dell'Informazione. Simon però, durante un servizio televisivo in diretta da un villaggio bosniaco, teatro dell'ennesima strage, subisce un crollo psicologico e le conseguenze si presentano subito.
A differenza del suo compagno Duck, che procede tra lusinghe e successi nella sua professione, Hunt viene estromesso dalla scena lavorativa esclusiva e retrocede nei retrobottega della sua attività.
I due si ritroveranno più tardi a Sarajevo a guerra finita e Simon, apparso inaspettato davanti ad uno sbigottito Duck, gli proporrà uno scoop senza precedenti. Egli conoscerebbe,infatti,il nascondiglio della "Volpe", il criminale di guerra più ricercato al mondo, condannato per crimini contro l'umanità, e gli fa la sconcertante proposta di braccarlo e catturarlo.

Il film si ispira ad una esperienza realmente vissuta e raccontata in un articolo pubblicato su Esquire dallo stimato giornalista Scott Anderson di ritorno da un suo viaggio in Bosnia: "What I Did On My Summer Vacation" ("Quello che ho fatto nelle mie vacanze estive").
L'adattamento cinematografico prende la forme di una brillante avventura, con un misto di ingredienti bizzarri e noir. Nel corso dei primi minuti, la narrazione fuoricampo di Duck che introduce e spiega i fatti aiuta lo spettatore ad inserirsi subito nella trama; ed è facile, perchè gli eventi sono proposti con buona fluidità ed interessante movimento.
Sono spiegate bene e senza troppi gorgoglii la caduta di Gere e l'ascesa del suo collega, proponendo simboli che spiegano quello che sta succedendo (nelle mani di Duck appare una chitarra, al posto della onnipresente cinepresa). La scena iniziale della battaglia prepara chi guarda a capire in quale contesto inserire le proprie emozioni e le poche immagini delle devastazioni che seguono sono sufficienti a preparare lo scenario emotivo.

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Recensione NAZARIN

Recensione nazarin




Regia di Luis Buñuel con Luis Aceves Castaneda, Ignacio Lopez Tarso, Jesus Fernandez, Francisco Rabal, Ofelia Guilmain, Rosenda Monteros, Rita Macedo, Marga Lopez

Recensione a cura di kowalsky (voto: 10,0)

"LE COSE APPARTENGONO A CHI NE HA BISOGNO".

Chiunque provi a rivedere dopo tanti anni un qualsiasi film di Bunuel rischia di ritrovarsi spiazzato: pochi frammenti costituiscono il perno sintetico di un'opera che è - come tutti sanno - assai complessa sia nella simbologia che nel suo imprevedibile intreccio: al di là della forza stilistica del cinema Bunueliano, ciò che prevale è una sorta di ambiguità ideologica e teologica, ambiguità che a ben vedere costituisce una delle fonti essenziali del suo cinema. Come in molti uomini dichiaratamente atei, l'elemento religioso e la dissacrazione volutamente "eretica" (che a dire il vero rappresenta soltanto una personale visione dei temi suddetti), sacro e profano convivono in una sorta di perenne trait d'union, atti a sintetizzare le contraddizioni del bene come del male, e le sue molteplici sfaccettature. Anche il realismo nudo e crudo del regista, fin dai tempi del discusso e magnifico "I figli della violenza" (1950) da una parte sembra prendere le distanze dal neorealismo attraverso metafore surrealiste, dall'altra sembra consacrarsi a una rappresentazione sociale aspra e mai "buonista", quasi più vicina alla sperimentazione sociale di certi cineasti francesi (Bresson) che a quella di De Sica o Rossellini.

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martedì 29 aprile 2008

Recensione AFTERVILLE - THE MOVIE

Recensione afterville - the movie




Regia di Fabio Guaglione, Fabio Resinaro con -

Recensione a cura di fabrizio dividi

"Afterville" è un mediometraggio (27 min.) ambientato a Torino nel 2058, in un futuro dominato da gadget modernissimi, caratterizzato da una cultura decadente e da un dignitoso fatalismo tipicamente "sabaudo" e del tutto credibile nelle sue contraddizioni.
Il film racconta gli ultimi (?) giorni del capoluogo subalpino, che conserva il suo fascino architettonico pur avendo subito qualche decennio prima una invasione di astronavi aliene incastonatesi nello skyline cittadino e perfettamente metabolizzate dal tessuto urbano e sociale.
Ed ecco che quello che nei primi tempi era stato vissuto con paura, ora diventa normalità e il consumismo si impadronisce di queste "Rocce" costruendo loro attorno supermercati, loghi e prodotti griffati.

Uno scienziato (interpretato dal guru del Cyberpunk Bruce Sterling) crede di aver decifrato i messaggi che queste enormi macchine esobiologiche trasmettono in codice e fissa con precisione la data in cui "qualcosa" accadrà, ed ecco che i 50 anni che restano diventano per ognuno un lasso di tempo da vivere a modo proprio.
I torinesi intervistati da un onnipresente canale satellitare che detta i tempi della realtà quotidiana accettano il loro destino, chi con ironia (il segno distintivo degli ottimisti sono due dita incrociate) e chi con pacata rassegnazione, passando il tempo a casa o in locali a luce rossa con tanto di lap-dance in ologramma in una futuribile caffetteria della Mole Antonelliana. C'è anche spazio per ritrovare un amore o per rinsaldare un'amicizia ma ogni storia viene subordinata alla maestosa presenza delle grandi Rocce.

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