venerdì 25 luglio 2008

Recensione L'IMPERATORE DI ROMA

Recensione l'imperatore di roma


Regia di Nico D'Alessandria con Gerardo Sperandini, Giuseppe Amodio, Fulvio Meloni

Recensione a cura di Hal Dullea

La Roma degradata che fu già raccontata da Pasolini, squallida periferia di rovine, immondizie, drogati e prostitute, è attraversata da Gerry (G. Sperandini che fa se stesso), biondo vichingo tossicodipendente e schizofrenico che si proclama imperatore (e camminatore) d'una città senza più domìni né dignità. Gerry, nel delirio d'una notte insonne, s'immagina d'essere un sovrano dell'Urbe tornato a portare la vita dopo la fine del mondo.

Faticosamente girato nell'arco di cinque anni, "L'imperatore di Roma" è il film d'esordio di Nico D'Alessandria, cineasta indipendente della capitale. Presentato in pochissime sale e fugacemente in alcuni Festival, è stato in cartellone ad "Anteprima" 1989 di Bellaria. "Lo girai muto, in 35 mm, eravamo in tre, io, l'operatore Roberto Romei e Giuliana Mancini, lo sonorizzai dopo con le voci dei protagonisti, e lo montai personalmente. La pellicola era la più economica, la ORWO, che mi feci mandare dalla Germania Est. Con 6000 metri feci il film. Quando iniziai, il protagonista Gerardo Sperandini era internato all'ospedale psichiatrico di Aversa, dove il padre, maresciallo di polizia, lo aveva fatto rinchiudere andandosi a raccomandare personalmente dal giudice ("Per un po' di tempo" - diceva - "perché si riprenda" - come ho raccontato nel film) e mi fu affidato dal magistrato di sorveglianza... Abbiamo vissuto insieme per 30 giorni, il periodo delle riprese, anche di notte perché era assolutamente rischioso lasciarlo da solo. Gerry, cioè Gerardo Sperandini, è morto di recente, 20 giorni prima di Vittorio Cavallo [il protagonista de "L'amico immaginario", secondo lungometraggio del regista, girato nel 1994]. Ogni tanto, o meglio spesso, mi vengono alla mente i loro gesti, i loro modi di fare; per esempio Gerry beveva la birra, era sempre come se suonasse la tromba...".

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Recensione DENTI

Recensione denti




Regia di Mitchell Lichtenstein con Jess Weixler, Hale Appleman, Paul Galvan, Julia Garro, John Hensley, Trent Moore, Josh Pais Ava Ryen Plumb, Ashley Springer

Recensione a cura di paul (voto: 8,0)

Arriva sugli schermi italiani "Denti", già piccolo cult tra gli appassionati di genere e caso cinematografico del cinema indipendente 2008: etichettato da molti come horror puro, ma in realtà da identificarsi più come un ulteriore manifesto femminista portato sul grande schermo, una via di mezzo tra "Ms 45" di Abel Ferrara e "Non violentate Jennifer".
Il regista, Mitchell Lichtenstein, qui al suo debutto cinematografico, noto ai più come attore in ruoli importanti come quello nel film di Robert Altman, "Streamer" (con il quale vinse in qualità di Miglior Attore al Festival di Venezia nel 1983) e nel film di Ang Lee "The wedding banquet", ci tiene a precisare che "Denti" non è e non vuole essere solamente un horror, ma una pellicola grottesca, imperniata di humour e di metafore.
Quale infatti essa è.

La trama è molto semplice: Dawn (nome non casuale, sebbene il personaggio appaia "quasi" normale e solo lontanamente parente in quanto ad emarginazione alle note Carrie di De Palma o Zoe Lund de "L'Angelo della vendetta") è una studentessa di liceo che si impegna, anche pubblicamente, a preservare la propria e dell'altrui castità all'interno di un comitato scolastico con ideali analoghi; fino a quando, eccessivamente "forzata" da un suo compagno di classe ad avere un rapporto sessuale, scopre a sue spese di avere una vagina dentata.
Mentre Dawn indaga su antichi miti che raccontano come quella di una vulva coi denti sia una paura ancestrale più riguardante gli uomini, facciamo anche conoscenza di Brad, il burbero fratellastro, e della famiglia più o meno problematica della nostra eroina.
Dawn, inseguendo i miti, realizza che per riuscire a risolvere il proprio problema ha bisogno di un cavaliere, un eroe che sappia affrontare il nodo della questione (ovvero, che possa penetrarla) senza paura al riguardo; qualcuno che possa amarla sul serio.
Ma quando scopre che il ragazzo di cui si è invaghita le ha tirato in realtà un brutto scherzo, userà il suo "strumento" proprio per vendicarsi di quel mondo maschile che tanto usa il gentil sesso perchè "vuole solo quella cosa lì" (e in questo caso, di contraltare, è d'obbligo la citazione,a discolpa del genere maschile, del sempreverde "Quell'oscuro oggetto del desiderio", di Luis Bunuel).

