giovedì 13 aprile 2006

Recensione THE EXPERIMENT

Recensione the experiment




Regia di Oliver Hirschbiegel con Moritz Bleibtreu, Christian Berkel, Oliver Stokowski, Wotan Wilke Möhring, Justus Von Dohnanyi

Recensione a cura di Matteo Sonego

Tarek Fahd (Moritz Bleibtreu), tassista di professione ma con un passato da reporter, risponde ad un annuncio trovato su un giornale, accettando di partecipare come volontario ad un esperimento scientifico della durata di 15 giorni, in cambio di quattromila marchi.
Una volta accettata la sua partecipazione al progetto da parte degli organizzatori, Tarek si accorda in segreto con il giornale per il quale aveva lavorato in precedenza, per indagare dall'interno sull'esperimento stesso. Il protagonista si viene a trovare così in un gruppo composto da 20 persone, delle quali 8 saranno guardie carcerarie, e 12 detenuti, compreso il protagonista.
L'esperimento non è altro che una realistica simulazione della vita di prigione, dove i detenuti passano le giornate rinchiusi nella tristezza delle celle, mentre le guardie hanno il dovere di sorvegliarli e far rispettar loro le regole con ogni mezzo possibile; tutto viene filmato e monitorato dagli ideatori dell'esperimento stesso 24 ore su 24. Dopo pochi giorni di reclusione, però, le guardie cominciano a lasciarsi prendere troppo dal senso di potere, e la situazione inizia così a degenerare.

"Das Experiment", del tedesco Olivier Hirschbiegel, può essere definito la vera e propria rivelazione cinematografica del 2001. Basato su un esperimento realmente avvenuto, il famoso "Stanford Prison Experiment" del 1971, il film che ci viene presentato risulta essere davvero interessante per diversi motivi. Nonostante il genere reality sia tra i più gettonati degli ultimi anni, "Das Experiment" si distacca dalla scia di Grande Fratello & Co. con straordinaria originalità, prestandosi nelle due ore di pellicola ad analizzare attentamente il genere umano e la sua complicata psicologia.
La regia, volutamente scarna, quasi asettica, fa sì che il film si limiti ad esporre gli avvenimenti nel modo più oggettivo possibile, senza influenzare lo spettatore imponendogli un punto di vista, ma limitandosi a documentare.
L'analisi psicologica dei partecipanti all'esperimento è lasciata alle immagini e ai commenti dei protagonisti stessi, i quali manifestano le loro reazioni alle situazioni avverse in maniera completamente diversa gli uni dagli altri. Sia tra le guardie che tra i detenuti il panico comincia rapidamente a dilagare, e le personalità più forti, quella di Tarek e quella dell'agente Berus, ad avere il sopravvento su quelle deboli.

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mercoledì 12 aprile 2006

Recensione L'ENFANT - UNA STORIA D'AMORE

Recensione l'enfant - una storia d'amore




Regia di Jean-Pierre Dardenne, Luc Dardenne con Jérémie Renier, Déborah Francois, Jérémie Segard, Fabrizio Rongione, Olivier Gourmet

Recensione a cura di gerardo

I fratelli Dardenne riprendono ancora una volta il tema del difficile rapporto "padre-figlio" e lo estremizzano accentuando le crudeltà del personaggio paterno, che accentra su di se ogni colpa, ogni criminale disattenzione e vilipendio sentimentale, rispetto all'innocenza totale del figlio, creatura appena nata e assolutamente indifesa.
Con il proprio consueto stile documentaristico, i Dardenne seguono i personaggi, e in modo particolare Bruno, il protagonista, in tutte le loro azioni, descrivendo minuziosamente la gestualità quotidiana e gli espedienti di vita, di queste vite precarie ai margini della città/civiltà industriale fredda e asettica.

