venerdì 13 giugno 2008

Recensione SOTTO LE BOMBE

Recensione sotto le bombe




Regia di Philippe Aractingi con Nada Abou Farhat, Georges Khabbaz, Rawya El Chab, Bshara Atallah

Recensione a cura di Severino Faccin (voto: 8,5)

"Sotto le bombe" è un film che si racconta da sé, senza bisogno di orpelli o di richiami contro la violenza e contro la guerra o di messaggi di pace e di mutua comprensione. È un film crudo, mai feroce né cruento ma schiettamente realistico, dove le emozioni prevalgono portando in superficie il meglio della natura umana.

La storia è presto detta: una donna, Zeina, in arrivo da Dubai attraverso la Turchia approda nel Libano martoriato dagli attacchi israeliani dell'estate del 2006, per cercare il figlio che aveva affidato alla sorella residente nel villaggio di Kherbet Selem nel sud del paese, del quale non ha più notizie da una settimana. Appena sbarcata nel porto di Beirut si mette alla ricerca di qualcuno che l'accompagni verso Tiro, trovando in Tony, un tassista cristiano della capitale, l'unico disposto a portarla.

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Recensione ANCHE I NANI HANNO COMINCIATO DA PICCOLI

Recensione anche i nani hanno cominciato da piccoli




Regia di Werner Herzog con Hertel Minkner, Erna Gschwendtner, Gerhard Maerz, Gerd Gickel, Helmut Döring

Recensione a cura di amterme63 (voto: 8,5)

"Siamo stufi di lottare contro la bestia che è dentro di noi".

In uno dei periodi più "ottimistici" della storia dell'umanità, all'inizio del Secolo dei Lumi (il '700), uscì una delle opere letterarie più aspre e critiche nei confronti dell'Umanità mai scritte: "I viaggi di Gulliver" di Jonathan Swift.
Usando una veste comico-satirica e lo sfasamento dei punti di vista (la società vista dal punto di vista dei nani o dei giganti), Swift riusciva a fare vedere la natura umana con occhi disincantati, rivelandola come profondamente irrazionale e quasi animalesca.

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mercoledì 11 giugno 2008

Recensione DIARI

Recensione diari




Regia di Attilio Azzola con Roisin Grieco, Amine Slimane, Antonio Sommella, Manuel Ferreira, Maria Teruzzi

Recensione a cura di fabrizio dividi

I migliori anni della nostra vita.

"Diari" affronta con originalità un tema che in Italia è stato affrontato sporadicamente e che non ha mai dato vita a un vero e proprio filone. Il cinema, qui da noi, ha spesso raccontato il mondo scolastico e adolescenziale prendendolo a spunto per la comicità pecoreccia delle commedie scollacciate Anni '80, e talvolta con risultati peggiori, attraverso il prisma di una critica sociale moralistica e politicizzata: tra i registi che hanno fatto eccezione, oltre a Lina Wertmuller e Daniele Luchetti, ricordiamo Nanni Moretti in "Bianca", anche se la caricaturale (e preveggente) ricostruzione ambientale di un istituto scolastico è in gran parte funzionale alla figura del protagonista.

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Recensione TUTTA COLPA DI VOLTAIRE

Recensione tutta colpa di voltaire




Regia di Abdel Kechiche con Sami Bouajila, Elodie Bouchez, Bruno Lochet, Aure Atika

Recensione a cura di peucezia (voto: 7,0)

Opera prima del regista franco-tunisino Kechiche pluripremiata nei vari festival cinematografici, "Tutta colpa di Voltaire" apre un ciclo poi sviluppato meglio in seguito nelle altre prove.
La tematica infatti è quella dell'inserimento dell'immigrato nordafricano in Francia, in particolare nell'ambiente multietnico della capitale, e delle relazioni con le varie comunità che convivono nel Paese.
Il giudizio che dà Kechiche del fenomeno è però tutto sommato positivo: né in questo né nei film successivi si parla di scontri interrazziali o classisti, ma invece il clima appare disteso e improntato sullo scambio e sulla collaborazione.

In "Tutta colpa di Voltaire" il protagonista, il giovane tunisino Jallel, arriva dalla madre patria a Parigi deciso a migliorare la propria esistenza e quella familiare; per poterlo fare ricorre ad un piccolo trucchetto: si finge algerino e richiede asilo politico. I francesi, che hanno dato i natali al grande Voltaire, sono notoriamente particolarmente sensibili ai diritti umani e quindi "abboccano".

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lunedì 9 giugno 2008

Recensione RED ROAD

Recensione red road




Regia di Andrea Arnold con Andrew Armour, Martin Compston, Tony Curran, Kate Dickie, Nathalie Press

Recensione a cura di Mimmot

Teso ed incalzante, claustrofobico e dolente, "Red Road" è la discesa agli inferi nell'ossessione di una donna, arida nei sentimenti e svuotata della capacità di vivere compiutamente dalla lunga elaborazione di un lungo e doloroso momento della sua vita; ma è anche la cronaca drammatica dell'interminabile viaggio di una donna, verso la ricerca di una vendetta a lungo meditata, per dare libero sfogo al suo odio represso e pareggiare i conti con un passato per lei lacerante.
I durevoli silenzi, le "sporche" atmosfere, i colori sgranati, la lentezza della narrazione, le voyeuristiche scene di sesso esplicito, le squallide ambientazioni rendono perfettamente bene il disagio di una donna in carenza di affetti, ed inducono lo spettatore in un lungo gioco di disorientamento perturbante, che lo porta ad accomunare vittime e carnefici come elementi di una stessa sconfitta, che unisce più che divide.