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mercoledì 23 luglio 2008

Recensione LUCI DELLA CITTA'

Recensione luci della citta'




Regia di Charles Chaplin con Charles Chaplin, Harry Myers, Virginia Cherrill, Florence Lee

Recensione a cura di emans (voto: 10,0)

"Luci della città", una delle più note opere di Charlie Chaplin, viene proiettato per la prima volta nel 1931, quando il cinema "sonoro" ha ormai sostituito il "muto".
Molti artisti che sfruttavano alla perfezione quel cinema fatto solo di immagini iniziano un rapido declino, non riuscendo a replicare il successo guadagnato durante l'epoca del muto (per tutti valga l'esempio di Buster Keaton); Chaplin invece, malgrado il fratello Sydney avesse provato a dissuaderlo, era deciso a continuare a girare film muti, credendo che il sonoro avesse vita breve. Egli peraltro non vedeva nel "vagabondo" delle possibilità "vocali": per far notare il suo disagio sociale e per far sorridere il pubblico non riteneva necessario il parlato: la matrice dalla quale era nato era muta come gli stracci che portava.

Furono diversi i problemi da affrontare per portare avanti questa coraggiosa scelta.
Dall'esplosione del sonoro, arrivata gia da tre anni, gli attori avevano quasi del tutto abbandonato le tecniche recitative per pantomime; oltretutto, Chaplin dovette affronatre anche la difficoltà di trovare un'attrice adatta ad interpretare il ruolo della protagonista, una ragazza che doveva essere bella e risultare allo stesso tempo credibile come cieca. Fu quasi per caso che Chaplin conobbe Virginia Cherrill; la scelse subito malgrado questa non avesse nessun tipo di esperienza. A tale proposito, Chaplin ebbe a dichiarare: "E' esattamente ciò che voglio, se sapessi recitare dovresti dimenticarti tutto quello che hai imparato. Io lavoro a modo mio, ed è diverso da tutti gli altri".
Il rapporto tra i due fu però assai burrascoso, tanto che nel bel mezzo del film la Cherrill venne licenziata per essere arrivata in ritardo alle prove.
Per sostituirla, Chaplin arruolò quindi Georgia Hale, già protagonista de "La febbre dell'oro", e con lei girò la famosa scena finale (quella che secondo il regista era la peggior scena girata dalla Cherrill); si rese ben presto conto però del tempo che avrebbe perso a rigirare tutte le scene già definite e soprattutto dei metri di pellicola che aveva gia utilizzato, e fu pertanto costretto a richiamare la Cherrill.
L'ostacolo più grande Chaplin lo trovò però nel girare la scena dell'incontro tra i due protagonisti: come far passare un semplice vagabondo senza soldi per un riccone che non accetta il resto da una fioraia cieca? Passarono mesi prima che si arrivasse alla soluzione; mesi in cui la scena venne ripetuta fino alla nausea, prima che al regista venisse un'idea efficace.
Fu un periodo difficile per tutto il cast, costretto a girare e ri-girare quella sequenza, fino a quando Chaplin non ebbe l'idea giusta: la portiera di un'auto sbatte vicino al luogo dell'incontro, la ragazza cieca cerca di dare il resto ma sentendo la macchina allontanarsi capisce che il suo cliente è un benestante che gli ha fatto un regalo.
Guardando questa sequenza, che dura in effetti solo 70 secondi, non si può non pensare a tutto il tempo passato dal regista per trovare la soluzione; tempo in cui avrà avuto modo di rivalutare il "sonoro", che gli avrebbe dato facilmente la possibilità di risolvere questa incombenza. Ma alla fine a vincere saranno la sua testardaggine e il suo genio.
E' poi formidabile come Chaplin trasformi una scena cosi drammatica e commovente in una fragorosa risata dovuta ad una secchiata d'acqua in pieno volto: in pochi secondi stravolge i sentimenti dello spettatore come pochi al mondo riescono a fare.

