giovedì 18 dicembre 2008

Recensione THE MILLIONAIRE

Recensione the millionaire




Regia di Danny Boyle con Mia Drake, Imran Hasnee, Anil Kapoor, Irfan Khan, Madhur Mittal, Dev Patel, Freida Pinto, Shruti Seth

Recensione a cura di ferro84 (voto: 7,0)

L'India è un paese che si appresta a diventare una delle maggiori potenze politiche mondiali ma, oggi come ieri, le contraddizioni economiche e sociali ne caratterizzano l'immagine all'estero. "Who wants to be millionaire?" è un formato di successo in tutto il mondo, ma in un Paese tanto difficile ha rappresentato qualcosa di più, diventando un vero e proprio fenomeno di costume, un'occasione di riscatto sociale e un sogno a portata di tutti.

Tratto dal romanzo di Vikas Swarup in "Question and answer" il regista inglese Danny Boyle dà voce a questo sogno, portando sul grande schermo un film duro e di denuncia ma anche una dichiarazione d'amore per il cinema indiano.

Jamal è un ragazzo delle immense baraccopoli di Bombay, che dopo una vita di stenti e di miseria arriverà a partecipare a "Chi vuol essere milionario".
La sua partecipazione sarà caratterizzata più che dalla sua scalata al montepremi, dall'accusa di truffa che lo condurrà fino all'arresto.
Lo spunto del film è decisamente interessante e Boyle ci sa fare a mantenere un ritmo adeguato. In primo luogo lo stile narrativo è asciutto e dinamico e il film è articolato in continui flashback che hanno come riferimento le domande del programma.
Qui va dato atto che la trovata di imporre il racconto in questo modo crea una perfetta fusione fra il quiz e la vita dei protagonista, facendo della scalata al milione, efficace metafora della vita di quest'ultimo e della sua rivincita.

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Recensione IL BUIO NELLA MENTE

Recensione il buio nella mente




Regia di Claude Chabrol con Sandrine Bonnaire, Isabelle Huppert, Jacqueline Bisset, Jean-Pierre Cassel

Recensione a cura di Pasionaria (voto: 7,5)

Nella mente di ciascuno coesistono il buio e la luce, non di rado succede che essi si sfiorino o addirittura si sovrappongano per poi riequilibrarsi, talvolta è il buio a prendere definitivamente il sopravvento, senza ritorno.

E' dal confine fra buio e luce che trae spunto il film di Chabrol (il cui titolo italiano per una volta ci indovina): una storia borderline tra ragione e follia ispirata al romanzo di Ruth Rendell "La morte non sa leggere" (con lo stesso titolo era già uscito nel 1986 un film canadese di Dusama Ravi, passato pressochè inosservato al pubblico).
Chabrol, tuttavia, non solo riprende il racconto noir della Rendell, altresì lo rielabora, lo fa suo, sviluppando l'intreccio nell'odiata/amata provincia francese e soprattutto imbastendolo sull'ordito della consueta critica alla vecchia classe borghese.

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lunedì 15 dicembre 2008

Recensione FRONTIERS - AI CONFINI DELL'INFERNO

Recensione frontiers - ai confini dell'inferno




Regia di Xavier Gens con Karina Testa, Aurélien Wiik, Patrick Ligardes, David Saracino, Chems Dahmani, Maud Forget, Samuel Le Bihan, Estelle Lefébure, Jean-Pierre Jorris

Recensione a cura di L.P. (voto: 6,5)

Distribuito da noi con quasi un anno di ritardo, "Frontiers" è l'ennesimo, brutale horror francese che pretende di competere con i colossi americani del genere. A livello artistico, non si tratta di una competizione troppo difficile; ci vuole poco, infatti, a sbaragliare la produzione statunitense dell'orrore degli ultimi anni, e non è un caso se i film europei di genere si stanno guadagnando una fetta considerevole di appassionati.
Il caso di "Frontiers" è però particolare: l'opera di Xavier Gens infatti si pone, a livello produttivo, sullo stesso piano degli americani, sfidandoli direttamente; non ci troviamo di fronte al solito film girato con un budget ridicolo, una troupe di amici e una certa approssimazione estetica dovuta alla mancanza di investimenti. Quello che stupisce, guardando Frontiers, è proprio la sua natura di prodotto patinato, che ostenta una ricchezza di mezzi davvero insolita per un film di genere europeo.
È un dato importante da sottolineare: significa che finalmente nel vecchio continente qualcosa si sta muovendo, e comincia a esistere una realtà produttiva che ha il desiderio di investire su un genere da troppi anni bistrattato. Forse c'è qualche speranza anche per l'Italia.

Purtroppo, le notizie positive finiscono qui. "Frontiers" non è simile ai torture movie americani dell'ultimo quinquennio soltanto da un punto di vista produttivo, ma li scimmiotta in tutto e per tutto, risultando, alla fine della visione, l'ennesimo clone che puzza di vecchio e già visto.
Ed è un peccato, perché si respira professionalità a ogni inquadratura. La recitazione è ottima, gli effetti speciali dal vero estremamente realistici (quelli in computer grafica un po' meno) e lo stesso Gens (nonostante il pessimo "The Hitman", che però è posteriore di qualche mese a "Frontiers") dimostra di avere un certo talento nel creare atmosfere inquietanti e macabre, ed alcuni personaggi (la donna-bambina pazza e il vecchio gerarca nazista capo famiglia) sono tratteggiati con cura e rimangono abbastanza impressi.

