lunedì 13 febbraio 2006

Recensione SHINING

Recensione shining




Regia di Stanley Kubrick con Jack Nicholson, Shelley Duvall, Danny Lloyd, Scatman Crothers, Philip Stone

Recensione a cura di Giordano Biagio

Il film è del 1980 e rappresenta l?articolazione di un complesso edipico che sfocia incidentalmente in una tragedia. Protagonista è una comune famiglia americana composta da una giovane coppia con un figlio piccolo. Un nucleo che vive in condizioni economiche non elevate.
Il tragico conflitto matura in un albergo montano denominato l?Overlook Hotel, situato nelle Montagne rocciose: una grande costruzione edificata sopra un cimitero indiano. L?albergo è dotato all?esterno di un curioso labirinto che evoca il mito di Teseo e il Minotauro. Il padre Jack è anche uno scrittore, ma da tempo è a corto di ispirazione, spera con il lungo soggiorno nell?albergo di ritrovare l?ispirazione perduta.
Il conflitto comincia a manifestarsi in coincidenza con i primi normali effetti depressivi dovuti alla lunga permanenza della famiglia nell'albergo. Jack (Jack Nicholson) a un certo punto constatata la sua impossibilità di scrivere, perché ossessionato da qualcosa del passato, coglie questo pretesto per diventare sempre più aggressivo nei confronti sia del figlio Danny, molto amato dalla madre Wendi (Shelley Duvall), che della moglie. L?aggressività ha una rapida evoluzione fino a divenire follia omicida.
La violenza esplode irrazionalmente dopo che Jack per una insolita via legata stranamente all?erotismo è entrato in contatto con il paranormale. Il contesto ambientale dell?albergo, così isolato dal mondo e deserto al suo interno di ogni presenza umana al di fuori della famiglia di Jack, accresce paurosamente la rabbia di Jack cui il lungo tempo dell?isolamento ha allentato pericolosamente anche il controllo delle pulsioni edipiche. L?albergo, nel delirio di Jack e di suo figlio Danny, diventa un soggetto: mostra gli orridi eventi del passato di cui è stato testimone, eventi che sembra debbano ripetersi per concludersi solo adesso.

Il paranormale presente a tratti nel film è un modo per Kubrick di sviare la questione edipica dai suoi binari psicanalitici più scorrevoli ma poco spettacolari,e presentarla quasi irriconoscibile come mito di Teseo e il Minotauro sul piano della follia. Il Minotauro figlio di Minosse nel mito è un mostro che uccide i ragazzi di Atene nel labirinto. Viene poi ucciso da Teseo. Il film nel suo svolgersi più motorio si avvale della struttura di questo mito per dare riferimenti metaforici e metonimici sul senso finale della follia.
La potenza della follia apre nell' Io di Jack squarci sempre più grandi di storia primitiva inconscia mettendo in moto un meccanismo che va oltre l?edipo, attraversando diversi miti della mitologia. Le allucinazioni visive che ne conseguono assumono una forza figurativa e motoria che porta al piacere immaginifico della bestia e all?intenzione pratica di assassinare come Crono il figlio.

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venerdì 10 febbraio 2006

Recensione UNA GIORNATA PARTICOLARE

Recensione una giornata particolare




Regia di Ettore Scola con Nicole Magny, Alessandra Mussolini, Tiziano De Persio, Marcello Mastroianni, Francoise Berd, Sophia Loren, John Vernon

Recensione a cura di Pasionaria (voto: 9,0)

La giornata particolare è quella dell'incontro di Antonietta e Gabriele, elegia di un'amicizia breve, ma vissuta con l'intensità di un grande amore.

