mercoledì 9 aprile 2008

Recensione IN AMORE NIENTE REGOLE

Recensione in amore niente regole




Regia di George Clooney con George Clooney, Renée Zellweger, Ezra Buzzington, John Krasinski, Stephen Root, Wayne Duvall, Keith Loneker, Malcolm Goodwin, Matt Bushell, Tim Griffin, Robert Baker

Recensione a cura di matteoscarface

George Clooney, alla sua terza regia, abbandona i film sperimentali su personaggi realmente esistiti e si dedica a uno tra gli schemi più classici del cinema americano: la commedia d'amore in ambito sportivo.
L'attore/regista del Kentucky ha dato più volte prova di essere uno dei migliori talenti della sua generazione e, quando ha deciso di passare dietro la macchina da presa, momento ambito ma anche temuto da molti attori, si è dimostrato capace di imbastire storie originali dirette con grandissima tecnica e conoscenza del mezzo, dimostrando di aver compiuto il salto non solo per ostentare le proprie capacità in più ambiti ma anche per vero interesse.

Questo "In amore niente regole" - il titolo italiano purtroppo dirotta la mente dello spettatore sempre verso altri lidi - è quel tipo di film di ambientazione sportiva (siamo dalle parti del football americano) condito con tanti altri elementi presi in prestito da vari generi, che spaziano dalla commedia sentimentale al film di ricostruzione d'epoca.
Siamo nel 1925, quattro anni prima che Wall Strett sconvolga il mondo, e lo sport è ancora primordiale, senza regole precise e dunque condito da toni da leggenda, in un'epoca così lontana da essere mitizzata, dove le avventure e i topoi classici dell'America pre-crisi sono ancora effettivamente realizzabili.
Quindi si conceda qualche licenza, perché si tratta di una commedia di altri tempi, dove il personaggio principale maschile e quello femminile sono in perenne contrasto e si scambiano battute al vetriolo ben studiate e dove le scazzottate, non importa che siano nei saloon o al limite di una ferrovia, accompagnate dalle melodie di un vecchio pianista e con tanto di bottiglie di whisky spaccate in testa senza un filo di sangue, sono possibili e anche divertenti.

[...]

Leggi la recensione completa del film IN AMORE NIENTE REGOLE su filmscoop.it

Recensione GIOVENTU' BRUCIATA

Recensione gioventu' bruciata




Regia di Nicholas Ray con James Dean, Natalie Wood, Sal Mineo, Jim Backus, Ann Doran, Dennis Hopper

Recensione a cura di amterme63 (voto: 8,0)

"Gioventù bruciata" ("Rebel without a cause"), di Nicholas Ray, uscito nell'ottobre 1955, è il film che ha consacrato il mito di James Dean; oltre a questo, rappresenta una delle prime opere cinematografiche in cui si tenta di rompere la cappa di ipocrisia, conformismo e perbenismo che imperava nel cinema americano dell'epoca.
Più che di violenza giovanile, il film tratta di temi scottanti come la crisi della famiglia tradizionale, l'affermarsi del modello della "banda" di giovani, il disagio esistenziale derivante dal benessere e dalla noia, l'esigenza di espressione libera della propria identità soprattutto sessuale. Ci si limita però a suggerire l'esistenza di atteggiamenti anticonvenzionali (stimolando così la morbosità repressa degli spettatori), senza contestare apertamente l'ordine morale imperante; in altre parole, non si ha ancora il coraggio di sfidare il "Codice Hayes", quelle serie di norme censorie che le major hollywoodiane si erano autoimposte dagli anni '30 per venire incontro all'ondata moralizzatrice che aveva investito l'opinione pubblica americana.
Negli anni '50 si hanno i primi segni di un allentamento di questi vincoli: gli Stati Uniti vivevano un periodo di grande sviluppo economico e benessere crescente ed i giovani possedevano denaro e tempo libero, però avevano il problema di come impiegare questi nuovi mezzi a disposizione; volevano vivere in maniera diversa, più libera e intensa, ribellandosi alle rigide norme morali, solo che non sapevano come fare: da qui il loro sentimento di incertezza e inquietudine che a volte assumeva forme plateali e violente.
Il cinema fiutò l'aria e fece uscire alcuni film di successo che parlavano di ribellione giovanile come "Il selvaggio" ed "Il seme della violenza". Anche la Warner Bros volle sfruttare il tema, ed incaricò lo sceneggiatore Stewart Stern di ricavare un soggetto dal libro di Robert Lindner "Rebel without a cause. The hypnoanalysis of a criminal psycopath". Stern mantenne solo il titolo dell'opera e stese una storia nuova che trattava delle inquietudini di tre giovani della buona borghesia alle prese con problemi familiari, di inserimento sociale e identità sessuale. Al regista Nicholas Ray piacque molto la storia e dedicò grandi cure nella scelta degli attori e nella realizzazione.
Il risultato è un film il cui pregio sta soprattutto nel pathos delle scene e nella partecipazione molto intensa che hanno gli attori alla storia, la quale di per sé soffre di tutti i difetti, le falsità e le forzature delle trame hollywoodiane.

