mercoledì 17 settembre 2008

Recensione SOLDATO DI CARTA

Recensione soldato di carta




Regia di Aleksey German jr. con Chulpan Khamatova, Merab Ninidze, Evgeny Pronin

Recensione a cura di kowalsky (voto: 6,5)

Kazakistan, 1961: alla vigilia del primo lancio dell'uomo nello spazio, l'ufficiale medico Daniil Pokrovsky, insieme alla moglie, deve preparare giovani aspiranti cosmonauti all'impresa; l'atroce morte di uno dei ragazzi, incenerito in una camera iperbarica, scatena però conflitti e interrogativi nel protagonista, incapace ormai di accettare che tanti giovani mettano a repentaglio la propria vita per la grande madre Russia. Tutto ciò aggrava sia le sue condizioni di salute che il rapporto con la moglie, che vorrebbe convincerlo a lasciare il lavoro.

Stalin è morto nel 1953, ma il film denuncia impetuosamente - con una critica al regime sovietico - una nazione di speranze illuse e di "soldati di carta" (come suggerisce il titolo) mandati a morire per il prestigio e la grandezza dell'Urss. Il non- luogo, punto di non-ritorno, in cui viene ambientata la vicenda è ora straziante ora opprimente ora incomunicabile, e in fondo a tratti comunica proprio (metaforicamente) la faticosa ascesa verso una democrazia, una libertà ben lontana.

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lunedì 15 settembre 2008

Recensione LA RABBIA DI PASOLINI

Recensione la rabbia di pasolini




Regia di Pier Paolo Pasolini, Giovanni Guareschi con -

Recensione a cura di Lot (voto: 8,0)

All'inizio degli anni '60 Gastone Ferranti, editore di Mondo Libero, chiede a Pier Paolo Pasolini, affermato e già controverso autore, di rileggere in forma di saggio cinematografico gli avvenimenti dell'ultimo decennio, lavorando su materiale di repertorio, cinegiornali, interviste e cronache.
Dal vaglio di questo materiale (oltre 90.000 metri di pellicola), per lo più semplici resoconti accompagnati da enfasi propagandistica e generalmente poveri di contenuti, Pasolini riesce ad estrarre una serie di sequenze di sintesi, che riteneva potessero aiutarlo ad illustrare il suo pensiero. Ad accompagnare le immagini sarebbero stati i suoi testi, letti in prosa da Renato Guttuso e in poesia da Giorgio Bassani.

Nasce così, già in fase di montaggio, un'opera fortemente disillusa, inquietante, lungimirante e feroce, tanto che il produttore decide di disinnescarne in parte il contenuto potenzialmente eversivo trasformando il film in un dittico, riducendo lo spazio critico di Pasolini e affidandone la controparte al qualunquismo bonario e innocuo di Giovannino Guareschi.
Questo nella speranza di un minor rischio, di un miglior ritorno commerciale ma anche e soprattutto nell'ottica generale del 'visto da destra, visto da sinistra', schema giornalistico ad uso e consumo del compromesso democristiano che, in voga ancor oggi, tanti danni ha fatto a chi produce e fruisce del libero pensiero. Precauzione forse utile ma sicuramente riduttiva, dato che il pensiero di Pasolini aveva già superato questi schematismi e lavorava su un'analisi critica radicale di portata ben più ampia, che come noto risulterà scomoda a destra quanto a sinistra.

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Recensione IL BRACCIO VIOLENTO DELLA LEGGE

Recensione il braccio violento della legge




Regia di William Friedkin con Gene Hackman, Fernando Rey, Roy Scheider, Marcel Bozzuffi

Recensione a cura di The Gaunt (voto: 8,5)

