martedì 4 novembre 2008

Recensione IL PAPA' DI GIOVANNA

Recensione il papa' di giovanna




Regia di Pupi Avati con Silvio Orlando, Francesca Neri, Ezio Greggio, Alba Rohrwacher, Serena Grandi, Gloria Cocco

Recensione a cura di GiorgioVillosio

Malato di un amore eccessivo per la figlia psicolabile, un modesto insegnante di disegno, artista fallito, non si rassegna a perderla, seguendone il destino fino alla fine; anche dopo che la povera demente uccide la migliore amica senza pietà, per una folle gelosia.

Mai come negli anni in cui viviamo la forma fisica e un bell'aspetto hanno condizionato l'esistenza delle persone, elargendo successo o infelicità; da cui una società schizofrenica, che persegue certi sogni ottusamente, coi miti del divismo, della giovinezza a tutti i costi e delle icone "velinare", trascurando, per contrapposto, valori effettivi di tipo spirituale, artistico ed intellettuale, riconosciuti da sempre come "bellezza dell'anima". Quella che dura, non muore, raggiungibile da tutti.
Il senso di inadeguatezza dell'adolescente che si sente come un "brutto anattrocolo" è storia però di sempre, databile anche nell'Italia fascista del '38, dove è ambientata la triste storia di Giovanna e del padre, Silvio Orlando, che sommerge la figlia di attenzioni esagerate per farle superare i sensi di inferiorità.
Fin qui sembra delinearsi un quadro di taglio Adleriano, in cui la genesi del disagio si collegherebbe al penoso senso d inadeguatezza della giovane. Ma la storia che Pupi avati ci racconta, al cinema ma anche nel romanzo omonimo, è molto più complessa e dolorosa, facendo emergere le sensibilità malate dei genitori per i loro stessi irrisolti. Il modesto professore sa di non essere mai stato amato dalla moglie, Francesca Neri, madre troppo bella della povera Giovanna, che peraltro non ha mai dimostrato affetto e comprensione verso la figlia.
Questa ne soffre al punto da uscire di senno, con forme ossessive di gelosia e possessività; sentimenti malati che la portano ad uccidere la migliore amica.

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Recensione VENGA A PRENDERE IL CAFFE' DA NOI

Recensione venga a prendere il caffe' da noi




Regia di Alberto Lattuada con Ugo Tognazzi, Francesca Romana Coluzzi, Milena Vukotic, Jean-Jacques Fourgeaud

Recensione a cura di kowalsky (voto: 8,0)

"Il modello di questo personaggio è la mediocrità. Io riconosco a me stesso molte caratteristiche della mediocrità, non tutte naturalmente; così le mie, unite a quelle due o tre che caratterizzano in permanenza il personaggio, hanno dato come risultato un annuario, un glossario della mediocrità umana... nel film di Lattuada sono stato affascinato dalla possibilità di costruire un campione di mediocrità, sublimata dal fatto che il personaggio è anche presuntuoso. Quest'uomo non conta niente, è meno di niente, ha un solo progetto mediocre, un comportamento mediocre; tuttavia crede che il suo comportamento sia quello di un personaggio importante".
(Ugo Tognazzi, intervista del 1973)

Chi meglio dell'attore principale (Tognazzi) poteva descrivere il suo personaggio, Emerenziano Paronzini? Eppure "Venga a prendere il caffè da noi" pone un'altro interrogativo: Piero Chiara, chi era costui? Semplicemente uno dei più abili fustigatori letterari del suo tempo, a cui si deve proprio "La spartizione" (1964), romanzo da cui fu tratta, sei anni più tardi, questa riduzione cinematografica di Lattuada.
Un film fortunatissimo in cui fra l'altro anche l'autore del romanzo compare in un ruolo di contorno (è accaduto rarissime volte, nel cinema).

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venerdì 31 ottobre 2008

Recensione RISORSE UMANE

Recensione risorse umane




Regia di Laurent Cantet con Chantal Barré, Jean-Claude Vallod, Jalil Lespert

Recensione a cura di Mimmot

"Mi hai cresciuto nella vergogna per la tua classe sociale".
Così Frank, il giovane apprendista manager di "Risorse umane", in un crudele faccia a faccia, rinfaccia al padre la sua rassegnata accettazione del destino e lo rimprovera per averlo cresciuto inculcandogli quel sentimento di vergogna per essere figlio di un operaio.
"Lavorare non è come studiare", abbozza timidamente il padre, cercando una giustificazione per aver coltivato per tutta la vita l'ambizione che da grande il figlio fosse riuscito a fare un grande balzo in avanti nella scala sociale e affrancarsi dalla sua condizione proletaria.