La prima scena si svolge in un commissariato di polizia la sera di Pasqua e serve a presentare il carattere dei tre protagonisti.
La giovane Judy (Natalie Wood) è fuggita di casa perché suo padre "l'ha trattata male". Il suo atteggiamento rivela un bisogno quasi morboso di attaccamento e di sfogo amoroso verso una figura forte e autoritaria; per questo il suo legame con il padre assume contorni quasi da incesto. Nel corso del film si legherà al teppista Buzz, perché si dimostra il più "virile". Infine trova nel coetaneo Jim (James Dean) la persona che fa per lei, dolce e forte allo stesso tempo. Nel personaggio di Judy troviamo le contraddizioni delle ragazze dell'epoca, così perbene, timide ed educate ma allo stesso tempo vogliose di appagamento sensuale.
Al commissariato c'è anche l'adolescente John, detto Plato (interpretato da Sal Mineo, per l'anagrafe Salvatore Mineo), che vive trascurato dai genitori con la sua governante di colore. E' un ragazzo studioso, timido, delicato e rabbioso allo stesso tempo; la sua natura lo porta a provare in segreto un'affetto di natura omosessuale. Già il soprannome (Platone) suggerisce un tipo di sentimento bloccato nella sua espressione (l'amore platonico), come pure richiama l'autore del "Simposio", dove si annovera anche l'omoerotismo fra le tante facce dell'amore. Dal suo armadietto scolastico esce fuori la foto di un bell'attore (Alan Ladd). La sua preferenza per Jim è a dir poco smaccata ed è fatta di tante attenzioni e sguardi amorosi.
La scena al commissariato si conclude presentandoci il personaggio di Jim alle prese con la propria famiglia, composta dal padre debole e incerto, la madre bisbetica e la nonna acida. Si tratta di figure poco verosimili, quasi delle macchiette; esagerando si vuole però ritrarre un quadro familiare comune, fatto di litigi, materialismo, ipocrisia e convenienze.
Jim del resto soffre moltissimo la mancanza di un punto di riferimento certo per poter far ordine nel suo groviglio interiore, e fra le sue incertezze c'è anche quella sulla sua identità sessuale. La sua tendenza spontanea lo porta a corteggiare Judy, ma allo stesso tempo però non resta insensibile alle avances di Plato. La natura bisessuale è forse più difficile da gestire interiormente rispetto a quella omosessuale: Jim non sa cosa fare e soffre, soffre con scatti di rabbia e violenza, intervallati da sguardi di paura, dolore e smarrimento. Non ha mai una postura normale o diritta, ma lo si vede spesso disteso di traverso, adagiato mollemente, o camminare felpato e un po' incerto, in ogni caso sempre con qualcosa che lo rode dentro.

[...]