Bruno, il protagonista "neorealista" splendidamente interpretato da Jérémie Rénier (era il "figlio" nello straordinario film d'esordio dei Dardenne, "La promesse"), è un delinquentello "ragazzo di vita" che si trova suo malgrado, e senza coscienza, a rivestire il ruolo di padre. Un ruolo così casuale e lontano dalla sua consapevolezza da non comprenderne a pieno la valenza.
La vita di Bruno è fatta di piccoli furti ed espedienti di sopravvivenza. La sua dimora non è mai fissa e spesso è una baracca sul fiume ad accoglierlo, tra i cartoni e i rifiuti.
La gestualità di Bruno è pressoché istintiva, primitiva: vivendo alla giornata ogni azione è legata al bisogno del momento. Non ha regole, non ha una "programmazione" delle giornate: Bruno è un personaggio anarcoide che vive per cogliere ogni occasione per far soldi, ma la sua spasmodica ricerca di denaro non è finalizzata al compimento di un progetto, bensì alla pura e semplice, selvaggia, sopravvivenza.
La nascita del figlio lo coglie, se non impreparato, praticamente indifferente. La sua ragazza, Sonia, invece, inizia ad assumersi le responsabilità di madre e a concepire - con grande gioia - un'idea di famiglia, nucleo minimo di rapporti regolati. Il suo è un vero e proprio progetto di vita, da istituzionalizzare - come primo atto ufficiale - con il riconoscimento del bambino; e poi, con la piena acquisizione della casa, luogo fisico e simbolico di stabilità.

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martedì 11 aprile 2006

Recensione ME AND YOU AND EVERYONE WE KNOW

Recensione me and you and everyone we know




Regia di Miranda July con John Hawkes, Miranda July, Miles Thompson, Brandon Ratcliff, Carlie Westerman, Natasha Slayton

Recensione a cura di peucezia

Esordio alla regia di Miranda July, il film pluripremiato nelle varie mostre cinematografiche (ed uscito con la benedizione del Sundance Film Festival) è un agglomerato di storie minimaliste ambientate in una, non troppo ben definita, cittadina americana.
Tra gli interpreti la stessa July, carina, perbene e anche un po' anonima nella sua eccentricità, così come eccentrici sono tutti gli altri personaggi del film.

Si potrebbe trovare nella stravaganza e nel candore della July una vaga traccia della francese Amélie, ma la sognante Amélie era più aperta nei confronti del suo prossimo mentre Christine (il personaggio interpretato da Miranda July), a parte qualche slancio iniziale, è in realtà protesa verso la propria realizzazione ed il soddisfacimento dei suoi bisogni. Ricerca che accomuna tutti gli altri interpreti in varia misura.
Alcune tematiche affrontate, a prima vista potrebbero sembrare scabrose: l'utilizzo delle chat line con ammiccamenti erotici come metafora del vuoto, della solitudine e del bisogno d'amore; gli strani esperimenti di due lolite e le conseguenti perversioni di un ciccione ancora immaturo; la difficile vita di padri e figli, ma la July (e questo è un merito che bisogna riconoscerle) riesce ad affrontare ogni situazione con levità ed innocenza, facendo avvertire allo spettatore la differenza che intercorre tra l'essere immorale (cioè cattivo) e l'essere amorale (cioè non ancora consapevole dei confini sottili che dividono il bene dal male). Il tutto con un ritmo lento condito da musiche soft leggere ed orecchiabili.

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lunedì 10 aprile 2006

Recensione LO SQUALO

Recensione lo squalo




Regia di Steven Spielberg con Roy Scheider, Robert Shaw, Richard Dreyfuss, Lorraine Gary

Recensione a cura di antoniuccio

"La vera cosa assurda è che uno che ha paura dell'acqua vada a vivere su un'isola"
"Un'isola è un'isola solo se la guardi dal mare
".

