giovedì 7 febbraio 2008

Recensione SCUSA MA TI CHIAMO AMORE

Recensione scusa ma ti chiamo amore




Regia di Federico Moccia con Raoul Bova, Michela Quattrociocche, Veronica Logan, Luca Angeletti, Ignazio Oliva, Francesco Apolloni, Davide Rossi

Recensione a cura di Jellybelly (voto: 3,0)

E' piuttosto raro che uno scrittore riesca ad esprimere la propria poetica con eguali risultati anche al cinema, nelle vesti di regista: il caso più celebre è quello di Pier Paolo Pasolini, il più recente quello di Federico Moccia.
E già la semplice dissonanza insita in un simile blasfemo accostamento dovrebbe far riflettere.

Storia curiosa, quella del portentoso autore di capolavori immortali quali "Tre metri sopra il cielo", "Ho voglia di te", "Scusa ma ti chiamo amore" e "Cercasi Niki disperatamente": figlio del regista Giuseppe che, dietro lo pseudonimo di Pipolo ed in coppia col collega Franco Castellano, fu il principale responsabile della tracimazione sul grande schermo del Re degli Ignoranti (al secolo Adriano Celentano), Federico Moccia ha condotto per anni una vita dietro le quinte, in qualità di autore di programmi televisivi dal profondo tasso culturale come "Ciao Darwin". Nel 1992 scrive il suo primo libro, il già citato "Tre metri sopra il cielo", avente per oggetto il difficile amore tra una ragazzina della Roma bene ed un coattello di borgata. Il romanzo, scritto in modo dilettantesco e tronfio di un infantilismo disarmante, viene giustamente scartato da tutte le case editrici, ma l'ostinato Federico ne pubblica comunque 2.500 copie a proprie spese. Grazie al passaparola degli zelanti adolescenti romani, il libro si impone all'attenzione delle grandi case editrici che, notato il fenomeno, decidono di approfittarne: pubblicato da Feltrinelli, "Tre metri sopra il cielo" diventerà un bestseller e farà di Federico Moccia una delle più moleste voci del panorama letterario italiano.

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Recensione UN BORGHESE PICCOLO PICCOLO

Recensione un borghese piccolo piccolo



Regia di Mario Monicelli con Alberto Sordi, Shelley Winters, Romolo Valli, Vincenzo Crocitti

Recensione a cura di Marco Iafrate (voto: 9,0)

Le leggi della natura impongono delle regole alle quali l'uomo non si può sottrarre: noi nasciamo, viviamo e moriamo in un ciclo continuo che regola la specie, ma a volte capita che il destino, magari sotto forma di un proiettile vagante, interrompa bruscamente questo naturale andamento delle cose e trasferisce all'uomo, impreparato ed incredulo, il dolore più grande che egli possa sopportare: la morte del proprio figlio. "Un borghese piccolo piccolo" è la cronaca di questo dolore.

Mario Monicelli non si fa sfuggire l'occasione che gli si propone con la lettura dell'omonimo romanzo di Vincenzo Cerami - alla sua opera prima - di descrivere in maniera così crudelmente reale i mali che iniziano ad affliggere l'Italia negli anni '70: i patetici meccanismi della burocrazia statale, la crisi psicologica e sociale della piccola borghesia, il dilagare della violenza e la loggia P2; la spensieratezza che aveva contrassegnato gli anni '50 e '60, portata sul grande schermo soprattutto da Monicelli con la commedia all'italiana, è completamente naufragata, e si aprono scenari decisamente più drammatici.

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martedì 5 febbraio 2008

Recensione HOTEL MEINA

Recensione hotel meina




Regia di Carlo Lizzani con Federico Costantini, Benjamin Sadler, Ursula Buschhorn, Ivana Lotito, Ralph Palka, Silvia Cohen, Ferdinando Murolo, Adriano Wajskol, Federico Pacifici