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Recensione L'UOMO DI ARAN

Recensione l'uomo di aran




Regia di Robert J. Flaherty con Pat Mullen, Michael Dillane, Maggie Dillane, Colman 'Tiger' King

Recensione a cura di Marco Iafrate

Ad Inishmore, inospitale isola ad ovest dell'Irlanda nell'arcipelago delle Aran, la lotta dell'uomo contro le avversità della natura per gli abitanti dell'isola rappresenta la quotidianità, e la principale fonte di sostentamento è il mare, un elemento della natura che in quel luogo, soggetto a ripetute tempeste, incute ancora timore.
E' in questo posto che nel lontano 1934 un temerario regista americano di origini irlandesi decide di girare un film-documentario sulla vita dei pescatori che lo popolano; prende vita così "L'uomo di Aran".

Robert Joseph Flaherty nasce nel febbraio del 1884 ad Iron Mountain in Michigan, le sue opere, grazie all'espressività del documentario, influirono in modo determinante sullo sviluppo del cinema e tutte le convenzioni stabilite dai processi produttivi dell'epoca furono stravolte.
Nella sua carriera il regista basò tutti i suoi lavori su un tema unico: la capacità di resistenza dell'essere umano di fronte alla furia degli elementi propri della natura, e per questo scelse di ambientare prevalentemente i suoi film tra le popolazioni che vivevano in condizioni estreme ("Nanouk", intenso quadro elegiaco sulla vita degli eschimesi ne è un esempio). L'intensità con la quale il regista descriveva il rapporto tra le due forze in campo (l'uomo e la natura) era tale da conferire ai suoi lavori una profonda liricità; quello che maggiormente affascinava Flaherty era la forza della natura, non come forza fine a se stessa, ma come elemento di contrasto alle esigenze dell'uomo, come l'aridità e la scarsità della terra coltivabile o il mare in tempesta come ostacolo per la pesca.

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venerdì 12 dicembre 2008

Recensione L'OSPITE INATTESO

Recensione l'ospite inatteso




Regia di Thomas McCarthy con Richard Jenkins, Haaz Sleiman, Danai Jekesai Gurira, Hiam Abbass, Marian Seldes, Maggie Moore, Michael Cumpsty, Bill McHenry, Richard Kind, Tzahi Moskovitz

Recensione a cura di Mimmot

Piccolo, grande (ed inatteso) film, "L'ospite inatteso" è una di quelle (ormai rare) pellicole che hanno il grande pregio di rivoltarti l'animo e di restarti impresso nella memoria anche parecchio tempo dopo che la parola "fine" è apparsa sullo schermo; una pellicola che regala momenti molto intensi, a volte drammatici, a volte divertenti, che sa parlare di gente e alla gente, con l'obiettivo di svelare sentimenti che convergono nelle solitudini.
Una pellicola che vuole essere (ed è) cinema civile e di denuncia verso una Nazione che si diceva orgogliosa di incarnare gli ideali di libertà e di democrazia, di tolleranza e di solidarietà e che invece ha fatto del problema dell'immigrazione, dopo l'11 settembre, una realtà desolante che dimentica e discrimina l'uomo.
Una pellicola che racconta un fatto accaduto all'ombra della Statua della Libertà, che per lungo tempo e per tanti poveri emigranti ha rappresentato l'emblema e il simbolo del "sogno americano": un sogno promesso ma difficilmente raggiungibile.

Protagonista è il sessantenne e misantropo professore universitario di economia, Walter Vale.
Avvizzito e rinunciatario, rinchiuso nel suo angusto microcosmo, nel quale si è ripiegato dopo la morte della moglie, valente pianista di musica classica, sembra aver perso la voglia di vivere e ogni piacere della vita.
Da cinque anni, ormai (dalla morte della moglie), si trascina tra le stesse, monotone lezioni che, svogliatamente ripropone all'università e le inutili ripetizioni di pianoforte, che si ostina a prendere, forse perché ancora prigioniero del ricordo della moglie, nonostante sia profondamente negato e abbia scarse possibilità di imparare a suonare lo strumento.
La sua vita, però, subisce un profondo cambiamento quando, riluttante, si vede costretto a lasciare il Connecticut e a recarsi a New York per presenziare ad una conferenza socio/economica, in sostituzione di un collega malato.