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venerdì 18 luglio 2008

Recensione I TARTASSATI

Recensione i tartassati




Regia di Steno con Cesare Fantoni, Cathia Caro, Louis De Funès, Aldo Fabrizi, Totò

Recensione a cura di peucezia (voto: 7,5)

La coppia Totò-Fabrizi, già sperimentata in altre occasioni, riprende il tema della "guardia" e del "furfante" come nel precedente "Guardie e ladri", girato da Monicelli nell'immediato dopoguerra; se però nel film di Monicelli Totò era giustificato da una contingente situazione di fame e disoccupazione, in questa pellicola di Steno la sua posizione è decisamente negativa.
Il comico napoletano interpreta infatti il ruolo di un ricco commerciante di stoffe e capi d'abbigliamento, ostinato nella sua decisione di non versare le tasse all'erario coadiuvato da un commercialista furbo e disonesto (il francese Louis de Funés, non ancora celebre nel nostro paese). Purtroppo incontra sulla sua strada l'integerrimo e burbero finanziere interpretato da Aldo Fabrizi, che ostacolerà i suoi piani.
Totò è quindi il cialtrone, l'italiano finto scaltro che vuole godere dei privilegi ottenuti grazie alle sue capacità (l'attività di commerciante) ma nello stesso tempo rifiuta di dare al suo prossimo, rappresentato in questo caso dallo Stato, mentre invece Fabrizi è l'Istituzione, burbera ma anche paterna, che tenta di dare un correttivo a chi vuole scantonare.

La storia è fondamentalmente basata sui siparietti comici tra i due protagonisti, con l'intermezzo rosa della relazione amorosa tra i loro rampolli. Tra i caratteristi, il ruolo del francese de Funés, anche se limitato a pochi interventi, è ben inserito nella vicenda: il comico d'oltralpe è l'antitesi dell'esperto di finanze, ma rappresenta il non plus ultra dell'arte di arrangiarsi condita in salsa più colta; l'uomo sfrutta l'ignoranza e la scarsa affezione ai suoi doveri di cittadino del Pezzella per guadagnare più che aiutare l'uomo a portare avanti un regime economico adeguato.

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giovedì 17 luglio 2008

Recensione L'ARGENT

Recensione l'argent




Regia di Robert Bresson con Christian Patey, Caroline Lang, Sylvie van den Elsen, Michel Briguet

Recensione a cura di Hal Dullea

Norbert e il suo amico Martial, rampolli di famiglie della buona borghesia, comprano una cornice nel negozio di un fotografo e la pagano con un biglietto da 500 franchi falso. Yvonarge, addetto al trasporto del gasolio da riscaldamento, riceve il biglietto in pagamento di un carico. Ignaro, al bar paga con quello un cognac e lo arrestano. Al processo, il fotografo, tacitato con il denaro della madre di Norbert, dichiara di non aver mai visto Yvon. Lo conferma il commesso Lucien (in realtà è stato lui a consegnare la banconota a Yvon, ma anch'egli è stato pagato). Rimesso in libertà, Yvon (che ha una moglie, Elise, e una figlia, Yvette) non riesce a trovare lavoro. Accetta allora di fare l'autista per una rapina in banca. Ma il colpo fallisce. Arrestato, Yvon è condannato a tre anni di carcere. E in carcere finisce anche Lucien.
Licenziato per aver alterato i cartellini dei prezzi intascando la differenza, il commesso infedele trattiene le chiavi del negozio e svuota la cassaforte; dopodiché svaligia alcuni bancomat. Una lite, intanto, fa finire Yvon in cella di rigore per trenta giorni, durante i quali gli muore la figlia. Tenta il suicidio. Riportato dall'ospedale in carcere, incontra Lucien che si offre di aiutarlo a fuggire, per riparare al male che gli ha fatto. Ma Yvon, che è stato abbandonato dalla moglie, rifiuta. Quando esce dal carcere, va in un alberghetto della periferia parigina, ne uccide i proprietari e ruba quel po' di denaro che trova. Poi segue una donna che ha appena ritirato la pensione. Nonostante che Yvon confessi il suo crimine, è accolto nella casa dove la pensionata si prende cura del vecchio padre, di due sorelle, del cognato e del nipote paralitico.
Improvvisamente, una sera, Yvon impugna una scure e uccide tutti i componenti della famiglia che lo ospita. Poi va a costituirsi.

Robert Bresson (1907-1999), conseguita la laurea in filosofia, si accosta all'arte cinematografica assistendo alla lavorazione di alcuni film. Nel tempo libero dipinge. Dopo un anno e mezzo di prigionia in Germania, la ricerca della Grazia diviene una costante, alla quale egli tende con una graduale purificazione del segno registico: il suo cinema è fatto di progressive privazioni.
Al di fuori d'ogni filone e genere, Bresson mira a una forma d'architettura filmica così rigorosa da superare il concetto di rappresentazione: la sua non è "mise en scène" bensì "mise en ordre". Spesso infatti il cuore dell'azione avviene fuori campo, mentre le immagini riprendono una realtà autonoma, incurante del sussistere delle figure umane.