Nel 1962 due agenti della narcotici newyorkese, Eddie Egan e Sonny Grosso, portano brillantemente a termine una delle più famose operazioni antidroga in territorio statunitense. Il quantitativo di eroina sequestrato ammonta a 50 chilogrammi: un successo prima di allora senza precedenti. Questo importante fatto di cronaca fu d'ispirazione allo scrittore Robin Moore che ne trasse un romanzo di un certo successo, subito opzionato dal produttore cinematografico Philip D'Antoni ("Bullit").
Lo stesso produttore adocchiò un giovane e promettente regista, William Friedkin, autore di pellicole apprezzate come "Quella notte inventarono lo spogliarello", "Festa di compleanno" e "Festa di compleanno del caro amico Harold". Oltre a ciò Friedkin, prima di dedicarsi completamente al cinema, vantava anche un discreto curriculum televisivo dove si era fatto notare per dei documentari. Uno di essi, in particolare, si intitolava "The thin blue line", resoconto di una giornata passata accanto alle forze dell'ordine di S. Francisco, una specie di "Real TV" ante litteram che convinse D'Antoni ad affidare la regia al giovane Friedkin.
Questa in sostanza è la genesi di una delle pellicole più importanti del genere poliziesco degli anni 70. Il titolo del film ebbe la stessa denominazione dell'operazione antidroga compiuta circa dieci prima: "The French Connection".

Due poliziotti della squadra narcotici di New York (Jimmy Doyle e Buddy Russo) dalla vita sregolata, solitaria, e dai metodi assai violenti, sono in difficoltà con i superiori a causa di alcune operazioni fallite. Basandosi unicamente su vaghi indizi, riescono ad intercettare un'importante spedizione di stupefacenti proveniente da Marsiglia, coordinata da un misterioso e raffinato trafficante francese (Alain Charnier). Affiancati e sorvegliati da due compagni di lavoro, inizia per Doyle e Russo un'indagine complessa fondata su estenuanti pedinamenti, avara di progressi e ricca di insuccessi, che diverrà una vera ossessione. Charnier nel frattempo elude la sorveglianza, ed aiutato da complici americani (Weinstock e Boca), dal killer Pierre Nicoli e dal famoso attore tv Henry Deveraux, fa giungere, a bordo dell'auto di quest'ultimo, la partita di droga in città. Durante il viaggio di ritorno a N.Y. Alain chiede a Pierre di eliminare Doyle. Persa la fiducia da parte dei suoi superiori, Doyle perde il caso ma mentre sta rientrando a casa viene subisce un agguato da Nicoli, piazzato come un cecchino su un tetto. Doyle ingaggia così un lungo inseguimento ma Pierre riesce a prendere un treno e, dopo aver ucciso un poliziotto, a sequestrare il guidatore ed a far continuare la corsa del mezzo oltre la stazione successiva dove Doyle, dopo aver sottratto l'auto ad un cittadino, si stava lanciando.
Pierre, messo alle strette, è costretto ad uccidere anche un controllore e quando al guidatore prende un malore, il treno si va a scontrare con un convoglio fermo sulle rotaie alla stazione seguente. Doyle, che lo ha seguito in un pericoloso inseguimento, riesce a rintracciarlo alla stazione e lo fredda sparandogli alle spalle. Poco dopo sia lui che Russo sono sulle tracce di Boca che ritira da un garage l'auto dell'attore francese e la parcheggia vicino al ponte di Brooklyn dove i due poliziotti si appostano. Dopo un interminabile perquisizione fatta smontando letteralmente il veicolo trovano l'eroina, salvo restituirla nell'automobile apparentemente intatta, per non dare sospetti e poter individuare il luogo dello scambio.

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venerdì 12 settembre 2008

Recensione FARI NELLA NEBBIA

Recensione fari nella nebbia


Regia di Gianni Franciolini con Osvaldo Valenti, Fosco Giachetti, Mariella Lotti, Luisa Ferida, Antonio Centa, Lia Orlandini, Lauro Gazzolo, Piero Pastore, Carlo Lombardi, Arturo Bragaglia, Mario Siletti, Loris Gizzi, Nelly Corradi

Recensione a cura di Giordano Biagio (voto: 9,0)