La giornata particolare è quel 6 maggio 1938, che vede tutta Roma in festa per un altro incontro, quello tra due dittatori, Hitler e Mussolini. Nel momento di pieno consenso ad un regime che di lì a poco avrebbe portato il Paese alla catastrofe, i caseggiati di Roma si svuotano come formicai per l'adunata; tutti rispondono entusiasti alla chiamata e corrono ai Fori imperiali per la grande parata in onore di Hitler.
Anche il condominio della periferia romana dove vivono Antonietta e Gabriele si svuota, ma loro due, per ragioni diverse, restano a casa, lontano dai clamori festanti. La fortuita fuga del merlo di Antonietta la spinge ad uscire dal sicuro rifugio domestico per avventurarsi in uno spazio sconosciuto: dovrà bussare alla porta del suo dirimpettaio, per recuperare il volatile. Così avviene l'incontro con il riservato Gabriele, così ha inizio una giornata particolare per entrambi, fatta di timide confidenze e di rivelazioni di sogni mai espressi.

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mercoledì 8 febbraio 2006

Recensione THE OTHERS

Recensione the others




Regia di Alejandro Amenabar con Nicole Kidman, Fionnula Flanagan, Alakina Mann, James Bentley, Christopher Eccleston, Eric Sykes, Elaine Cassidy

Recensione a cura di Matteo Sonego

Inghilterra, 1945, fine della seconda guerra mondiale. Grace (Nicole Kidman) abita con i due figlioletti Anne (Alakina Mann) e Nicholas (James Bentley) in una grande villa di campagna, e attende speranzosa il ritorno del marito Charles dal fronte. I due bambini sono affetti da una malattia che può causar loro la morte nel caso in cui la loro pelle dovesse essere esposta alla luce del sole.
La vita nella casa, quindi, è scandita da precise regole: le stanze nelle quali stanno i bambini devono essere completamente buie, le uniche luci che si possono accendere sono quelle dei lumi a petrolio, nessuna porta deve essere aperta prima che l'ultima sia stata chiusa. Una mattina giungono alla villa tre inservienti: la signora Mills, il signor Tuttle, e Lydia, ragazza muta. Da quel giorno cominceranno ad accadere fatti strani, i quali faranno pensare a Grace che nella casa siano presenti anche degli "altri".

Amenabar ci presenta un thriller piuttosto singolare, diverso nella realizzazione dagli altri film del genere usciti negli ultimi anni, reso ancor più particolare per merito dell'abilità di una Nicole Kidman da oscar.
Il film, di fatto, ruota attorno a lei, interprete azzeccatissima del ruolo di madre affezionata e severa, ma allo stesso tempo fragile e profondamente insicura, capace a tratti di sembrare addirittura isterica ed ossessiva. Il personaggio di Grace nasconde dunque diverse personalità, che esplodono tutte insieme a causa della mancanza del marito, della malattia degli figli, e del senso di dovere impostole dal ruolo di madre e di cristiana credente.
L'abilità del regista cileno si nota anche in questo: costruire un personaggio sublime, bello esteticamente, ma inquietante nell'agire. Bravura che vale doppio, se si considera che per girare la pellicola non si è fatto uso nè di trucchi, nè di effetti speciali di alcun tipo. Niente sangue, niente morti, niente fantasmi che attraversano i muri, ma vera suspance creata esclusivamente con giochi di luce/ombra, musiche e voci al posto giusto, inquadrature particolari. Notevole davvero, se si considera inoltre che l'intero film è stato girato tutto all'interno dello stesso luogo, una vecchia villa (che ha molto di gotico) stile vittoriano, immersa nella tipica nebbia della campagna inglese.

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martedì 7 febbraio 2006

Recensione CANICOLA

Recensione canicola




Regia di Ulrich Seidl con Alfred Mrva, Georg Friedrich, Maria Hofstätter

Recensione a cura di peucezia

"Canicola" (titolo originale Hundstage, cioè "giorni da cane"), è riuscito ad accaparrarsi il gran premio della giuria cinematografica al festival di Venezia del 2001. Tale titolo di merito depone bene nei confronti del lavoro di Ulrich Seidl.
In effetti le premesse positive ci sono tutte: il regista, partendo da giornate di caldo soffocante, intende mostrare il lato più nascosto e più disturbante della linda periferia di Vienna ma, proprio perché il suo vuole essere un cinema di "disturbo", la maniera di mostrare le cose può risultare esagerata e quindi avere un esito quasi opposto alle intenzioni iniziali e senza dubbio diverse.