Recensione a cura di GiorgioVillosio

Nell'analisi di un film sarebbe indispensabile chiarire bene fin da principio in quale ambito ci si muova, e con quali intenzioni.
La pregiudiziale si impone con autori molto eclettici, abituati ad operare su piani diversi, con linguaggi differenti. In tal caso lo studio critico dovrebbe inizialmente individuare la priorità dei diversi livelli, analizzandoli separatamente. In un documentario, ad esempio, si pretende una veridicità assoluta ed essenziale sul piano della informazione, in mancanza della quale lo stesso non avrebbe ragione di esistere.
Lo stesso varrebbe nel caso di un film storico vero e proprio, che tenda a rappresentare un'epoca attraverso fatti e vicende reali.
In altri casi, come nel romanzo ottocentesco, possono coesistere vicende private di fantasia, se pure con rispettoso riguardo alla credibilità del contesto temporale.
Per culminare, estremizzando, con il genere più commerciale della fiction, dove lo sfondo epocale serve da semplice supporto a racconti di pura fantasia per una lettura "leggera".
Che esista un modo unico ed obbligato di condurre un racconto cinematografico proprio non si può dire, e neppure che i diversi generi non possano miscelarsi assolutamente. Ma in questo caso il dovere del critico diventa innanzitutto quello di valutare se le diverse componenti si siano integrate armoniosamente ed in modo compiuto.

La lunga premessa si rende necessaria per entrare nel merito del giudizio su "Hotel Meina", uscito nelle sale nei giorni commemorativi dell'olocausto, ultimo lavoro del celebratissimo regista Carlo Lizzani, per il quale valgono le riserve sopraccitate.
Eclettico professionista, il nostro autore ha spaziato nella sua lunga carriera su fronti molto diversi: maestro del documentario, che l'ha portato a sposare la causa del neorealismo impegnato prima, e del cinema storico poi, ha iniziato in effetti come validissimo sceneggiatore dei più famosi film del dopoguerra, lavorando con Francesco De Santis e Roberto Rossellini.
Passato alla regia con film di azione su gravi fatti di cronaca nera ("Achtung Banditi", "Il Gobbo", "Banditi a Milano") , passava poi a produzioni più rigorosamente storiche come "Il processo di Verona" o il recente "Maria Josè" televisivo. A tanta esperienza andavano ad aggiungersi la frequentazione amichevole e la proficua collaborazione coi più grandi registi dei nostri tempi, da Godard a Bellocchio, da Antonioni a Pasolini ed altri ancora.

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Recensione JULES E JIM

Recensione jules e jim




Regia di Francois Truffaut con Vanna Urbino, Sabine Haudepin, Boris Bassiak, Therese Marie Dubois, Oskar Werner, Henri Serre, Jeanne Moreau

Recensione a cura di foxycleo (voto: 9,5)

Non si può commentare un film di Truffaut senza fare una breve introduzione sulla Nouvelle Vogue, ovvero la "nuova ondata" del cinema che dalla fine degli anni cinquanta ha contribuito a creare un'immagine romantica di registi ed autori, portando l'immediatezza del divenire sul grande schermo.
I film manifesto di questa nuova tendenza, che sfidava con l'imposizione della personalità e dell'introspezione i canoni dell'industria, sono "Le beu Serge", "I cugini" di Claude Chabrol; "Fino all'ultimo respiro" di Jean-Luc Godard e "I quattrocento colpi" di Francois Truffaut.

Pupillo del noto critico Andrè Bazin, per cui il cinema aggiungendo il movimento alla fotografia cattura del reale apparenza e anima e diviene come un precipitato della realtà, Francois Truffaut dirige il suo terzo lungometraggio, "Jules e Jim", nel 1961 che uscirà nelle sale l'anno seguente. Questo film, di incredibile successo ancora oggi, è tratto dal primo romanzo di Henri-Pierre Rochè che si intitola proprio "Jules e Jim" e risale al 1953.

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venerdì 1 febbraio 2008

Recensione EXILS

Recensione exils




Regia di Tony Gatlif con Lubna Azabal, Romain Duris, Leila Makhlouf, Habib Cheik, Zouhir Gacem

Recensione a cura di Mimmot

Il diciannovesimo titolo della filmografia di Tony Gatlif, vincitore del premio per la miglior regia a Cannes 2006, ad una attenta rilettura si rivela un'opera estremamente importante, specialmente in un periodo come quello che stiamo vivendo, in cui gli egoismi, le paure, i calcoli politici, l'integralismo estremista di fronte al diverso o al non omologato tentano di contrapporre le culture e ne indicano alcune come fossero il "male", rendendoci così orfani di altre storie ed altri volti, altri suoni, altre etnie, altri luoghi, altre esperienze.
"Exils" nasce perciò dall'esigenza del regista di stimolare il pubblico a guardare al di là dell'orizzonte, per portarci in un luogo dell'anima dove ognuno di noi può diventare veramente se stesso e può riappropriarsi delle proprie radici e delle proprie origini.
Un luogo in cui ognuno di noi può dismettere il dolore e rinascere più completo e purificato.