È stato questo il sogno di tutta una vita per il vecchio operaio silenzioso, in casa come sul lavoro: crescere un figlio dandogli la possibilità di un avvenire migliore del suo; per questo lo ha mandato a studiare Economia Aziendale a Parigi, coronando così il desiderio di introdurlo nel dorato mondo dirigenziale.
Terminati gli studi il ventiduenne Frank torna a Gaillon, piccola cittadina della Normandia, dove è nato e dove il padre da trentanni lavora per otto ore al giorno, come operaio alla saldatrice, nella locale fabbrica che costruisce pezzi per due importanti industrie automobilistiche francesi. Qui lo aspetta uno stage dirigenziale, preludio di quella carriera silenziosamente sognata dal padre per lui.
Ovviamente il padre è molto orgoglioso che suo figlio entri in fabbrica, ma in giacca e cravatta e non in tuta da operaio come lui. Ovviamente il figlio crede ciecamente che possa unire i due mondi, facendosi tramite tra l'utopistico sogno del padre e il cinico mondo capitalistico in cui sembra perfettamente avviato.
Il momento però non è dei più favorevoli: in una Francia che si prepara a mettere in atto le nuove regole del mercato del lavoro si discute dell'introduzione delle 35 ore lavorative che comporta, conseguentemente, la riduzione dell'orario di lavoro.

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giovedì 30 ottobre 2008

Recensione DOOMSDAY

Recensione doomsday




Regia di Neil Marshall con Rhona Mitra, Bob Hoskins, David O'Hara, Malcolm McDowell, Adrian Lester, Alexander Siddig

Recensione a cura di Granf (voto: 8,0)

Il giovane regista e sceneggiatore Neil Marshall, autore in precedenza di "Dog Soldier" e "The Descent", opere divenute cult nel giro di pochi anni, firma ora questo "Doomsday ? Il giorno del giudizio".
La trama del film racconta del virus "reaper" che attacca la Scozia decimandone la popolazione e costringendo il governo a mettere in quarantena l'intera regione. Trent'anni dopo, però, lo stesso virus invade Londra e la sua gente; le autorità decidono quindi, dopo aver accertato la presenza di alcuni superstiti nella zona di quarantena scozzese, di inviare una spedizione per recuperare un'eventuale e quanto mai sperata cura.

Dopo essersi calato nell'horror con "The Descent", anche con notevoli risultati, il regista inglese realizza quest'opera considerata da molti "una marea di citazioni sparse alla rinfusa", ma che in realtà è più un omaggio divertito e appagato ad un genere - il b-movie anni '80 - che probabilmente oggi non suscita grande interesse, ed è stato quasi completamente affossato dagli action movie pieni di effetti speciali, prevalentemente americani.
Marshall ha chiaramente ammesso di essersi ispirato a registi come il Carpenter di "1997 - Fuga da New York", oppure al Miller di "Mad Max" o al Walter Hill de "I Guerrieri della Notte". Il risultato è un collage cinematografico che vive comunque di luce propria e di una salda e decisamente ricca personalità.

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Recensione PRENDIMI E PORTAMI VIA

Recensione prendimi e portami via




Regia di Tonino Zangardi con Valeria Golino, Rodolfo Laganà, Antonio Iuorio, Claudio Botosso, Nino Frassica

Recensione a cura di peucezia (voto: 7,0)

Film del 2003 di un regista poco noto, Tonino Zangardi, "Prendimi e portami via" è ancora oggi attuale per la tematica affrontata: l'intolleranza nei confronti del diverso, inteso come "differente", sia per carattere, modo di vivere, etnia o razza.

Una periferia romana "pasoliniana", palazzi nati come funghi e tutto intorno spazio sterminato privo di tutto; a pochi passi dalle palazzine "civili" un campo Rom, male accettato da gran parte degli abitanti, a loro volta male accettati da chi è costretto ad andare da loro.
In questa atmosfera squallida e monotona nasce l'amicizia tenera tra due giovanissimi, un ragazzino con la testa tra le nuvole innamorato della geografia, compagno di un vecchio atlante che gli da' informazioni poco aggiornate e una piccola Rom più sveglia, ma emarginata quanto lui.

