venerdì 25 gennaio 2013

Recensione CLOUD ATLAS

Recensione cloud atlas




Regia di Tom Tykwer, Andy Wachowski, Lana Wachowski con Tom Hanks, Hugo Weaving, Ben Whishaw, Halle Berry, Jim Sturgess, Susan Sarandon, Hugh Grant, Jim Broadbent, Keith David, James D'Arcy, Zhu Zhu, Götz Otto, Xun Zhou, Doona Bae, Alistair Petrie

Recensione a cura di JackR

1849: il viaggio di affari di Adam Ewing (Jim Sturgess) si trasforma in un incubo quando contrae uno strano morbo, le cure del medico sembrano non avere effetto e, durante il viaggio di ritorno, sulla nave spunta un misterioso clandestino...

1936: Il diario di Adam Ewing finisce tra le mani di Robert Frobisher (Ben Whishaw), giovane compositore omosessuale, che intrattiene un rapporto epistolare con il suo amante, Rufus Sixmith (James D'Arcy), al quale racconta la genesi della sua composizione, il sestetto "Atlante delle Nuvole", e il suo desiderio di suicidarsi una volta completata l'opera.

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giovedì 24 gennaio 2013

Recensione IN DARKNESS

Recensione in darkness




Regia di Agnieszka Holland con Robert Wieckiewicz, Benno Fürmann, Maria Schrader, Herbert Knaup, Agnieszka Grochowska

Recensione a cura di JackR

1941: Leopold Socha, ispettore fognario della città di Lwow (Leopoli), che arrotonda lo stipendio saccheggiando le case degli ebrei deportati, scopre un gruppo di ebrei che riesce a sfuggire al massacro nazista del ghetto della città nascondendosi nelle fogne. Socha offre le sue conoscenze logistiche (e il suo silenzio) in cambio di soldi, ma le cose ben presto si complicano e le scelte di Socha diventano sempre più difficili e pericolose...

E' ancora necessario girare un film sull'Olocausto? Probabilmente no, dal punto di vista storico e documentaristico: tutto è stato raccontato più volte e in vario modo. I protagonisti della seconda guerra mondiale fanno ormai parte di un pantheon cinematografico che trascende i generi: da "Il Grande Dittatore" a "I predatori dell'Arca Perduta", da "La Vita è Bella" a "Il Pianista" e " Inglourious Basterds". Oltre alla necessità di testimoniare e tramandare, c'entra sicuramente un'espiazione infinita che l'Occidente deve scontare nei confronti dell'Olocausto, c'entra l'enorme quantità di talenti ebrei prestati alle arti e in particolare al cinema (non solo in qualità di autori), c'entra la cultura americana che ha trovato nei Nazisti (storicamente veri o di fiction) i perfetti villain da quando è diventato scorretto politicamente dipingere come tali gli Indiani d'America.

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mercoledì 23 gennaio 2013

Recensione DJANGO UNCHAINED

Recensione django unchained




Regia di Quentin Tarantino con Jamie Foxx, Leonardo DiCaprio, Samuel L. Jackson, Christoph Waltz, James Remar, Kerry Washington, Michael Kenneth Williams, Don Johnson, Franco Nero

Recensione a cura di Carlo Baldacci Carli (voto: 8,0)

Texas, Stati Uniti d'America, anno 1858. La guerra civile fra il Nord e il Sud non è ancora scoppiata e negli stati del sud la schiavitù è ancora legale.
Django (Jamie Foxx) è uno schiavo di colore, che è stato venduto dal proprietario della piantagione presso la quale lavorava, dopo aver tentato di fuggire insieme alla moglie Broomhilda (Kerry Washington). Il dottor King Schultz (Christoph Waltz), un cacciatore di taglie di origine tedesca, intercetta i negrieri che hanno comprato Django e lo acquista a sua volta. Il suo interesse per Django discende dal fatto che questi conosce i volti di tre ricercati cui Schultz sta dando la caccia. In cambio del suo aiuto, il bounty killer offre allo schiavo una ricompensa in denaro e la libertà. Questo è solo l'inizio del loro sodalizio. Django, debitamente istruito da Schultz e ormai uomo libero, diventa un bounty killer (o hunter, se lo si preferisce visto che questo è il termine usato nel film), ma il suo unico scopo è ritrovare sua moglie e liberarla. Schultz gli promette il proprio aiuto.