Girato in bianco e nero a Savona nei primi anni del secondo conflitto mondiale, "Fari nella nebbia" sembra ispirarsi in parte al realismo francese di Marcel Carné, quello più impregnato di toni poetici, mantenendosi però, nel complesso, ad una rispettosa distanza dal cinema d'oltralpe, in particolare riguardo ai suoi codici linguistici più diffusi che lo caratterizzavano con successo intorno agli anni '40.
Il film ha una buona originalità espressiva e un disincanto narrativo sulle cose tali da far imprimere al racconto una direzione immaginifica tutta sua, vicina per stile alle più note forme poetiche e realistiche dei film occidentali in circolazione in Europa in quel periodo, anche se bisogna dire che l'argomento trattato, la vita proletaria, è lontano dai soggetti di allora. La pellicola ha però anche dei forti contenuti naturalistici, che ricordano per tematiche trattate i migliori scritti di E. Zola, quelli improntati su realtà che non scaturivano dall'immaginazione dello scrittore ma dall'esplorazione di situazioni umane e sociali del tutto nuove, ricche di fatti di rilievo, in cui l'autore scrutava e annotava con un forte distacco ciò che accadeva e vedeva.
Il regista Gianni Franciolini mette al centro del racconto la vita dei camionisti di petrolio degli anni '40, un'esistenza difficile, dalle relazioni umane complesse, piena di insicurezze giornaliere, ma ricca di passioni estreme. Sono temi forti quelli proposti da "Fari nella nebbia", che richiamano alla mente alcune indimenticabili pagine del cinema italiano degli anni '50, del quale Franciolini con questo film sembra in un certo senso annunciarne l'imminente nascita, che avverrà sotto la denominazione di neorealismo soltanto nel 1946, con il film Sciuscià di De Sica.

Gianni Franciolini prima della seconda guerra mondiale ha lavorato in Francia come collaboratore dei registi J. Choux e G. Lacombe, e negli anni '30 è stato aiuto regista di E. Deslaw; il suo primo lungometraggio fu il poliziesco "L'ispettore Vargas" (1940); "Fari nella nebbia", secondo film del regista, è forse dal punto di vista della riuscita naturalistica-simbolica la pellicola più significativa della sua carriera: nelle opere successive utilizzerà modi diversi di raccontare, unendo al genere della commedia briosa all'italiana aspetti fiabeschi, o forme leggermente satiriche con tratti pungenti chiaramente moralistici e pensieri leggeri di puro intrattenimento (vedi "Racconti d'estate", del 1958). Con "Fari nella nebbia" Franciolini attrae subito i critici cinematografici per la sua verve compositiva e la tecnica di scrittura, che denotano, abbinate al suo magico modo di raccontare per immagini, una straordinaria capacità nel montaggio. Da sottolineare anche l'estrosa capacità del regista italiano nell'unire sapientemente figure simboliche primarie con oggetti secondari, ricchi quest'ultimi di allusioni complementari alla scena primaria, tipiche di un pensare per immagini ben articolato da cui scaturisce una più facile comunicazione dei significanti e significati in gioco.

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Recensione UN GIORNO PERFETTO

Recensione un giorno perfetto




Regia di Ferzan Ozpetek con Isabella Ferrari, Valerio Mastandrea, Valerio Binasco, Nicole Grimaudo, Federico Costantini, Monica Guerritore, Angela Finocchiaro, Stefania Sandrelli, Christian Serritiello, Fausto Maria Sciarappa

Recensione a cura di kowalsky (voto: 6,0)

Una fitta pioggia preannuncia un dramma incombente, mentre un piano- sequenza inquadra il volto di Emma, separata dal marito con figli, davanti a una decisione imponderabile.
In un altro fotogramma, trascorsa probabilmente qualche ora (non è forse questo il nesso temporale di cui vorrebbe appropriarsi Ozpetek?), dopo un'agghiacciante sequenza di tentato-stupro che i più definirebbero gratuita, lo stesso sguardo si posa su quello del turbolento ex-consorte, nuovamente a testimoniare l'impossibilità, recisa, di una concreta riconciliazione tra marito e moglie.

Ozpetek e l'estetica dello sguardo, come ai tempi de "La finestra di fronte".
Ozpetek e il cinema corale, con quei personaggi sfacciatamente ancorati al linguaggio della fiction ed allo strumento emotivo come facile forma di parassitismo popolare.
Ozpetek e la cronaca italiana, che chissà come inquieta tanto sullo schermo quanto lascia indifferente lo spettatore televisivo: ci può anche stare l'onorevole corrotto (Fioravanti), tanto esistono figli che non seguiranno mai le orme del padre.
Sconcertante è da una parte convincersi che il regista di origine turca conosca ormai l'Italia a menadito (e non sempre la migliore possibile, ammesso che ne esista una) ma che sembri prediligere l'interiorità emotiva alla razionalità del bene (e del male) comune. Quindi, non stupirà nessuno sapere che "Un giorno perfetto" è quanto di più coinvolgente Ozpetek abbia mai fatto, e al tempo stesso l'ennesima occasione mancata di compiere il grande salto che forse la sua (ostentata sì) capacità tecnica gli permetterebbe.