Girato dalla regista scozzese esordiente Andrea Arnold, "Red Road" è il primo lungometraggio di una trilogia denominata "The Advantage Party", un progetto britannico che prevede la realizzazione di tre film di tre registi scozzesi esordienti, interpretati dallo stesso gruppo di attori che recitano sempre il medesimo ruolo, con l'unico vincolo di raccontare lo squallore delle periferie di tre città scozzesi, con la stessa semplicità spartana di un film alla "Dogma 95" del danese Lars Von Trier.
Alla non più giovanissima Arnold è toccato il compito di rompere il ghiaccio, e lo ha fatto ambientando la sua opera in un quartiere desolato e desolante della periferia di Glasgow.
La sua fatica è stata facilitata dagli ottimi interpreti Kate Dickie e Tony Curran, entrambi di estrazione televisiva, ma bravissimi e coinvolgenti come pochi: anzi è mancato poco che la Dickie, a Cannes 2006 (dove il film è stato presentato in concorso vincendo il premio della Giuria) non vincesse la Palma d'oro come miglior interprete femminile.

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giovedì 5 giugno 2008

Recensione TOKYO!

Recensione tokyo!




Regia di Joon-Ho Bong, Leos Carax, Michel Gondry con Yu Aoi, Jean-François Balmer, Ayako Fujitani, Teruyuki Kagawa, Ryo Kase, Denis Lavant

Recensione a cura di fabrizio dividi (voto: 6,5)

Presentato a Cannes nella sezione "Un certain regard" il film ad episodi "Tokyo!" diverte ma non entusiasma.

Il primo episodio, "Interior Design" di Michel Gondry, racconta di una ragazza che, persa nella burocrazia della megalopoli giapponese, si scopre del tutto inadeguata; quando anche il suo ragazzo comincia a disinteressarsi di lei comincia a subire una lenta metamorfosi, fino a trasformarsi in una sedia.
In una sintesi perfetta tra "Pinocchio" e "Tetsuo", con la poesia del primo e l'angoscia del secondo, riesce perlomeno a rendersi utile all'inconsapevole padrone di casa dal quale si rifugia. Storia semplice raccontata con delicatezza, insaporita con stupefacenti effetti grafici e piccole trovate che la rendono comunque gradevole.

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Recensione ZATOICHI

Recensione zatoichi




Regia di Takeshi Kitano con Takeshi Kitano, Tadanobu Asano, Michiyo Oguso, Yui Natsukawa, Guadalcanal Taka, Daigoro Tachibana

Recensione a cura di Severino Faccin (voto: 8,5)

Vendicatore solitario, giustiziere cieco, paladino degli oppressi: tutto questo è "Zatoichi", l'eroe fatto rivivere sullo schermo da Kitano Takeshi secondo un modello collaudato che, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta del Novecento fu personaggio di successo in molteplici film e telefilm che narravano le sue imprese in lungo e in largo attraverso il Giappone feudale.

La versione di Kitano si distingue per la sottile vena di ironia che la pervade: a iniziare dall'interpretazione del regista nel ruolo principale, in cui sfodera un'improbabile capigliatura biondo ossigenata, per finire con il tratteggio in toni macchiettistici di alcune delle figure nei ruoli comprimari.
È così per la contadina che offre ospitalità al giustiziere e per le sorelle Okinu e Osei (in realtà Osei è un maschio) che, travestite da geisha vagano alla ricerca della banda che ha assassinato la loro famiglia; e non vanno dimenticati Shinkichi, il nipote della contadina, amante del gioco d'azzardo e amico fidato di Zatoichi, e il ragazzone sciocco ma innocuo, che passa tutto il giorno a correre intorno alla casa della contadina brandendo lance e spada, convinto di essere un samurai.
Intanto i cattivi continuano a imperversare impunemente nel villaggio; primo fra tutti il capo dei capi, il perfido Kuchinawa, che sotto le spoglie di anziano inserviente dell'oste ordisce qualsiasi manovra abbia per oggetto soprusi, ruberie, omicidi. A differenza degli amici però, Kuchinawa e tutta la schiera dei nemici di Zatoichi sono dei bruti veri, non vi è ironia né malizia nei loro personaggi: quando compiono delle male azioni lo fanno con genuina cattiveria. Per fortuna c'è sempre lì il giustiziere, pronto a riparare a tutti i torti con l'aiuto della sua katana rossa.
Per questo Zatoichi dovrà vedersela con Hattori, il portentoso ronin, fiero e orgoglioso, che mette la propria forza a disposizione di chi lo paga. Un cattivo su commissione, egli svolge i compiti che gli sono assegnati per pura obbedienza e senso del dovere. Per quello stesso senso del dovere e per dimostrare la sua superiorità di combattente Hattori accoglierà la sfida e si farà uccidere per mano di Zatoichi.

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