Martin Brody è un poliziotto newyorkese che un bel giorno decide di trasferirsi lontano dalla grande mela per veder crescere in tranquillità la sua giovane famiglia: con lui ci sono Ellen e i due figli Michael e Sean.
Martin ha paura dell'acqua, ma nonostante ciò, accetta il suo nuovo incarico di capo della Polizia ad Amity, una deliziosa isola del New England dove gli yankees usano trascorrere le loro vacanze. Siamo vicini al 4 luglio, e Martin nota che la luce del sole ha un'angolatura diversa da quel giorno d'autunno in cui giunse sull'isola. La giornata di lavoro si preannuncia gradevole: cosa potrebbe mai accadere da quelle parti?
Che una ragazza scompaia dopo essere stata vista guizzare leggiadra in mare per un bagno notturno, ad esempio.
Il ragazzo che era con lei era troppo brillo per seguirla, e adesso è con Brody sulla spiaggia per cercare di venirne a capo. Ma il fischio di allarme rompe ogni speranza: qualcosa è stato trasportato a riva dalle onde. I poveri resti di Chrissie!!!
Cosa avrà mai potuto ridurla così? L'elica di un fuoribordo? Gli scogli? Jack the ripper? Il medico locale decreta come possible anche un attacco di squali, ma non ne sarebbe convinto, dal momento che di concerto con il sindaco una notizia del genere non si rivelerebbe conveniente, per l'apertura imminente della stagione turistica. Meglio considerare il tutto un incidente.

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venerdì 7 aprile 2006

Recensione C'ERA UNA VOLTA IL WEST

Recensione c'era una volta il west




Regia di Sergio Leone con Charles Bronson, Henry Fonda, Claudia Cardinale, Jason Robards, Gabriele Ferzetti

Recensione a cura di paul (voto: 10,0)

È il 1966. La Paramount Pictures prova a distribuire per intero negli USA quella che verrà chiamata in seguito "La trilogia del dollaro": Per un pugno di dollari (titolo americano: A Fistful of Dollars), Per qualche dollaro in più (For a Few Dollars More), Il Buono il Brutto il Cattivo (The Good, The Bad and the Ugly). Le tre pellicole vengono immesse sugli schermi statunitensi a pochi mesi di distanza l'una dall'altra con un minimo d'investimento in migliaia di dollari di pubblicità.
Neanche il più ottimista dei produttori poteva aspettarselo: l'uomo senza nome sbanca i botteghini del Nord America, a nessun film europeo era riuscito prima di allora. Sommando i tre film si ha un incasso totale vicino ai 160 milioni di dollari di oggi (in rapporto al cambio d'inflazione), il maggior incasso della stagione. La sigla de "Il buono il brutto il cattivo" risulta secondo sondaggi conosciuta dal 90% degli statunitensi, Sergio Leone diventa un mito, Ennio Morricone una celebrità, Eastwood (mai più se lo sognava) un divo. Inutile dire che a questi tre personaggi iniziano a fioccare centinaia di proposte da ogni angolo del pianeta. Tanto più che la trilogia del dollaro registra ottimi incassi anche nel 1967 (circa 30 milioni di dollari solo negli States). Per la Paramount si tratta del suo miglior risultato in base alla proporzione costo-ricavi di sempre (aveva messo non più di un milione di dollari per il lancio dei tre film). Eastwood, nonostante le diatribe, non potrà più non essere in debito con Leone (il rapporto fra i due si addolcirà durante la fase di doppiaggio a Los Angeles de "Il buono il brutto il cattivo", come vedremo più avanti). Le altre case di distribuzione che hanno rifiutato di distribuire in America i tre film si mangiano le mani.

A questo punto la Paramount Pictures vuole battere il ferro ancora caldo e propone a Leone un nuovo western, da girare interamente in America, a budget pressoche' illimitato e con un ingaggio così alto che permetterà al regista, per sua stessa ammissione, di poter vivere di rendita per il resto dei suoi giorni. Il giusto minimo riconoscimento per il Genio Leone. Non più quindi solo l'Almeria iberica o le pampas maremmane di casa nostra, bensì la leggendaria Monument Valley dove aveva girato John Ford.
Dopo la trilogia del dollaro il regista romano progettava una sorta di "trilogia della nostalgia", un film che avrebbe forse essere diviso in tre episodi, da intitolare "Once upon in America". Un progetto kolossal che non dispiaceva affatto ai distributori americani senonchè non si trattava di un western.
Perciò prima un altro film sui cowboys, poi via col progetto (che invece vedrà la luce solo nel 1984).

