martedì 12 aprile 2011

Recensione IMPROVVISAMENTE L'ESTATE SCORSA

Recensione improvvisamente l'estate scorsa




Regia di Joseph L. Mankiewicz con Katharine Hepburn, Mercedes McCambridge, Elizabeth Taylor, Albert Dekker, Montgomery Clift

Recensione a cura di peucezia

"Improvvisamente l'estate scorsa", uscito nel 1959 e diretto da Joseph L. Mankiewicz, uno dei grandi della Hollywood anni Cinquanta, è tratto dall'omonimo dramma di Tennessee Williams, autore americano all'epoca rappresentatissimo sugli schermi.
Alla sceneggiatura collaborò Gore Vidal, già sceneggiatore di "Ben Hur", che però, a causa delle restrizioni ancora vigenti del famigerato e moralista codice Hayes, fu costretto a sfrondare dalla vicenda i riferimenti più diretti all'omosessualità, che invece sono significativi nella pièce teatrale originaria.
Mankiewicz si avvale di un gruppo di validi interpreti che vedono in prima fila le due prime donne Katherine Hepburn e Elizabeth Taylor, l'attore protagonista Montgomery Clift e l'ottima caratterista Mercedes Mc Cambridge.

Di stampo teatrale e quindi giocata molto sui dialoghi, la pellicola si affida pressoché totalmente al trio di attori protagonisti e alla contrapposizione tra la protagonista più matura, apparentemente mater dolorosa, e la giovane e misteriosa nipote, testimone di una vicenda che viene rivelata solo in parte e che, a causa delle limitazioni imposte dalla morale dell'epoca, risulta comunque poco chiara.
La Taylor, non ancora trentenne e già famosissima da oltre un decennio, non è più la ragazza dall'elegante silhouette, ma con qualche chilo in più è diventata la fascinosa maliarda che ben incarna il suo ambiguo personaggio; mentre l'altra coprotagonista, Katherine Hepburn, è qui al suo primo ruolo di madre di figlio adulto.

Ambiguità e mistero sono le principali caratteristiche del film a metà tra un thriller (stando alle linee interpretative di Mankiewicz) e il dramma psicologico. Tutto giocato sulla conflittualità tra l'austera zia e la più disinibita quanto apparentemente mentalmente disturbata nipote e sulla scomparsa misteriosa di Sebastian, figlio e cugino delle due donne, il film affida un ruolo super partes a Clift, il neurochirurgo incaricato di lobotomizzare la giovane Catherine.
La furbizia del regista, a cui si deve un altro film basato su di un conflitto fra donne ("Eva contro Eva"), sta nel tenere lo spettatore fino alla fine all'oscuro dei segreti che ruotano attorno al defunto Sebastian e nella tecnica utilizzata dal "dottor" Clift per rimuovere dalla "paziente" Taylor il trauma che la adombra. La relazione psicanalisi-cinema hollywoodiano ha radici già dall'immediato dopoguerra con Hitchcock e il suo "Io ti salverò", gran dramma psicologico travestito da film giallo.

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venerdì 8 aprile 2011

Recensione PRIMA LINEA

Recensione prima linea




Regia di Robert Aldrich con Robert Strauss, Eddie Albert, Lee Marvin, Jack Palance

Recensione a cura di pompiere (voto: 8,0)

"Nel 1944 la fanteria americana deve fronteggiare, in Francia, i disperati assalti dell'esercito tedesco, che tenta di opporsi all'avanzata degli alleati. Una compagnia di fanti americani, a causa della codardia e dell'incompetenza del suo comandante, il capitano Cooney, si trova nei guai. Il tenente Joe Costa, spalleggiato dal tenente Woodruff, tenta invano di indurre il colonnello Bartlett a togliere il comando a Cooney, figlio di un autorevole uomo politico. I tedeschi incalzano e il capitano ordina a Costa di avanzare col suo plotone sul terreno scoperto. Gli uomini del plotone vengono decimati. Il tenente insieme a cinque uomini, riesce a barricarsi in una casa e a chiedere aiuti per radio. Cooney però è colto da terrore ed abbandona i sei uomini al loro destino..."Fonte: DeaStore

Inserito all'interno di una regia dallo stampo neanche tanto classico, "Prima linea" si avvale di una direzione degli attori sempre molto precisa e puntuale. Aldrich si concede carrelli e dissolvenze di notevole imprinting, alimentando uno stile rapido di ripresa che promuove la concitazione degli eventi e degli animi. Ma più di tutte risaltano certe inquadrature dal basso a ingigantire uomini, volti, case, carri armati, barbari e poderosi tutti.