Quentin Tarantino trascina lo spettatore in un viaggio attraverso il sud degli Stati Uniti raccontando il mercimonio della carne umana con schiettezza e solidarietà senza rinunciare al proprio gusto per il cinema di genere, per l'intrattenimento spettacolare e per l'ironia feroce, mantenendo uno sguardo solo apparentemente distaccato.
"Django Unchained" si ispira agli Spaghetti Western degli anni sessanta e settanta. Dal film "Django" (1966) di Sergio Corbucci riprende il nome dell'eroe, i titoli di testa, il tema musicale composto da Bacalov e la sciarpa rossa che copre il volto di Zoe Bell. Inoltre, Tarantino ha affidato un cameo a Franco Nero in omaggio alla pellicola di Corbucci.
Fra gli altri riferimenti più evidenti ci sono il film "Mandingo" (1975)di Richard Fleischer, alcune pellicole di Howard Hawks e buona parte della filmografia di Sergio Leone, soprattutto, "Il Buono, il Brutto, il Cattivo".
Dal film di Fleischer Tarantino ha mutuato i combattimenti fra schiavi e, soprattutto, quelle che erano la vita e le relazioni fra schiavi e padroni e fra schiavi e schiavi nelle piantagioni del Missouri alla metà del 1800. Probabilmente è stato il personaggio di Warren Maxwell (James Mason) a suggerire l'incedere frenetico e claudicante di Stephen. Tuttavia, se in "Mandingo" si indugiava sui dettagli della vita quotidiana e della violenza nelle piantagioni, in "Django Unchained" tutto questo si dà per scontato ricorrendo a poche immagini che danno per presupposto tutto quel retaggio consuetudinario, che sta alla base degli equilibri e dell'esercizio della violenza, ed esso spesso è espresso attraverso alcune rapide spiegazioni che Django rivolge a un ignaro e disgustato Dr. Schultz.

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martedì 22 gennaio 2013

Recensione QUALCOSA NELL'ARIA

Recensione qualcosa nell'aria




Regia di Olivier Assayas con Clement Metayer, Felix Armand, Lola Creton, Dolores Chaplin, Nathanjohn Carter, India Menuez, Victoria Ley, Carole Combes, Mathias Renou

Recensione a cura di Mimmot

"Ho paura che sfugga la mia giovinezza"

Parigi, 9 febbraio 1971. Il fervore rivoluzionario dei ragazzi del "Maggio francese" è ormai solo un ricordo che comincia a sbiadire nel tempo. Ragazzi che avevano creduto veramente alla possibilità di scardinare il sistema, cambiare i rapporti tra gli uomini, le classi e i sessi, instaurare l'uguaglianza, la solidarietà, la pace; che avevano creduto che il male della terra non sarebbe esistito per sempre ma che poteva essere eliminato; che la malvagità dipendeva da una società sbagliata e che anzi era giunto il momento di eliminare dal mondo la catena dell'egoismo.

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venerdì 18 gennaio 2013

Recensione QUINTO POTERE

Recensione quinto potere




Regia di Sidney Lumet con Faye Dunaway, William Holden, Peter Finch, Robert Duvall, Wesley Addy, Beatrice Straight

Recensione a cura di Federica Ragnini AKA faith81 (voto: 10,0)

"La televisione non è la verità!"
Girato nel 1976 da Sidney Lumet, "Quinto Potere" rappresenta la più esaustiva e realistica descrizione delle dinamiche sociali, psicologiche ed economiche alla base del più potente mass media in cima alla vetta da oltre cinquanta anni: la televisione. Per la sua completezza di contenuti e dialoghi viene considerato dai cultori, sia del cinema che della comunicazione di massa, un eccellente prodotto cinematografico, grazie anche alla sua vincente minuziosità nel voler raccontare, in formula puramente realistica, le rigide e disumane regole del business mediatico, per giungere alla descrizione delle principali teorie della comunicazione di massa elaborate nei fervidi anni '70 (tra cui gli studi di Marshal McLuhan).
Vincitore di quattro premi Oscar, tra cui miglior sceneggiatura, mostra al pubblico come il concetto di strumentalizzazione delle emozioni, elaborato dai network americani, abbia ottenuto consensi e risultati mai raggiunti prima; siamo agli albori della Real Tv che cambierà radicalmente il concetto di programma televisivo. La storia di un uomo depresso e di un Network Televisivo in fallimento vengono documentati da una brillante sceneggiatura che rivela allo spettatore quel mondo nascosto dietro le telecamere, pronta a smascherare gli incantesimi mediatici che continuano a persuadere l'opinione pubblica in quanto, come diceva il professor O'Blivion: "La televisione è la realtà, e la realtà è meno della televisione" (Cit. "Videodrome" - 1983)