Leggi la recensione completa del film GIOVENTU' BRUCIATA su filmscoop.it

martedì 8 aprile 2008

Recensione LA DAMIGELLA D'ONORE

Recensione la damigella d'onore




Regia di Claude Chabrol con Benoît Magimel, Laura Smet, Aurore Clément, Bernard Le Coq

Recensione a cura di Mimmot

Dieci anni dopo lo straordinario "Il buio nella mente", Claude Chabrol torna ad adattare un romanzo della scrittrice inglese Ruth Rendell ("The Bridesmaid", in italiano "Il pugnale di vetro"), ma era dai tempi di "Inferno" (1994) che non girava un noir così sensuale e così sottilmente "malato" com'è questo straordinario "La damigella d'onore".
Con questo film il cineasta francese, padre nobile della nouvelle- vague (ricordiamo il film capostipite "Le beau Serge" del 1954), continua la sua ricerca tesa a scandagliare ed analizzare le morbosità, i vizi e le perversioni della piccola borghesia della provincia francese, abilmente celati dietro l'apparente normalità di una ipocrita rispettabilità di facciata.
Anche in quest'opera, presentata fuori concorso al Festival di Venezia 2004, Chabrol conferma il suo stile rigoroso e impeccabile nel raccontare una storia d'amour-fou e nel materializzare l'angoscia misteriosa che deriva dalla perdita della ragione.
Non è facile riuscire a percepire i segnali che Chabrol lancia quando rivolge il suo sguardo verso gli accadimenti terreni, perchè avviluppa i suoi personaggi in un alone di suspense e di mistero ai limiti del surreale, e perchè, in un percorso di esplorazione degli istinti del cuore e della mente, suscita disordine nelle vite degli uomini, scoprendo il malessere, la follia, la vertigine infinita che albergano nel loro animo e che montano insorabilmente fino al punto patologico di deflagrazione per poi, alla fine, ricomporsi fino quasi a trovare una impossibile armonia.

Non è facile catalogare Chabrol, così come non è facile catalogare i suoi film: c'è certamente molto Hitchcock (cui peraltro ha dedicato un libro quando lavorava ai Cahiers du cinéma) nelle sue opere, e lo si capisce da come presenta i suoi personaggi (svelandone segreti, identità, problematiche, esternazioni), dalla fascinazione costante della colpa, dalla capacità di pescare nel torbido per sublimarlo, in un transfert psicologico, dal colpevole a colui che sembra l'innocente, dalla leggerezza del tocco, dalla sottile ironia, dalla capacità di giungere al culmine della suspense per poi spiazzare lo spettatore con un finale che, spesso, sembra sciogliere (in realtà solo apparentemente) l'enigma della vicenda.

[...]

Leggi la recensione completa del film LA DAMIGELLA D'ONORE su filmscoop.it

lunedì 7 aprile 2008

Recensione COLPO D'OCCHIO

Recensione colpo d'occhio




Regia di Sergio Rubini con Riccardo Scamarcio, Sergio Rubini, Vittoria Puccini, Richard Sammel, Paola Barale, Emanuele Salce, Giancarlo Ratti, Giorgio Colangeli, Alexandra Prusa, Flavio Parenti

Recensione a cura di GiorgioVillosio

Nel suo precedente film "La Terra" il regista Sergio Rubini raccontava una storia del sud, popolare e verista, rifacendosi alla sua anima pugliese; sarebbe a dire con cognizione di causa, senza divagazioni eccessive né l'ambizione esagerata di dipingere un affresco globale dell'umano esistere, a 360°.
Al contrario, con "Colpo d'occhio" sembra si sia fatto prendere la mano proprio in questo senso: con la pretesa di raccontare l' eterna vicenda dell'incontro /scontro uomo-donna, il dramma della gelosia, la preminenza del lavoro nella psicologia maschile, il tradimento dell'amicizia, l'ambivalenza del rapporto critici/artisti, il problema della genuinità dell'opera dell'ingegno e della dialettica basilare tra lavoro manuale e cultura verbale.
Troppo, forse, per andare a fondo di tutti i problemi, rimanendone alla superficie con difficili operazioni di sceneggiatura, sovente artificiosa e non credibile, come ad esempio nella scena finale dell'omicidio del fascinoso Scamarcio, iniziata con toni e modi da tragedia greca, in un giusto contesto di anfiteatro antico, ma finita indecorosamente con una pantomima da serial televisivo alla tedesca.