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giovedì 7 aprile 2011

Recensione THE VILLAGE

Recensione the village




Regia di M. Night Shyamalan con Joaquin Phoenix, Bryce Dallas Howard, William Hurt, Sigourney Weaver, Adrien Brody, Judy Greer, Michael Pitt, Cherry Jones, Jayne Atkinson, Celia Weston, Brendan Gleeson

Recensione a cura di julian (voto: 9,0)

Se volessimo trovare un limite (limite, non difetto) a questa sesta opera dell' indo-statunitense Manoj Night Shyamalan – la quarta di peso, se si tralascia di considerare le prime due produzioni indipendenti – questi potrebbe essere che si tratta di un film da prima (e unica?) visione, avente dalla sua principalmente l'arma della seduzione, del travestimento, dell'inganno, della suggestione, molto più efficaci quando si è all'oscuro dello sviluppo della storia. Ma non è detto.
E', inoltre, un film personalissimo, che aderisce su un individuo invece che su un altro come la pelle sul proprio corpo, un film da prendere o lasciare, come dimostra l'evidente fenditura nell'inamovibile muro della critica.

A chi non avesse visto il film si consiglia pertanto, dopo questa doverosa premessa, di interrompere la lettura della seguente recensione, qualora non si voglia rovinare una possibile futura esperienza memorabile.

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martedì 5 aprile 2011

Recensione BLACK DEATH

Recensione black death




Regia di Christopher Smith con Sean Bean, Eddie Redmayne, Carice van Houten, David Warner, Kimberley Nixon

Recensione a cura di L.P. (voto: 7,5)

Parliamo del cinema di genere, o di quello che il cinema di genere dovrebbe essere. Intrattenimento, certo, evasione, una specie di luna park visivo in cui smarrirsi per un paio d'ore, senza porsi problemi né domande.
Non è sempre stato così. Spesso il genere è soltanto un mezzo per riflettere su noi stessi, sulla società che ci circonda, raccontando storie che diventano parabole, paradigmi in cui specchiarsi e riconoscersi peggiori di quello che credevamo di essere. Negli ultimi anni, e soprattutto nell'horror, questo utilizzo di un cinema all'apparenza disimpegnato e che in realtà ci metteva di fronte alle nostre peggiori sporcizie e paure, si è perso del tutto. La necessità principale dello spettatore è diventata quella di spegnere il cervello, salire sull'otto voltante e sfogare i più bassi istinti tramite la visione prolungata di frattaglie, effettacci e, possibilmente, tette e culi in abbondanza. Non che ci sia nulla di male in questo e tonnellate di film più o meno riusciti lo dimostrano quotidianamente. È una formula che funziona. Solo che per venti "Saw VII" o "Piranha 3D", ogni tanto esce un "Black Death" e si ha la sensazione di tornare a respirare cinema, dopo aver vagato per anni in un mare di grossolana spazzatura.

Christopher Smith è un giovane regista britannico che sembra avere una chiara e profonda visione del cinema dell'orrore e lo dimostra sin dal suo esordio, il non riuscitissimo "Creep", in cui però già si intravedeva la capacità fuori dal comune di narrarci di mostri immaginari per affrontare quelli reali. Con "Severance", una commedia splatter al vetriolo, Smith aggiusta il tiro e dimostra di saper usare l'ironia come pochi altri (forse solo, restando in Inghilterra, Edgar Wright). Dopo "Severance" è la volta di" Triangle", una delle più sconcertanti e acute riflessioni sulla maternità e sul senso di colpa mascherata da slasher surreale. E alla fine arriva questo "Black Death" che, con tutti i suoi difetti e limiti, lo consacra definitivamente come una promessa mantenuta. Non erano casi fortunati, i suoi film precedenti, erano parte di un discorso coerente e d'autore, attuato attraverso l'uso sapiente dei meccanismi del cinema di genere.

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lunedì 4 aprile 2011

Recensione BEYOND

Recensione beyond




Regia di Pernilla August con Noomi Rapace, Ola Rapace, Outi Mäenpää, Ville Virtanen, Tehilla Blad

Recensione a cura di Mimmot

L'infanzia e l'adolescenza sono due momenti delicatissimi della crescita e dello sviluppo psichico, in cui le esperienze negative e traumatiche diventano una fonte primaria di disagio e possono segnare per sempre la vita d'adulto.
A volte capita, nell'infanzia, di essere costretti a passare e sopportare situazioni difficili, che provocano paura o dolore insieme ad una situazione di impotenza. I bambini (e gli adolescenti) tendono a fidarsi molto degli adulti, soprattutto dei genitori, che hanno una grande credibilità ai loro occhi.
Per questo molto gravi sono i danni riportati dai bambini costretti ad assistere ai violenti e cronici litigi dei genitori, anche quando non si picchiano, ma che usano come stabile modalità di relazionarsi fra loro una grave violenza verbale, accompagnata, a volte, da violenza fisica, anche se non estrema.
In ogni caso non sono le esperienze ad avere un effetto traumatico, ma il loro riviverle come ricordo.