L'utilizzo di attori non professionisti, scelti proprio per il loro aspetto decadente, trasandato, per il loro coraggio a mostrarsi senza pudori e senza paura è sicuramente valido e può richiamare il nostro cinema neorealista del dopoguerra che, con la scelta degli attori presi dalla vita di tutti i giorni, intendeva abbattere le barriere ta la vita reale e quella finta del mondo di celluloide.
Lo sfondo delle storie, tutte minimali e tutte parallele tra loro fino a sfiorarsi e ad intersecarsi via via, potrebbe ricordare la cinematografia di Lars Von Trier; niente finzione: case tutte uguali nel loro squallido aspetto borghese, interni con mobili nuovi, grandi stanze pulite, giardini con siepi ben potate, autostrade assolate e poi primi piani di corpi sfatti a cuocersi al sole, per niente vergognosi, quasi fieri di essere "diversi".

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lunedì 6 febbraio 2006

Recensione MOULIN ROUGE

Recensione moulin rouge




Regia di Baz Luhrmann con John Leguizamo, Nicole Kidman, Ewan McGregor, Jim Broadbent, Richard Roxburgh

Recensione a cura di barbara

Questo film è un grande omaggio alla tradizione teatrale e al melodramma, ai quali si ispira in tutti i suoi aspetti.
La trama, ad esempio, è un misto tra "Bohème" e "Dama delle Camelie"; il genere è il musical, figlio moderno dell'avanspettacolo e della rivista; la messa in scena è fatta tutta in interni con straordinarie scenografie simili alle quinte di una rappresentazione teatrale.
Fin dai primi fotogrammi c'è un direttore d'orchestra che, dopo aver fatto accordare gli strumenti ai suoi musicisti, dà il via allo spettacolo, il sipario si alza e ci troviamo catapultati nella Parigi di fine ottocento, dove ha luogo la storia d'amore tra Cristian, scrittore squattrinato e Satine, ambita cortigiana.

Come nella tradizione operistica i due si amano di un amore intralciato dalla gelosia, dal rivale potente e crudele, dalla tisi (malattia che ha falciato una generazione di eroine romantiche).
Ma è il teatro, come dicevo, il grande protagonista.
Satine sogna di "volare via" dalla sua vita di cortigiana per diventare una grande attrice come Sara Bernard. Ziedler, il suo protettore, mette in gioco tutto pur di trasformare il "Moulin Rouge" da bordello in teatro.
La rappresentazione che metteranno in scena, lo "Spettacolo Spettacolare", sarà il fine ultimo e supremo per ogni personaggio fatta forse eccezione per Cristian -l'ideatore- che si ritroverà, ad un certo punto, ad esserne prima prigioniero e poi escluso. Cristian cercherà di opporsi alla logica de "lo spettacolo deve continuare", ma lo spettacolo non potrà essere fermato in nessun modo. Cristian sarà picchiato e cacciato, e potrà ricongiungersi alla donna amata solo tornando dentro la messa in scena. Il loro dialogo chiarificatore avverrà attraverso le battute -o meglio la canzone (è pur sempre un musical!)- che avrebbero dovuto pronunciare i loro personaggi, sulla scena, di fronte al pubblico.

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venerdì 3 febbraio 2006

Recensione M. BUTTERFLY

Recensione m. butterfly




Regia di David Cronenberg con Jeremy Irons, John Lone, Barbara Sukowa, Ian Richardson

Recensione a cura di bungle77 (voto: 9,5)

Sarò la tua Butterfly...