La magia di "Exils" nasce dalla forza metaforica delle immagini, dalla ossessiva bellezza della musica, dall'esaltazione degli spazi e dei colori, dal linguaggio dei corpi nudi di Zano e Naima, fragili e indifesi di fronte al luogo-esilio che li ha fatti diventare adulti ma li ha resi fragili, e per questo determinati a riappropriarsi del luogo-grembo che li ha partoriti.

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giovedì 31 gennaio 2008

Recensione CARAMEL

Recensione caramel




Regia di Nadine Labaki con Nadine Labaki, Yasmine Al Masri, Joanna Moukarzel, Gisèle Aouad, Adel Karam, Siham Haddad

Recensione a cura di peucezia (voto: 7,5)

Opera prima della giovane regista libanese Nadine Labaki, che vanitosamente ma non immeritatamente si regala un ruolo di primo piano nel film, "Caramel" è una storia declinata al femminile di quelle che raramente si vedono oggi sul grande schermo, e che l'ambientazione sia medio-orientale poco importa, in quanto l'amicizia ed i sentimenti delle protagoniste sono uguali in ogni latitudine.
Scorrono sui titoli di testa le immagini della preparazione del caramello dolce, sostanza che viene usata in Oriente per la depilazione, uno strappo che dà dolore in cambio di un cambiamento e di un eventuale miglioramento, ma anche un'attenzione a quella sensualità propria del mondo orientale.
Il salone di bellezza intorno al quale si svolge gran parte del racconto vede campeggiare in bella mostra la foto di una modella occidentale dagli occhi azzurri e dalle labbra ben modellate, in evidente contrasto con la semplicità che circonda invece il piccolo mondo che ruota intorno al locale.

Un amore clandestino, un errore di gioventù, il non accettare il passare degli anni o la propria diversità, il sacrificio di dedicarsi a chi ha bisogno e di cui masochisticamente si sente di avere bisogno sono le dolorose crepe che logorano l'esistenza apparentemente tranquilla delle cinque interpreti della pellicola, quasi tutte debuttanti. Gli uomini sono importanti nella loro vita, ma sono dei personaggi secondari che hanno nel film poche battute o che non si vedono neanche, come l'amante di Layale. Le storie che ruotano intorno a questo piccolo universo femminile sono minimaliste, tutto sembra scorrere tra il negozietto sgangherato delle tre parrucchiere, la botteguccia di Rose, l'anziana sarta che si occupa di una sorella fuori di testa e la strada antistante assai simile ai vicoli di una città meridionale (la scena della processione che scorre tra i vicoli stretti potrebbe ricordare la nostra Napoli).

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mercoledì 30 gennaio 2008

Recensione A 30 SECONDI DALLA FINE

Recensione a 30 secondi dalla fine




Regia di Andrej Koncalovskij con Jon Voight, Eric Roberts, Rebecca DeMornay

Recensione a cura di Gardner (voto: 10,0)

Al suo secondo film americano Andrej Konchalovsky (fratello del più accreditato Nikita Michalkov), usando una sceneggiatura inutilizzata di Akira Kurosawa, realizza un film di inconsueta perfezione.

"A 30 secondi dalla fine" è la storia di un'evasione dal duro carcere di Stonehaven (Alaska).
L'anziano Manny (Voight) evade insieme a Buck (Roberts), un giovanotto che è in galera per scontare un reato di violenza carnale, inseguito dal direttore del carcere Danken, invasato da un odio furibondo per Manny. Con trenta gradi sotto zero ed a malapena coperti di stracci, i due riescono a salire su di un treno che, a causa della morte per infarto del macchinista, comincia a correre privo di controllo fino ad essere deviato per andare a schiantarsi in una zona desolata. Danken riesce in extremis a salire sul convoglio impazzito, dando luogo ad uno scontro finale con l'evaso e dirigendosi insieme a lui fieramente incontro ad una tragica fine, dopo che Manny riesce a metter in salvo il suo compagno di evasione ed una giovane donna impiegata della compagnia ferroviaria (De Mornay), sganciando il vagone di coda.

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