giovedì 14 settembre 2006

Recensione ALBANIA BLUES

Recensione albania blues




Regia di Nico Cirasola con Chantal Ughi, Valentina Chico, Nico Cirasola, Giovanni Pellegrino, Totò Onnis

Recensione a cura di peucezia

Albània e non Albanìa blues (riferimento alla pronuncia degli albanesi nella nostra lingua) è il terzo film di Nico Cirasola, (uscito nel marzo 2001 sugli schermi) attore e regista pugliese indipendente e quindi poco noto ai grossi circuiti.
Il problema dello sbarco albanese sulle coste pugliesi è stato già trattato dal regista nella sua seconda realizzazione filmica "Da do da" apparentemente gioco di parole, ma in realtà "Da qui lì" tradotto dal dialetto pugliese. La vena di Cirasola non è drammatica o patetista, il suo intento è quello di trattare un argomento, fare un film denuncia servendosi di un'arma tagliente: la satira.

Tra satira, ironia e un pizzico di sognante follia si snoda la vicenda di Fefé uno stravagante antennista che gira a bordo di un'auto d'epoca per dare la potenza della comunicazione a chi vive in campagna.
Sicuramente allegorica la professione di Fefè: l'essere antennista fa di lui un nesso fondamentale per la comunicazione, attraverso la sua opera si apre una finestra sul mondo ed è proprio dal mondo che l'uomo è attirato. Logorroico, accompagnato da un assistente silenzioso e apparentemente assonnato, Fefè conosce prevalentemente donne straniere in Puglia per lavoro ed è stridente il contrasto tra l'accento esotico e una locazione tanto nota (a chi è pugliese perlomeno).
I colori la fanno da padrone nel film, perché Puglia è anche colore: ecco, le camicie di Fefè, gli abiti delle donne, il bianco delle abitazioni, il verde e l'azzurro, il sole abbacinante. Sogno e realtà, tra atmosfere che anticipano e ricordano molta cinematografia di Kusturica e fanno spesso ricorso ad allegoria e simbolo, come ad esempio nel caso delle scarpe bicolore molto anni Cinquanta viste ai piedi di chi gli ha tolto la compagna.

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mercoledì 13 settembre 2006

Recensione WORLD TRADE CENTER

Recensione world trade center




Regia di Oliver Stone con Nicolas Cage, Michael Pena, Jay Hernandez, Armando Riesco, Maria Bello, Maggie Gyllenhaal, Donna Murphy, Patti D'Arbanville

Recensione a cura di kowalsky

"May your faith give us faith, may your hope give us hope, may your love, give us love"
-Bruce Springsteen, cfr. "Into the fire" from the album "The Rising"-

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Recensione BETTY

Recensione betty




Regia di Claude Chabrol con Yves Lambrecht, Jean-François Garreaud, Stéphane Audran

Recensione a cura di Giordano Biagio

Claude Chabrol, regista, critico, produttore cinematografico, tra i primi autori di rilievo della Nouvelle vague con "La beau Serge, ci regala con questo film un'altra opera degna delle migliori riflessioni cinematografiche.
La pellicola ha risvolti psicanalitici, filosofici, letterari in sintonia con lo stile del miglior Chabrol.
Il film si sofferma sulla crisi di una famiglia borghese della provincia di Parigi. Le riprese un po' semplificate, come nei telefilm, ma eleganti nella ricerca dei particolari, danno una fotografia delle ambientazioni luminosa e particolarmente curata. Gli interni sono girati prevalentemente in una suite e in un ristorante di periferia molto accogliente. Quest'ultimo diventa subito protagonista del film, è un luogo familiare dove le persone trovano facilmente ascolto ai loro problemi.