Curiosa anche l'insistenza sul tema della genuinità dell'invenzione artistica e sul plagio delle opere da parte del nostro Rubini; che da un canto va affermando di rendersi conto solo ora che il suo titolo "Colpo d'occhio" sia l'esatta traduzione di "Eyes wide shut" di Kubrick, mentre il cartellone stesso di presentazione risulta una scopiazzatura evidente del capolavoro "Arancia meccanica".
Da Kubrick, poi, Sergio Rubini sembrerebbe personalmente influenzato per una vena di cattiveria e crudeltà quasi diabolica; un "vizietto" individuale che già ne "La Terra" lo portava a ricoprire il ruolo dell'usuraio del paese, destinato a morire tragicamente; mentre in "Colpo d'occhio" gli fa assumere le sembianze di un perfido Mefistofele, che subdolamente cerca di vendicarsi del giovane rivale, promettendogli l'eternità artistica.

[...]

Leggi la recensione completa del film COLPO D'OCCHIO su filmscoop.it

venerdì 4 aprile 2008

Recensione LA BANDA

Recensione la banda




Regia di Eran Kolrin con Sasson Gabai, Ronit Elkabetz, Saleh Bakri, Khalifa Natour

Recensione a cura di amterme63 (voto: 7,0)

Cosa succederebbe se una banda di musicisti egiziani si perdesse nel bel mezzo del territorio israeliano? E' quello che ha provato ad immaginare il 35enne regista israeliano Eran Kolirin, alla sua prima opera cinematografica, di cui ha curato anche la sceneggiatura.
Uno dei contrasti culturali più accesi e violenti del mondo di oggi è sciolto da Kolirin inserendolo in un contesto più individuale e universale, cioè quello dell'insoddisfazione e dell'incomunicabilità fra i singoli individui. Seguendo questo disegno, le regole culturali e religiose vengono rappresentate come un guscio esteriore, una specie di maschera che nasconde il nucleo dell'animo umano, che è uguale per tutte le razze e le nazioni. In questo modo le lotte e i contrasti che dilaniano i popoli del Medio Oriente non possono che apparire come qualcosa di insensato. Quello che ci vuole, secondo Kolirin, è la comprensione e l'aiuto reciproco, cominciando con considerare il mondo non composto da "categorie", ma solo da singoli individui, banali e meschini quanto si vuole, però ognuno con la propria storia, la propria dignità, la propria importanza.

La trama del film è molto semplice e scarna. La Banda della Polizia di Alessandria di Egitto è stata invitata a suonare all'inaugurazione di un Centro di Cultura Araba in Israele. Purtroppo, per un banale equivoco geografico, la banda si ritrova in un anonimo insediamento sperduto in mezzo al deserto. L'incidente mette a dura prova la coesione del gruppo; scoppiano contrasti soprattutto fra l'anziano direttore Tewfiq, un tipo un po' rigido e burocratico, ed il giovane Khaled, bello e anticonformista. L'impiccio viene risolto grazie all'aiuto della bella e avvenente ristoratrice israeliana Dina, la quale ospita Tewfiq e Khaled a casa sua e piazza gli altri componenti della banda in una famiglia del luogo. Il resto del film descrive i lunghi silenzi, i palesi imbarazzi e gli sforzi per stabilire un terreno comune su cui iniziare un dialogo.

[...]

Leggi la recensione completa del film LA BANDA su filmscoop.it

Recensione CHARLOT

Recensione charlot




Regia di Richard Attenborough con Nancy Travis, Marisa Tomei, Geraldine Chaplin, Dan Aykroyd, Robert Downey jr.

Recensione a cura di Debora P.