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giovedì 11 settembre 2008

Recensione ORFEO 9

Recensione orfeo 9




Regia di Tito Schipa Jr. con Tito Schipa Jr., Edoardo Nevola, Eva Axen, Renato Zero, Chrystel Dane, Roberto Bonanni, Loredana Bertè, Penny Brown, Marco Piacente, Monica Miguel, Ron Mardenbro, Freddy Abbass, Peter Deno, Giovanna Di Bernardo, Paolo Granata, Aldina Martano

Recensione a cura di kowalsky (voto: 8,0)

"In un mondo che è deserto, un uomo diventa la città."

C'era un tempo, non troppo lontano, in cui la creatività si misurava anche attraverso la musica.
Misticismo hippie, rivoluzione culturale, pacifismo senza inutili boomerang ideologici, la libertà che non c'è ma si può trovare, la schiavitù da cui liberarsi.
A giudicare dalla controversa reazione degli spettatori della 65esima Mostra del Cinema di Venezia, quel tempo è morto e defunto. E, a dirla tutta, l'"Orfeo 9", libera rielaborazione in chiave (prog)rock del mito di Orfeo ed Euridice, rappresenta per l'italiano medio di oggi (e forse anche di ieri) un problema.
Per una nazione avara sia di teatro che di cultura rock, per non dire di tragedie greche et similia, la giocosa vitalità delle coreografie, lo stilismo rassicurante (in rima) delle canzoni, la sfacciata irriverenza della mise in scene, o la provocazione della ridondanza espressiva del testo (per esempio le scritte sui muri antenate dei murales di oggi) può essere l'inedito esperimento da rispedire al mittente: confusione e sconcerto.
Ma altrove c'è un margine, bellissimo: la città con la frenetica corsia di macchine (il memorabile viaggio di Orfeo in autostop, per esempio), miraggio (?) di un mondo contemporaneo sempre più distante dal cuore.

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Recensione IL GAUCHO

Recensione il gaucho


Regia di Dino Risi con Vittorio Gassman, Nino Manfredi, Maria Grazia Buccella, Amedeo Nazzari, Silvana Pampanini, Nando Angelini, Maria Fiore, Annie Gorassini, Umberto D'Orsi, Nelly Panizza

Recensione a cura di peucezia (voto: 8,0)

Girato nel 1964, il film, diretto da Dino Risi, è ambientato in un anno importante per il nostro paese. Il boom economico "scoppiato" a fine anni Cinquanta, che ha rivoluzionato quasi radicalmente lo stile di vita nazionale, sta già registrando le sue prime battute d'arresto (la cosiddetta congiuntura); al potere c'è il Centrosinistra mentre dall'estero Mary Quant e la sua gonna al di sopra del ginocchio, il filosofo Russell e la pillola anticoncezionale indicano che qualcosa sta cambiando soprattutto nel mondo giovanile. Con alcuni anni di anticipo si intravede la rivoluzione "socio-culturale" che verrà.

Più semplicemente e nel suo solito stile ironico venato da malinconia e cattiveria, Risi parla di storie di personaggi incompleti, inconcludenti o addirittura falliti: si parte dal protagonista principale, un Vittorio Gassman quarantenne più graffiante che mai, addetto alle pubbliche relazioni di una scalcagnata casa di produzione cinematografica.
L'uomo, con alle spalle una complicata situazione sentimentale e un'altrettanto più complicata situazione finanziaria, parte per l'Argentina per presenziare a un festival cinematografico e nel contempo chiedere un prestito a un vecchio amico da tempo in Sud America. La comitiva, decisamente male assortita, è composta da due attricette tanto avvenenti quanto oche, da un'attrice non più giovanissima che spera di accasarsi con una vecchia fiamma e dal regista, decisamente di sinistra e probabilmente omosessuale (non tanto velato cenno al più celebrato Pasolini). In Argentina il gruppetto colleziona una serie di figuracce e fa la conoscenza di un ricco industriale di origine italiana, nostalgico ad oltranza di un Italia ormai scomparsa e contemporaneamente legato strenuamente alle posizioni raggiunte tanto da essere del tutto insensibile alle situazioni negative del suo prossimo. Il sogno "sudamericano" svanisce presto e ognuno si appresta a tornare alle amarezze e alle delusioni di ogni giorno.

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