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martedì 15 luglio 2008

Recensione ATTO DI FORZA

Recensione atto di forza




Regia di Paul Verhoeven con Arnold Schwarzenegger, Rachel Ticotin, Sharon Stone, Ronny Cox, Michael Ironside, Marshall Bell, Mel Johnson Jr., Michael Champion, Roy Brocksmith, Ray Baker, Rosemary Dunsmore

Recensione a cura di Giordano Biagio (voto: 7,5)

"Atto di forza" ("Total Recall"), made in USA, è uno science fiction a colori di indubbia qualità, con un montaggio sopra le righe, sempre ben sincronizzato con lo sviluppo narrativo voluto dall'autore ed in linea con quanto la sceneggiatura suggerisce in termini di scorrimento e rapidità d'azione.
Con questa pellicola Verhoeven dimostra l'importanza del montaggio, inteso nella sua accezione più classica come sintassi della grammatica per immagini, e ci invita a considerarlo non solo come faticoso lavoro tecnico, privo di significativi risvolti artistici, ma un modo, a volte anche geniale, di migliorare l'estetica dell'insieme del film.

La pellicola si afferma subito nel mercato cinematografico internazionale in virtù di diversi e importanti risultati estetici e spettacolari, riscontrabili soprattutto in quelle scene che brillano per degli effetti a sorpresa misti a meraviglia, come le sequenze che mostrano lo scorrere degli scheletri dei passeggeri della metropolitana su uno gigantesco schermo a raggi x, che ha compiti di prevenire l'ingresso armato dei passeggeri, o il gentile tassista robot, un po' psicologo, che dialoga con i viaggiatori consolandone anche i malumori, nonchè la scena del controllo su Marte dei passeggeri arrivati dalla terra, in cui Quaid (Schwarzenegger) travestito da donna per motivi di missione segreta, insospettisce con il suo strano comportamento il sorvegliante, che lo costringe a strapparsi dal volto la maschera elettronica dallo sguardo femminile, creando nei passanti presenti nel film e negli spettatori un senso di stupefazione indimenticabile.
Di rilievo nel film anche l'effetto estetico creato dalla trama, sempre ben tirata, in forte tensione, con numerose sequenze sceniche in stretto parallelo con il motivo centrale del racconto, che si sciolgono felicemente nelle fasi finali del film, contribuendo notevolmente all'elevazione del piacere legato all'esito della vicenda principale.

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venerdì 11 luglio 2008

Recensione LA CONVERSAZIONE

Recensione la conversazione




Regia di Francis Ford Coppola con Gene Hackman, John Cazale, Allen Garfield, Frederic Forrest, Cindy Williams, Michael Higgins, Elizabeth MacRae, Teri Garr, Harrison Ford, Robert Shields, Robert Duvall

Recensione a cura di Hal Dullea

L'esperto in intercettazioni Harry Caul riceve dal segretario di un uomo d'affari, che sospetta la moglie di infedeltà, l'incarico di procurargli le prove registrando quel che si dicono la donna e il suo amante. Con l'aiuto di un apparecchio d'ascolto e di tre collaboratori, Harry intercetta una loro conversazione tra la folla di un parco. Riascoltando più volte la registrazione, si convince però che la coppia spiata corre un grave pericolo ed esita a consegnare i nastri. Ma qualcuno glieli trafuga. Per prevenire la tragedia, Harry corre all'albergo dove sa che i due amanti si incontreranno. Il dramma esplode ugualmente, ma la vittima è il marito della donna, caduto in una diabolica trappola tesagli - con l'aiuto involontario di Harry - dalla moglie, dall'amante e dal segretario. L'uomo viene dato per morto in un incidente e Harry viene ammonito a stare in guardia. Consapevole di essere a sua volta controllato, Harry smonta pezzo per pezzo il proprio appartamento nella vana ricerca di qualche microfono nascosto chissà dove.

"La conversazione" è un thriller a sfondo filosofico che gioca d'anticipo sui tempi e sulle mode. Il film è stato realizzato tra il primo e il secondo "The Godfather" ("Il padrino", 1972-1974) con una formula di produzione mista: un'associazione di autori (Coppola, Bogdanovich e Friedkin che fondano la Directors Company) e una major (Paramount), sintesi originale tra ideologia all'europea e capitale americano, tra realismo narrativo di genere e astrazione poetica d'arte.
Ne risulta un film complesso ma condotto con rigore e coerenza all'insegna di un'alta dignità spettacolare: informazione e spettacolo si saldano, come nelle meravigliose macchine dell'eros tecnologico di Harry Caul.
La Palma d'oro a Cannes premia questa linea. Il film è interpretato da un attore insolito nel clan coppoliano: Gene Hackman, "ideale per quel ruolo - sottolinea il regista - per la banalità del suo fisico, elemento fondamentale per il personaggio. È l'uomo invisibile per antonomasia. Impiega il suo tempo a spiare gli altri, ed è talmente ossessionato di essere osservato a sua volta che ha praticamente cessato di vivere, si è ridotto al nulla".

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