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giovedì 6 aprile 2006

Recensione IL SEGRETO DI VERA DRAKE

Recensione il segreto di vera drake




Regia di Mike Leigh con Imelda Staunton, Philip Davis, Peter Wight, Adrian Scarborough, Heather Craney, Daniel Mays, Alex Kelly, Sally Hawkins, Eddie Marsan, Ruth Sheen

Recensione a cura di gerardo

Ecco finalmente un film militante come non se ne vedono più tanto spesso. Ma la militanza di Leigh, ormai nota e celebrata, ne "Il segreto di Vera Drake", vincitore del Leone d'Oro alla 61° Mostra del Cinema di Venezia, si fa più intimistica, meno ideologica delle precedenti opere del regista inglese.

Imelda Staunton dà corpo a un personaggio pieno, senza vuoti di scrittura. E' lei stessa invece a scoprire, vivendo realisticamente (nel)la finzione, i vuoti personali e umani che si annidano nel suo personaggio. Vera, nella prima parte del film, è un monolite di certezze e sapienza casalinga, pur nella semplicità che hanno tutte le donne proletarie di casa. Quante Vera Drake ci sono state (e ci sono ancora nei nostri piccoli paesi di provincia) nelle nostre case, tra le zie e le nonne perennemente indaffarate in un'infinità di impieghi casalinghi, sapienti e conscie del fatto loro?
Vera Drake procura aborti clandestini con la stessa naturalezza, perizia e abnegazione con le quali svolge i suoi lavori domestici, di donna di servizio, di madre premurosa e di figlia rispettosa che accudisce i genitori anziani, dividendosi tra mille impegni quotidiani con assoluta, indiscussa e atavica dedizione.
Fa tutto questo perché è nella sua natura, cioè nella natura che le discende socialmente. Non si ferma mai a pensare, agisce senza porsi domande, dubbi. Tutto è assolutamente normale e va fa fatto perché così è (e sia), perché prima di lei lo hanno fatto centinaia o migliaia di altre donne del tutto simili a lei in ogni parte del mondo, da sempre. La sua è una realtà tacitamente lecita e legittima - nel suo mondo - acquisita per consuetudine e necessità, anche se parallela e non conforme alla realtà ufficiale, quella della Legge. Una legge che al momento dell'arresto appare quasi kafkiana, tanto è estranea e lontana dall'universo morale e ideologico della donna.

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mercoledì 5 aprile 2006

Recensione INSIDE MAN

Recensione inside man




Regia di Spike Lee con Denzel Washington, Clive Owen, Jodie Foster, Waris Ahluwalia, Ashlie Atkinson, Robert Bizik, Ed Bogdanowicz, Cherise Boothe, David Brown, Kim Director

Recensione a cura di Simone Bracci

Un plot complesso e raffinatamente intrigante. Una regia limpida ed efficace che contraddistingue lo spirito sempre provocatorio di Spike Lee, anche negli ultimi anni in cui si è espresso in maniera meno graffiante, ma più diretta, esplicita ed incisiva. Così si presenta "Inside Man", ultima opera del regista newyorkese, che annovera questa volta un voluto cast "patinato", tra cui spicca la presenza di due icone della Hollywood contemporanea come Denzel Washington e Jodie Foster, qui in un ruolo minore insieme con Christopher Plummer e Willem Dafoe, oltre alla stella nascente Clive Owen.

Interamente ambientato nel Financial District, racconta la "rapina perfetta" ad opera di quattro malviventi nei confronti della Manhattan Trust, caposaldo finanziario di Wall Street. Oppure questo è solo fumo negli occhi dello spettatore? Lee ci conduce insieme al negoziatore Frazier (uno splendido Washington) e al suo collega Mitchell, l'emergente Chiwetel Ejiofor, nel complicato puzzle dei sequestri, dove lo scontro psicologico tra criminali e forze dell'ordine è una partita contro il tempo, per liberare gli ostaggi resi impotenti. Il ritmo teso e le ingegnose sequenze degli interrogatori poste sotto forma di flash-forward sono il clou della visione che l'autore ha voluto inserire nel sottotesto della narrazione, in cui si svelano pian piano i dettagli della rapina.

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