"Questa è la storia di Howard Beale"

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giovedì 17 gennaio 2013

Recensione VITA DI PI

Recensione vita di pi




Regia di Ang Lee con Suraj Sharma, Rafe Spall, Irrfan Khan, Gérard Depardieu, Tabu, Adil Hussain, Ayush Tandon

Recensione a cura di Paolo Ferretti De Luca aka ferro84 (voto: 8,0)

Da qualche anno, tra i grandi autori del cinema contemporaneo, sembra essere tornato di moda il soggetto dell'indagine teologica. Raramente si è riusciti a produrre film compiuti sull'argomento soprattutto quando più che soffermarsi su questioni religiose, si è preferito spingersi su concetti escatologici o metafisici. Forse l'unico esempio di film capace di affrontare in modo esaustivo argomenti tanto spinosi è stato "2001 Odissea nello spazio" mentre ultimi esempi di cinema di genere li abbiamo avuti con "The Tree of life" di Terrence Malick o "The Fountain" di Aronofsky. Se Malick si interrogava più su questioni di morale, "The Fountain" cerca un punto d'unione della metafisica trascendentale con risultati non sempre all'altezza delle aspettative.
Yann Martel con il romanzo "Vita di Pi" è riuscito dove in molti hanno fallito, ovvero, depurando il suo romanzo da qualsiasi speculazione religiosa o di morale, ha scelto una storia semplicissima a valore altamente simbolico per provare a dare la risposta al quesito più vecchio del mondo: "Dio esiste?".

Vincitore premio Brooker Prize del 2002, adottato come libro di testo nelle scuole canadesi, "Vita di Pi" ha venduto circa 9 milioni di copie diventando uno dei più grandi best seller planetari degli ultimi anni.
Premesso che il libro di Yann Martel non entrerà nella storia della letteratura mondiale ma al massimo potrà ritagliarsi un posticino sugli scaffali di qualche libreria, Martel riesce a confezionare un dignitosissimo romanzo grazie ad alcuni felici intuizioni. "Vita di Pi" è un romanzo che si caratterizza per essere una perfetta fusione di storie già raccontante da autori come Edgar Allan Poe ("Storia di Arthur Gordon Pym") nonché di Moacyr Scliar in "Piccola guida per naufraghi con giaguaro e senza sestante" richiamato addirittura dall'autore nel testo dell'opera. Senza contare che le storie di naufragi né è piena la letteratura, da Robison Crusoe passando per i romanzi di Salgari, si può concludere che "Life of Pi" è una perfetta fusione di romanzi già scritti a cui vi si aggiunge però grande metafora esistenziale.
Martel, pur provando a suggerire più di quello che dice, rinuncia a qualsiasi speculazione su questioni di morale o di valore ma, tramite la semplicità della sua storia, riesce a presentare gli aspetti più duri della realtà e la speranza, che abbiamo tutti, che esista qualcosa di buono che ci guidi.

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martedì 15 gennaio 2013

Recensione THE MASTER

Recensione the master




Regia di Paul Thomas Anderson con Amy Adams, Joaquin Phoenix, Philip Seymour Hoffman, Laura Dern, Rami Malek

Recensione a cura di The Gaunt (voto: 7,5)

Stati uniti, 1950. Lancaster Dodd, un intellettuale carismatico, fondatore di un'organizzazione pseudo-religiosa denominata La Causa entra casualmente in contatto con Freddie Quell - giovane reduce della Seconda Guerra Mondiale, divenuto un vagabondo ubriacone e un disadattato – e lo prende sotto la sua ala protettrice. L'organizzazione intanto comincia a fare proselitismo e cresce numericamente.

"The Master" era senza dubbio uno dei pezzi forti dell'ultima Mostra del Cinema di Venezia. Arrivato al Lido praticamente all'ultimo momento e, pur non convincendo a fondo sia la critica che il pubblico, nonostante il generale apprezzamento, è riuscito a vincere il Leone d'argento per la migliore regia e la Coppa Volpi ad ex-aequo per entrambi i protagonisti: Philip Seymour Hoffmann e Joaquin Phoenix rispettivamente nei panni di Lancaster Dodd e Freddie Quell.

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