Betty è una donna in crisi, alcolizzata e adultera, ha notevoli problemi con la propria famiglia. Vive un grave conflitto con la suocera, molto logorante e sempre sul punto di degenerare in una rottura. Quest'ultima gli riconosce il ruolo di madre ma gli nega ogni altra identità femminile.
Da bambina, durante un soggiorno nella casa della zia, assiste per caso in cantina, stupita e spaventata, ad un rapporto erotico tra lo zio e la sua inserviente. Scoperta dallo zio, che le raccomanda minacciosamente di non parlare, fugge spaventata. La bambina vivrà ossessionata da quanto visto. Ha interpretato quell'atto come una forma di violenza verso le donne.
Betty crescerà immaginando l'atto sessuale come un rapporto privo di piacere, un'aggressione psicologica e corporea di mero sacrificio della donna, un rituale funzionale alla soddisfazione di una parte dell'universo sensuale maschile. La vita sessuale della donna resterà acerba, Betty diventerà adulta portandosi dietro il timore di non saper vivere fino in fondo i suoi rapporti con gli uomini. Arriverà a un fatidico punto di non ritorno, dopo il quale cesserà di sperare in un riconoscimento e in un'accettazione da parte degli uomini per quello che effettivamente è.
Le sue relazioni sessuali diventeranno sempre più fugaci e frequenti, spesso complicate da una verbosità nevrotica.
Betty non riuscirà più ad instaurare rapporti solidi con le persone. Le mancherà sempre l'amore inteso come sentimento vitale che porta ad un riconoscimento e ad un apprezzamento delle diversità caratteriali e esistenziali. La donna non prenderà mai sul serio l'idea di innamorarsi fino in fondo di qualcuno, pensa che se ciò accadesse sarebbe sempre respinta perché incompresa. Rimane convinta che non gli sia concesso, dal suo precario statuto sociale di donna, coltivare un proprio desiderio sessuale. Sente inesorabilmente calpestato il suo diritto di vivere una sua specifica sensualità femminile: quella caratterizzata da forme e stili unici, originali, particolari perché suoi.
Un giorno Betty, viene scoperta dal marito in flagranza d'adulterio e costretta dalla suocera ad andarsene di casa. Successivamente le verrà imposto perentoriamente di abbandonare anche i figli. La protagonista è così obbligata a firmare un vergognoso atto notarile in cui dichiara che lei è l'unica colpevole di quanto non andava bene nella propria famiglia. La crisi familiare viene addebitata ai suoi atti trasgressivi: ritenuti immorali perché privi di ogni pudore. Verrà definitivamente liquidata con un congruo assegno.

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martedì 12 settembre 2006

Recensione CARS - MOTORI RUGGENTI

Recensione cars - motori ruggenti




Regia di John Lasseter con -

Recensione a cura di Kater

"Ecco... ci siamo... concentrati... velocità..."

E per la velocità non c'è luogo migliore della pista della Piston Cup dove Saetta McQueen, una giovane e ambiziosa auto da corsa, sfreccia e sgomma per la conquista dell'ambita coppa. Ma Saetta è talentuoso quanto arrogante, e per colpa (o merito?) della sua boria, mentre è in viaggio verso la California, dove disputerà lo spareggio per la conquista dell'agognato premio, un incidente di percorso lo catapulta sulla Route 66, più precisamente nello sperduto paesino di Radiator Springs, lontano dalle piste che l'hanno reso celebre e dalla vita scintillante a cui ambisce.
A Radiator, grazie alla compagnia di macchine dall'animo semplice, scoprirà gli autentici valori della vita e soprattutto il vero significato della vittoria.