Il personaggio Charlot, insieme ai suoi stracci da vagabondo, alla sua bombetta striminzita ed ai suoi buffi baffetti è entrato a far parte dell'iconografia cinematografica. E' stato il protagonista di tante comiche che ci hanno fatto sorridere e commuovere allo stesso tempo. Ma dietro questa maschera espressiva, questo travestimento fatto di gesti, chi si cela?

Il regista Richard Attenborough dipinge sulla sua tela un uomo che inizia dal nulla per poi diventare una star di Hollywood: Charlie Chaplin, interpretato da un brillante Robert Downey Junior. Passo dopo passo viene ripercorsa la sua esistenza come "straordinario" uomo di spettacolo ed anche come "errante" essere umano. Infatti, grazie all'autobiografia di Chaplin pubblicata nel 1965, viene fuori un film che rispecchia in modo piuttosto veritiero ciò che Chaplin fu, gli errori che fece e le sue più profonde sensazioni riguardanti la sua vita artistica e privata. Il lungometraggio poggia la propria base su un'intima intervista a un Chaplin ormai ultra ottantenne nella sua casa svizzera. L'intervistatore, interpretato da Anthony Hopkins, fresco di premio Oscar nel '91 con "Il silenzio degli innocenti", chiede al suo intervistato di percorrere un viaggio attraverso i propri ricordi per aiutarlo a scriverne la sua biografia e, con grande sorpresa, Chaplin riesce a descrivere anche il dettaglio più remoto.

[...]

Leggi la recensione completa del film CHARLOT su filmscoop.it

mercoledì 2 aprile 2008

Recensione NESSUNA QUALITA' AGLI EROI

Recensione nessuna qualita' agli eroi




Regia di Paolo Franchi con Elio Germano, Irène Jacob, Bruno Todeschini, Paolo Graziosi, Maria de Medeiros

Recensione a cura di Mimmot

Cupo noir esistenziale, "Nessuna qualità agli eroi", opera seconda del torinese Paolo Franchi, studioso di critica psicanalitica dell'arte contemporanea, è una discesa tortuosa nei meandri oscuri della psiche umana e un dramma psicologico teso a scandagliare il male di vivere connaturato alla vita odierna.
Progetto ambizioso, il film è indubbiamente ostico, quasi certamente imperfetto, ma sicuramente molto al di sopra dell'attuale panorama cinematografico italiano.

Presentato alla 64ma Mostra del Cinema di Venezia, il film rappresenta il più clamoroso scivolone della critica nostrana, che non ha saputo cogliere il simbolismo profondo che permea la drammaticità delle scelte individuali dei singoli personaggi.
Probabilmente infastiditi dall'accusa di sessuofobia, lanciata loro dal regista durante la conferenza stampa alla fine della proiezione, per aver definito assolutamente gratuite sia le molte scene di nudo e di sesso presenti nel film che il modo con cui erano state girate, i maggiori critici italiani si sono impegnati, con un accanimento quanto meno sospetto, a stroncare un'opera che invece ha il pregio di non essere preconfezionata, e di caricare di significati molto precisi ogni sequenza e di suggestioni lo scorrere delle immagini.
Certo ha il difetto (o il pregio?) di indurre lo spettatore ad uno sforzo di attenzione e di concentrazione molto superiore rispetto alla maggioranza delle opere che oggi il cinema ci propone, ed in particolare quello italiano, e di guardare forse con troppa simpatia ad un certo cinema europeo, e più precisamente a quello francese, che più si affida al magnetismo delle immagini, alle atmosfre rarefatte e cupe, alle inquadrature notturne, soffocanti e piovigginose, ai personaggi inariditi da sentimenti inespressi e dolori dell'anima che confluiscono in desideri onirici e rapporti sessuali ansiosi e problematici.
Forse, ancora, non tutti i disagi che affligono i due protagonisti (indebitamenti, impossibilità di generare, rapporti conflittuali coi genitori) sono sviluppati compiutamente.

[...]

Leggi la recensione completa del film NESSUNA QUALITA' AGLI EROI su filmscoop.it