Un'infanzia di questo tipo è stata costretta a vivere Leena, la protagonista di "Beyond", film d'esordio come regista dell'attrice Pernilla August (ex moglie di Bille e creatura di Ingmar Bergman, che le offrì il ruolo della governante in Fanny e Alexander).
Oggi Leena ha trent'anni ed è una donna apparentemente serena e appagata. È sposata con un uomo, Johan, con cui ha costruito una solida e felice famiglia, ed è madre di due piccole, bellissime bambine. Una mattina di un giorno di festa (S. Lucia) la tranquillità famigliare è improvvisamente sconvolta da una telefonata che risveglia in Leena i fantasmi del suo angoscioso passato. Al telefono una voce malferma di donna chiede di lei. È sua madre. Una madre dimenticata che non vede e non sente da moltissimi anni. Istintivamente scatta in lei un innato istinto di autodifesa che le fa interrompere bruscamente la comunicazione.
Quando il telefono squilla nuovamente, l'infermiera di un ospedale della sua città natale la informa che sua madre giace in un lettino di quell'ospedale, gravemente malata, e chiede di vederla per l'ultima volta, prima di morire.
Leena rimane interdetta, è sul punto di rifiutare, poi suo marito, convinto assertore della necessità di affrontare con fermezza i propri fantasmi per riuscire a liberarsene definitivamente, intuendo il suo conflitto interiore e la certezza che la moglie gli nasconda qualcosa di cupo e angoscioso del suo passato, la convince a partire insieme con lui e alle loro due bambine per andare a trovare la donna.

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Recensione IL GIARDINO DELLE DELIZIE

Recensione il giardino delle delizie




Regia di Silvano Agosti con Evelyn Stewart, Lea Massari, Maurice Ronet, Franco Bertoni

Recensione a cura di Compagneros

"Ho fatto questo film per consigliare a uomini e donne di non convivere nella stessa casa, soprattutto se si amano."
(Silvano Agosti)

"Il giardino delle delizie" è il film d'esordio di Silvano Agosti e risale al 1967. Il giovane Agosti ne cura soggetto, sceneggiatura e montaggio. Le musiche sono invece del maestro Ennio Morricone. "Il giardino delle delizie" di Hieronymus Bosch, un trittico a olio su tela della fine del Quattrocento che dà il titolo al film, diviene qui l'inferno del matrimonio.
L'opera finita aveva una lunghezza di circa 90 minuti; dopo essere passata per le forbici della censura, la lunghezza si è ridotta a circa 70 minuti. I tagli pare siano stati voluti dal Vaticano e la motivazione è palese: oltre a scagliarsi contro l'istituzione del matrimonio, Agosti si scaglia qui anche direttamente contro la Chiesa cattolica, l'istituzione religiosa per eccellenza. La censura risulta alquanto inutile per fermare l'accusatoria di Agosti, il film non sarebbe dovuto proprio uscire; i propositi del regista infatti, si manifestano in ogni singola scena. Tra Fellini e Pasolini ma con uno stile molto personale, come sarà tutto il cinema di Agosti, il film descrive l'alienazione in cui vivono gli esseri umani.

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venerdì 1 aprile 2011

Recensione KICK ASS

Recensione kick ass




Regia di Matthew Vaughn con Nicolas Cage, Christopher Mintz-Plasse, Aaron Johnson, Mark Strong, Chloe Moretz, Xander Berkeley, Omari Hardwick, Tamer Hassan, Lyndsy Fonseca, Clark Duke, Michael Rispoli, Adrian Martinez, Kofi Natei

Recensione a cura di JackR

Dave Lizewski (Aaron Johnson) è un adolescente come tanti, appassionato di fumetti, desideroso di uscire dall'anonimato e imbranato con le ragazze. Per rendere il mondo un posto migliore decide di dare il buon esempio in prima persona e diventare Kick-Ass, eroe mascherato. L'assoluta mancanza di poteri e di preparazione trasforma la prima uscita di Kick-Ass in un massacro. Fratture multiple e placche metalliche non scoraggiano però Dave che riprende il suo ruolo di giustiziere non appena si ristabilisce. Non passa molto che il suo cammino si incrocia con quello di Hit-Girl (Chloe Moretz) e Big Daddy (Nicholas Cage), altri due giustizieri mascherati molto più abili e preparati di lui, a caccia di Frank D'Amico (Mark Strong), boss della droga di New York. Suo malgrado Dave si ritrova quindi coinvolto in qualcosa di molto pericoloso e viene attirato in trappola da Red Mist (Christopher Mintz-Plasse), un altro sedicente supereroe adolescente che in realtà è il figlio del boss D'Amico...

Chi ha letto il fumetto da cui Kick-Ass è tratto, troverà non poche differenze nella trama e nella risoluzione di alcuni eventi che renderanno certamente più divertente la visione, anche se forse la versione su carta denotava più coraggio nell'allontanarsi dai cliché del genere supereroistico.

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