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Recensione THE COMPANY

Recensione the company




Regia di Robert Altman con Neve Campbell, Malcolm McDowell, James Franco, Barbara Robertson, William Dick, Susie Cusack

Recensione a cura di aura tiralongo

Nel panorama poco edificante dei film sulla danza, certamente "The Company"si distingue quanto meno per l'apprezzabile intenzione di un regista della statura di Robert Altman di restituire all'arte tersicorea parte del suo faticosamente e non del tutto conquistato statuto, anche per quanto riguarda la possibilità di una sua messa in scena attraverso lo strumento cinematografico.
La proposta parrebbe voler essere quella di costruire un film effettivamente "sulla danza", con particolare rilievo all'elemento coreografico e al suo rapporto con la macchina da presa.
Le coreografie sono indubbiamente ottime sia per tecnica (perfetta nei ballerini chiamati a recitare nella parte di loro stessi, eccezion fatta per la Campbell, che ha tutte le ingenuità tipiche della ballerina non professionista), che per impatto visivo. Il montaggio e la resa delle immagini gestiscono magistralmente l'ovvio limite della performance non fruita dal vivo, e alcune inquadrature dei danzatori durante gli spettacoli strappano l'applauso. L'impressionismo della resa cromatica, la dirompente forza della musica che incornicia la solidale figura del corpo di ballo, incantano per potenza e, semplicemente, bellezza.

Qui si riconosce la firma Altman, per l'attenzione alla coralità delle coreografie, l'allusione allo spirito aggregativo del gruppo proiettato al comune obiettivo, e tuttavia rimane, mai ricomposto, lo strappo intuitivo (senza dubbio intenzionale) fra narrazione e immagini.
Nonostante i velleitari e ripetuti input sul rapporto fra cinema e danza, o meglio, fra immagine e movimento (discorso che difficilmente si lascia sorvolare, Bergson e Deleuze su tutti non sono passati invano), la sensazione finale è quella di un film approssimativo, che milita al di qua o al di là di un confine da lui stesso creato.
O dalla parte della coreografia, o dalla parte della storia, che per quanto sapientemente delineata manca al suo posto, togliendo efficacia all'opera nel suo complesso.
Altman ci propone infatti una trama ossificata, con sceneggiatura quasi assente, dialoghi scarni e scarsi di contenuto, ripercorrendo polemicamente (con malcelato passo incerto) il consueto clichè degli sporadici film sul balletto, solitamente relegati ad una sottocategoria del genere cinematografico.

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lunedì 11 settembre 2006

Recensione LA GUERRA LAMPO DEI FRATELLI MARX

Recensione la guerra lampo dei fratelli marx




Regia di Leo McCarey con Groucho Marx, Harpo Marx, Chico Marx, Zeppo Marx

Recensione a cura di Harpo (voto: 10,0)

"Signori della corte può darsi che Chicolioni parli come un'idiota e abbia la faccia da idiota. Ma non lasciatevi ingannare: è veramente idiota!"
Groucho Marx/Rufus T. Firefly in "Duck Soup"

Tutte le convenzioni del cinema, nell'opera dei fratelli Marx, vengono annullate. Assolutamente niente ha logica e tutto si deve prendere in giro.
Nel caso di questa pellicola ad essere oggetto della sprezzante critica marxiana sono le politiche militariste che stavano insorgendo nell'Europa centrale.
Nella città-stato di Freedonia, Rufus T. Firefly (Groucho) assume i poteri di un dittatore, ma deve fare i conti con due spie nemiche Pinky (Harpo) e Chicolini (Chico) provenienti dalla città rivale Sylvania, con cui Freedonia è entrata in guerra.

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venerdì 8 settembre 2006

Recensione LE COLLINE HANNO GLI OCCHI

Recensione le colline hanno gli occhi




Regia di Alexandre Aja con Aaron Stanford, Vinessa Shaw, Kathleen Quinlan, Laura Ortiz, Michael Bailey Smith, Dan Byrd