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Recensione LA GRANDE ILLUSIONE

Recensione la grande illusione




Regia di Jean Renoir con Pierre Fresnay, Erich von Stroheim, Jean Gabin, Gaston Modot

Recensione a cura di Giordano Biagio

In Germania, verso la fine della prima guerra mondiale, precisamente nel 1917, alcuni ufficiali e soldati semplici francesi, russi e inglesi, vengono fatti prigionieri dai tedeschi e rinchiusi in diversi campi di concentramento.
I francesi si contraddistinguono subito per la loro abilità nel fuggire dai campi, a tal punto che i tedeschi si vedono costretti a trasferirli in una fortezza speciale, un maestoso castello di nome Wintesborn, non molto distante dalla Svizzera, da cui è praticamente impossibile evadere.
Le prigioni sono comandate dal nobile aristocratico Von Rauffenstein (Eric von Stroheim), invalido ed eroe di guerra tedesco, asso dell'aviazione. Tra il capitano francese De Boieldieu, facente parte dei nuovi arrivati, e Von Rauffenstein si instaura subito un rapporto di simpatia, fatto in particolare di stima e riconoscimenti per l'appartenenza entrambi a ceti sociali di grande prestigio.
De Boieldieu approfitta dell'amicizia per favorire, con un gesto eroico, la fuga di suoi due connazionali, ma viene ucciso da Von Rauffenstein proprio mentre, ai bordi delle mura della fortezza, cerca di distrarre con la dolce musica di una fisarmonica le sentinelle di turno.
I due francesi che avevano progettato la fuga, Maréchal (Jean Gabin) e Rosenthal (Marcel Dalio), riescono a fuggire e a trovare ospitalità presso una casa contadina abitata da una bella vedova di guerra, di nome Elsa (Dita Parlo), che vive insieme alla sua piccola figlia. Nonostante tra lei e Maréchal nasca subito una storia d'amore, i due decidono dopo qualche giorno di ripartire. Prima della partenza Maréchal lascia ventilare alla donna la possibilità di ritornare un giorno da lei. Seguiti nella neve dai tedeschi, sempre più vicini grazie alle impronte lasciate dai loro stivali, i due riescono a oltrepassare a fatica il confine con la Svizzera, proprio mentre gli inseguitori si accingevano a sparare.

Questo splendido film in bianco e nero uscito nel 1937, ha rappresentato per diverso tempo nella Francia governata dal Fronte popolare una grande speranza di pace e di giustizia democratica.
Sorretto in tutta la sua produzione da un clima politico favorevole alle idee di sinistra di Jean Renoir, il film riesce a sviluppare fino in fondo un'idea antimilitarista dai forti toni umanistici molto cara agli intellettuali comunisti dell'epoca. Renoir costruisce un film di rara bellezza, dallo stile difficilmente oggi eguagliabile, attraversato da un'atmosfera poetica unica, priva di quei violenti contrasti che portano nel cinema all'abituale spettacolo da periferia, e rinvigorita da una sceneggiatura aperta, stesa per appunti, che consente agli attori di esprimersi in una preziosa libertà, fatta soprattutto di sguardi e parole legati a un proprio modo di vivere i personaggi del racconto.
La grande illusione riesce a trasmettere un elevato messaggio etico, scevro da ogni forma di pietismo, e mai del tutto utopistico, capace di richiamare con forza le istituzioni militari di tutto il mondo ad un maggior rispetto delle "regole di guerra" che per Renoir sono l'indice più sicuro del grado di civiltà raggiunto da una nazione.

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mercoledì 10 dicembre 2008

Recensione SI PUO' FARE

Recensione si puo' fare




Regia di Giulio Manfredonia con Claudio Bisio, Anita Caprioli, Bebo Storti, Giuseppe Battiston, Giorgio Colangeli, Andrea Bosca, Rosa Pianeta, Giovanni Calcagno, Michele De Virgilio, Daniela Piperno, Carlo Giuseppe Gabardini, Franco Pistoni, Andrea Gattinoni, Natascia Macchniz, Pietro R

Recensione a cura di JackR

"Si può fare" un film in Italia intelligente e divertente allo stesso tempo. "Si può fare" un film in Italia che pur non avendo l'ambizione autoriale di Sorrentino e Moretti riesca a coniugare qualità e quantità, a trasmettere emozioni, a colpire allo stomaco non tanto per i temi trattati quanto per il modo in cui essi vengono proposti o anche solo per le scelte registiche.

Il tema della malattia mentale è stato variamente declinato al cinema dal patetico ("I Am Sam", "Forrest Gump", "Rain Man") al poetico ("Ivo il tardivo") al comico (il geniale "...E fuori nevica" di Vincenzo Salemme) e in buona parte della filmografia di Milos Forman, in cui la pazzia e il genio sono inevitabilmente due facce della stessa medaglia.
La particolarità ed il merito del film di Giulio Manfredonia (regista del simpatico "Se fossi in te") è quella di raccontare le cooperative sociali nate negli anni 80 in Italia che davano lavoro alle persone disabili e inventare la storia di una di queste. Si parla di un pezzo di storia del Paese, la storia nascosta dai giornali e dai libri, fatta dalle persone, che non cambiano il corso degli eventi, ma che li subiscono e cercano di fare del loro meglio.
Claudio Bisio poi è una garanzia, forse uno degli attori più sottovalutati in Italia e anche uno di quelli a cui la sovraesposizione televisiva non "guasta" l'immagine cinematografica. Il resto del cast puntella egregiamente nei ruoli secondari la sceneggiatura, bravissimi anche tutti gli attori nei ruoli da disabili.

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