E' da qui che parte tutto l'inganno del film... L'occidente che si avvicina all'oriente con presunzione basandosi su preconoscenze che sono niente più che un clichè tradizionale, imbevuto della propria superiorità che pensa di poter comprendere a fondo una cultura millenaria dopo aver ascoltato una sola opera lirica, scritta per di più da un occidentale.
Il film è ambientato nell'anno 1967: René Gallimard, un impiegato dell'ambasciata francese, assite ad un party alla performance di alcune arie della Madame Butterfly di Puccini cantate da una star dell'opera di Pechino, Song Liling.
Assolutamente affascinato dalla bellezza e saggezza di Song, la persegue ostinatamente, non preoccupandosi minimamente del suo matrimonio e del suo lavoro. Song esita inizialmente ad assecondare le avance di Renè, dichiarando modestia e un certo rispetto per le tradizioni cinesi, ma capitola presto agli infuocati desideri di Renè, sebbene alle sue condizioni. Song confida a Renè di essere incinta e di dover tornare al suo villaggio natio, fin quando il bambino avrà tre mesi, per una antica usanza cinese.
Ma, all'insaputa di Renè, Song è una spia del partito comunista e lo sta usando per ottenere informazioni politiche sul Vietnam. Song ritorna dal suo Renè con il loro figlio, ma solo per breve tempo; è infatti accompagnata da delle guardie che la porteranno in un campo di concentramento per essere rieducata, colpevole del fatto di essere un'artista.
A causa di alcuni suoi errori di valutazione e dei cambiamenti politici in Asia nel 1968, Renè perde il posto e ritorna in Francia. Sua moglie e tutti i suoi colleghi l'hanno abbandonato, vive in un piccolo appartamento, servendosi il tè da solo ricordando i tempi che furono. Miracolosamente però Song ritorna da Renè e lo convince ad accettare un lavoro come corriere per l'ambasciata, in modo da poter avere accesso di nuovo a segreti cruciali. Song dice a Renè, che gli deve permettere di diffondere i segreti governativi ai cinesi per avere indietro il loro figlio. Renè viene quindi arrestato per spionaggio. Durante il processo, Song rivela tutta la scioccante verità.

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giovedì 2 febbraio 2006

Recensione BEN HUR

Recensione ben hur




Regia di William Wyler con Charlton Heston, Jack Hawkins, Haya Harareet, Stephen Boyd, Hugh Griffith, Martha Scott

Recensione a cura di peucezia

William Wyler, regista americano sulla breccia ad Hollywood per oltre due decenni, è sempre passato con disinvoltura da un genere all?altro riuscendo ogni volta ad accapararsi premi e a coinvolgere attori di tutto rispetto. Eccolo così passare dalla trasposizione cinematografica di un romanzo famoso ("La voce nella tempesta" con Lawrence Olivier e Merle Oberon) al film sentimental-patetico ("La signora Miniver" con Greer Garson) al western ("La legge del Signore" con Gary Cooper) senza parlare poi del suo personale contributo alla nascita della ?Hollywood sul Tevere? grazie a "Vacanze romane" con Gregory Peck.

Per la sua incursione nel cinema di genere peplum- kolossal, Wyler sceglie di realizzare la trasposizione filmica di un romanzo ottocentesco di Lew Wallace ?Ben Hur, A Tale of the Christ? già apparso due volte sugli schermi in versione muta nel 1907 e negli anni Venti.
Come interprete principale contatta inizialmente Burt Lancaster poi, dopo il rifiuto di questi, interpella Charlton Heston, fisico prestante e aspetto tipicamente WASP, non nuovo ai film in costume per aver girato pochi anni prima ?I dieci Comandamenti? nel ruolo di Mosè, mentre per le riprese si affida nuovamente alle maestranze e alle comparse di Cinecittà. Il risultato è ancora oggi sotto gli occhi di tutti: ben undici Oscar su dodici candidature, record rimasto ineguagliato per lungo tempo e un film che, nonostante abbia da alcuni anni superato la boa delle quaranta primavere, resta ancora oggi un autentico capolavoro.

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