mercoledì 25 novembre 2009

Recensione GOSFORD PARK

Recensione gosford park




Regia di Robert Altman con Maggie Smith, Michael Gambon, Kristin Scott Thomas, Emily Watson, Stephen Fry, Derek Jacobi, Alan Bates, Ryan Phillippe, Charles Dance, Clive Owen

Recensione a cura di antoniuccio (voto: 9,0)

Maggie Smith, una delle indiscusse regine del cinema e del teatro inglese, durante i titoli di testa, a bordo della sua autovettura con autista e cameriera, avvia questa pellicola gioiello diretta con sagacia dal compianto Robert Altman.
È uno dei pochi e selezionati invitati di Sir Willam McCordle, ricchissimo proprietario di Gosford Park, che periodicamente organizza battute di caccia nei suoi possedimenti.
Un vero e proprio raduno di ospiti illustri, ognuno con cameriere e valletti al seguito, sta per avere luogo davanti agli occhi dello spettatore; nulla è lasciato al caso, grazie a una organizzatissima servitù comandata da Jennings, il maggiordomo, e dalla signora Wilson, la governante.
Tutto procede esattamente come previsto, eccezion fatta per l'omicidio del padrone di casa (ma è davvero un imprevisto?) che crea qualche piccolo imbarazzo. Dopotutto, ricordiamo che siamo in Inghilterra, e il glorioso self control è d'obbligo.

Fin qui sembrerebbe la trama rimaneggiata di film visti e rivisti, del calibro di "Arsenico e vecchi merletti" o simili, ma ben presto la storia si dipana nella sua ben più complessa struttura.
Gosford Park è un vero e proprio microcosmo dove convivono due dimensioni parallele, collegate ma sempre distinte: chi vive e lavora below the stairs è condannato per sempre a far parte della servitù, non conta nulla e non potrà mai assurgere al rango di chi vive invece above the stairs.
Due mondi separati solo da una scala, percorsa innumerevoli volte, che segna tuttavia una insormontabile demarcazione sociale. Siamo nel 1932, e l'Inghilterra vive ancora anni tranquilli in cui lo snobismo sembra essere l'unico pensiero degli ambienti salottieri. E Altman ha dato un valore simbolico a quella scala, elevandola a protagonista del film. Per quanto possa essere un mezzo di collegamento, forse un bastione o una fortezza risulterebbero più fragili. È una scala che avverte di non illudersi: non è percorrendola che si possa migliorare o peggiorare la propria condizione, perché è una barriera ideologica, convenzionale, mentale, culturale.
Gli invitati di Sua Signoria si trovano al di sopra della scala, appartenendo, per lo più, alla cosiddetta alta società: vi si annoverano contesse, baronesse, colonnelli e gentiluomini, e la presenza isolata di un regista di Hollywood non appare altro che un pretesto per variegare i soliti convenevoli che caratterizzano questo tipo di consessi.
Nessuno sembra eccitarsi più di tanto quando si pronuncia il nome di Greta Garbo, o si annuncia la trama del prossimo film giallo in produzione; i salotti di Gosford Park, esaurito il brevissimo effetto del ritrovarsi dopo qualche tempo, piombano nella più cupa noia, nella monotonia affogante. Il "salotto buono" appare di uno squallore esasperante.

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Recensione DA MORIRE

Recensione da morire




Regia di Gus Van Sant con Nicole Kidman, Matt Dillon, Joaquin Phoenix, Casey Affleck, Illeana Douglas, Alison Folland, Dan Hedaya

Recensione a cura di Giordano Biagio

"Da morire" è un film della metà degli anni '90 un po' sottovalutato dalla critica e dal pubblicok, che non sono riusciti a cogliere la considerevole portata mediatica del suo messaggio.
Il film ha per soggetto lo stravagante mondo dei media, analizzato nei suoi aspetti più paradossali e torbidi ed è magistralmente diretto da Gus Van Sant, che si avvale di una straordinaria Nicole Kidman capace di dare un'immagine della protagonista Suzanne molto credibile, sostanziale, fedele riflesso del mondo reale; un'interpretazione che la porterà a un meritato Golden Globe.

Il racconto ha un andamento sardonico, capace di mettere in ridicolo tutta una vanitosa forma mentis caratterizzante gran parte del mondo dei media americano.

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martedì 24 novembre 2009

Recensione LA PRIMA LINEA

Recensione la prima linea




Regia di Renato De Maria con Riccardo Scamarcio, Giovanna Mezzogiorno, Fabrizio Rongione, Duccio Camerini, Lino Guanciale

Recensione a cura di kowalsky (voto: 6,5)

"Avevamo scambiato il tramonto per l'alba."

"Non so se lo vedrò, altri mi diranno e giudicheranno."
(Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a proposito del film)

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Recensione SOY CUBA

Recensione soy cuba




Regia di Mikhail Kalatozov con Betty Luz María Collazo, José Gallaro, Sergio Corrieri, Mario Gonzales Broche, Raúl García

Recensione a cura di pompiere (voto: 8,5)

Girato nel 1964, quando la guerra fredda è al suo culmine, "Soy Cuba" è stato tacciato come un vero e proprio esempio di propaganda comunista. Il film si avvale della sceneggiatura del poeta russo Eugeni Evtushenko, oltre che della brillante regia di Mikhail Kalatozov, per dimostrare l'inevitabilità della rivoluzione castrista.
Il regista georgiano, noto in tutto il mondo con "Quando volano le cicogne" (1957), Palma d'oro a Cannes nel 1958, è accompagnato dai virtuosismi dell'operatore Sergej Urusevskij. Frutto di una collaborazione cubano-sovietica, la pellicola è composta da quattro storie molto povere di dialoghi collocate negli ultimi giorni del regime di Batista.