Recensione a cura di Carlo Baldacci Carli

Da molti anni a questa parte le case di produzione americane impongono al pubblico, e nel contempo subiscono, quella che sta diventando la dittatura dei remake. Nel passato lo aveva già fatto il grande Alfred Hitchcock, rielaborando un suo stesso lavoro ("L'uomo che sapeva troppo"). In quello stesso periodo Howard Hawks, altro grande regista ed autore, a distanza di pochi anni dalla realizzazione di un capolavoro come "Un dollaro d'onore" (Rio Bravo, 1959) ne dirige un rifacimento in chiave più ironica "El Dorado" (1967). Poco tempo dopo, John Carpenter s'ispirerà all'originale di Hawks per mettere alla luce "Distretto 13 - Le brigate della morte", di cui a sua volta è stato girato l'ennesimo remake. E si potrebbe andare avanti per pagine e pagine intere.
Pur accantonando i sopraccitati grandi autori, che hanno avuto il vezzo di dirigere una seconda volta le loro stesse opere, negli ultimi decenni la pratica del remake si è imposta con quella stessa puntuale e sgradevole prepotenza con cui uno stato impone le tasse. Si è passati da remake eccellenti e fedeli di film geniali ("Scarface" di H. Hawks, 1930-32, "Scarface" di B. De Palma, 1983) a rifacimenti "fotocopia" assolutamente inutili come lo "Psycho" realizzato da Gus Van Sant nel 1998.
Fra tutti i generi cinematografici quello che ha subito maggiormente la disgustosa pratica del remake tanto inutile, quanto nocivo all'immagine del film originale, è stato il genere Horror. La cosa viene giustificata con le migliorie tecniche nella fotografia, nel digitale, nel trucco eccetera, che consentono di riprendere storie classiche e di dotarle di un maggiore impatto visivo.

Ecco, questo non è il caso di "Le colline hanno gli occhi". Il film del giovane regista parigino, Alexandre Aja, è sì il remake dell'omonima pellicola diretta nel 1977 da Wes Craven, che qui ritroviamo come produttore, ma va oltre. Aja, insieme col sodale Greg Levasseur, ha riscritto la sceneggiatura di Craven introducendo alcuni nuovi elementi e cercando di strutturare meglio la storia. Non si tratta del solito revival del gusto anni settanta, bensì di una rielaborazione in chiave moderna della storia, che risulta ampliata e più articolata.
"Le colline hanno gli occhi" più che un remake sembra essere un lifting dell'opera originale. È come se Craven si fosse affidato ad Aja, alla stregua di una vecchia beghina che nella serie televisiva Nip/Tuck si affida al bisturi del dottor Troy. E in questo caso il regista ha preso la consegna, ha tagliato e ricostruito, ha liftato e rimodellato, ha gonfiato labbra, tette e glutei, rifinito il naso ed alzato gli zigomi. Così, elementi che nella prima versione erano sottintesi o meramente accennati, prendono corpo, quasi come se il film di Craven fosse stato un semplice scheletro a cui bisognava aggiungere organi, muscoli e pelle. Il risultato è una pellicola più sviluppata, ampliata e ingigantita, ripulita specialmente sul piano visivo, ma come spesso accade nella chirurgia estetica, ci si trova di fronte a una menzogna, ad un involucro scevro di contenuto narrativo. E con ciò non si fa affatto riferimento ai contenuti metaforici e sociali, ripresi pari pari dalla versione del '77 e, anch'essi, ampliati: una società che produce mostri e deve pagarne le conseguenze, la distruzione della famiglia piccolo borghese, la riscoperta della bestialità umana eccetera eccetera.
Alexandre Aja ci sa fare con la macchina da presa. Ci offre delle soggettive interessanti e delle discrete panoramiche, che sanno trasmettere perfettamente la percezione del deserto come una prigione a cielo aperto. Sa ben giocare con l'alternanza fra riprese di profondità e piani improvvisamente ravvicinati.
La ricostruzione del villaggio prefabbricato per i test nucleari, popolato da manichini - che sono decisamente più inquietanti e spaventevoli dei cannibali mutanti - è forse l'introduzione più riuscita. I suoi interni permetto al regista di giocare con riprese in controluce e di trasmettere sensazioni claustrofobiche che sono le dirette antagoniste di quell'agorafobia prodotta del deserto.
Una bella confezione, ma niente di più! Ed è qui che cominciano le dolenti note.

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