Girato in spagnolo, doppiato in russo e sottotitolato, successivamente, in inglese, "Soy Cuba" fu bandito dai cinema americani durante la guerra fredda ma fu anche criticato per la rappresentazione che offriva della società cubana, e bollato come contro-rivoluzionario dai cubani stessi. Questo avvenne in parte perché i rapporti tra Fidel Castro e Mosca erano cambiati ma soprattutto perché l'opera di Kalatozov ha sempre ispirato giudizi contrastanti, forse a causa dell'intenso sperimentalismo fotografico e tematico che la caratterizza (sorprendenti le palme "dipinte" da un colore bianco accecante che hanno come sfondo il cielo nero).

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Recensione ANDREJ RUBLEV

Recensione andrej rublev




Regia di Andrei Tarkovskij con Nikolaj Grinko, Anatolij Solonicyn, Ivan Lapikov

Recensione a cura di Marco Iafrate

Chi è Andrej Rublev?

Siamo a cavallo del quindicesimo secolo ancora nell'età intermedia tra il mondo antico ed il mondo moderno, l'umanità vive una crisi di rinnovamento culturale, religioso e politico, gli umanisti accusano la "media tempestas" di aver dimenticato gli ideali di bellezza e di cultura del mondo classico ed i protestanti di aver segnato il progredire della corruzione ecclesiastica, ma la caduta di Costantinopoli è vicina e la ripresa culturale e religiosa, con la rivoluzione delle grandi scoperte e invenzioni, alle porte. In questo tempo, in una data non precisata, presumibilmente tra il 1360 ed il 1370, in un qualsiasi villaggio sepolto sotto la neve nasce colui che da umile discepolo dell'illustre pittore Teofane il greco, giunto a Mosca dalla lontana Bisanzio, diventerà il più importante iconografo russo.

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lunedì 23 novembre 2009

Recensione PRIMA DEL TRAMONTO

Recensione prima del tramonto




Regia di Richard Linklater con Ethan Hawke, Julie Delpy, Vernon Dobtcheff, Louise Lemoine Torres, Rodolphe Pauly, Mariane Plasteig

Recensione a cura di Mimmot

Le promesse non mantenute sono come le foglie morte: stanno lì, sospese nell'aria a fluttuare nel vento d'autunno. La prima non te la scordi, come un tassello scolpito nella memoria in cui c'è persino l'odore di quel momento in cui l'hai pronunciata, il gusto di quelle lacrime trattenute che adesso sono lontane.
Memorie. La prima e poi le altre e poi le altre ancora, da non ricordare più quante, tanto da essertele dimenticate.
Comodo l'alibi della memoria per abdicare al proprio ruolo. L'età, il conformismo, la resa mascherata giocano un ruolo decisivo per sperimentare quel rimpianto che nemmeno sapresti dire, e che sta in agguato perfino in un futuro rovesciato.

Ed è forse il rimpianto, insieme all'innocenza persa con quella promessa non mantenuta, che fa riannodare quel filo spezzato una mattina di nove anni fa, quando Jesse e Celine si erano promessi di rivedersi tra sei mesi, al binario 9 della stazione di Vienna, che aveva assistito al debutto del loro amore.
Li avevamo lasciati, giovani studenti, dopo un incontro casuale durato una intera notte e nutrito di sogni che regalano occhi nuovi per guardare il mondo e le cose. Jesse e Celine si sarebbero dovuto incontrare dopo sei mesi per dare un seguito a quel sentimento che aveva appena fatto in tempo ad esordire, prima che ciascuno riprendesse la propria strada e la propria vita. Poi si torna sempre dentro se stessi e si dimentica.
E così quella promessa era stata dimenticata e quello che sarebbe potuto essere non era stato. E adesso sono lì, orfani di un'esperienza che non ha eguali e spogli di quella strepitosa, tenerissima, quasi infantile capacità di svelare la potenza di un sentimento che nemmeno conosci.

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Recensione L'ECLISSE

Recensione l'eclisse




Regia di Michelangelo Antonioni con Alain Delon, Monica Vitti, Francisco Rabal, Louis Seigner, Lilla Brignone, Rosanna Rory, Mirella Ricciardi, Cyrus Elias

Recensione a cura di Ciumi (voto: 9,5)

Titoli di testa: al twist cantato da Mina sopravviene una musica estraniante, asettica, d'avanguardia (entrambe di Giovanni Fusco). E subito l'immagine s'apre compenetrata nell'eclisse sonora, in un silenzio sensuale, enigmatico - com'è sensuale ed enigmatico il miglior cinema di Antonioni - che segue ad una domanda avvenuta in precedenza, non udita.
Due corpi in una stanza, un ventilatore, nessuna parola. L'incomunicabilità che s'interpone tra il pianeta donna e il suo astro.
Lei, Vittoria (ancora una volta Monica Vitti), si muove sinuosamente tra l'arredo e gli specchi. Lui siede, inerte, in attesa. E' la fine di una "avventura", cala nuovamente "la notte", i due corpi si sfiorano e s'allontanano automaticamente.

L'ottavo lungometraggio di Michelangelo Antonioni (ultimo della cosiddetta "trilogia esistenziale") si apre di nuovo sotto il segno del disamore.
Passano più di quattro minuti prima che il silenzio asfissiante sia rotto. Gli sguardi scivolano uno dall'altro. I discorsi deviano nel professionale. "Non lo so": è l'unica risposta accessibile.

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