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lunedì 27 ottobre 2008

Recensione L'ATALANTE

Recensione l'atalante




Regia di Jean Vigo con Michel Simon, Jean Dasté, Dita Parlo, Gilles Margaritis, Louis Lefebvre

Recensione a cura di Marco Iafrate (voto: 10,0)

Jean e Juliette, novelli sposi, si imbarcano sul battello Atalante con destinazione Le Havre, insieme a loro i membri dell'equipaggio: il vecchio lupo di mare Père Jules ed un giovane mozzo. Il viaggio si snoda lungo il canale dell'Oise e a Juliette, complice la noia e banali ma continue incomprensioni con Jean, la vita sulla chiatta le appare subito difficile; durante una sosta notturna, attratta da un simpatico ed estroverso corteggiatore e dall'irresistibile fascino delle luci e dai suoni della grande città, la ragazza abbandona di nascosto l'Atalante e si dirige verso Parigi facendosi trascinare dal turbinio della metropoli. Deluso ed affranto Jean decide di lasciare la moglie sulla terraferma e riprende il viaggio lungo il fiume, ma la lontananza da Juliette lo fa cadere in uno stato di profonda depressione; é Père Jules a rintracciare caparbiamente Juliette ed a riportarla sull'Atalante: l'abbraccio con Jean riporta la felicità sul battello.

Stiamo parlando della storia d'amore di una qualsiasi commedia francese? No, stiamo parlando di uno dei capolavori assoluti della storia del cinema, l'arte che si veste di immagini in chiaro scuro e si muove, lasciando dietro di sé la scia nostalgica delle cose andate, irripetibili perché uniche.

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giovedì 23 ottobre 2008

Recensione IL CUORE ALTROVE

Recensione il cuore altrove




Regia di Pupi Avati con Neri Marcorè, Vanessa Incontrada, Sandra Milo, Giulio Bosetti, Nino D?Angelo

Recensione a cura di disamistade

No, mi spiace caro Ovidio, ma la "flava puella" non esiste, forse non è neppure mai esistita. Lo capisce senza neanche particolare rammarico Nello (Neri Marcorè), un romano professorino di greco e latino che si trasferisce nella Bologna anni '20 (città immancabile, considerando il regista) alla sua ricerca. Certo che, a ben guardare il nostro protagonista, prototipo del "timido" per eccellenza, si accontenterebbe di una brava moglie, cosa importa se ricca o povera, bella o brutta, vedente o non vedente. Ma sfortuna vuole che un giorno incontri piuttosto una Lesbia catulliana e, prendendola per la sua "Musa malata" per dirla alla Baudelaire, si accontenti dell'amaro retrogusto di un amore che sa di ultima spiaggia per lei e di dono celeste per il quale ringraziare sempre e comunque per lui. E, infatti, nella loro storia d'amore è forse solo lui ad imparare qualcosa, se non altro ad amare anche con il corpo una donna. La nostra bellissima non vedente invece inizialmente sembra potersi redimere ed in qualche modo elevare grazie all'impacciato professore, ma con il procedere del film diviene evidente che la ragazza, frutto di una bellezza deviante e di una società bene più cieca di lei, è persa. Infatti, ed in realtà ce lo aspettavamo tutti, diviene l'ennesima protagonista della storia di sempre, dove la bella, dopo una parentesi fugace di possibile autenticità, lascia il fidanzato brutto e non abbastanza ricco, per un più distinto (eufemismo scambiato per sinonimo di benestante) medico svizzero, il cui unico merito e di averle salvato la vista, trascurando - ovviamente - l'anima.

Certo è che, comunque, tutte le donne di questo film buona figura non fanno, tutte sempre così prive di personalità propria.
Uno degli esempi più eclatanti è rappresentato dalla madre di Nello, che concede al marito un benevolo quanto rassegnato consenso alle sue continue scappatelle sessuali. L'apoteosi del degrado, poi, si raggiunge nella prima cieca che il nostro Marcorè incontra, che, oltre ad essere brutta e sprovvista di alcun fascino è pure sputacchiante.
L'unica che potrebbe in qualche modo salvarsi è l'amante di Nino D'Angelo; infatti, superando la sua eccessiva libertà di costumi, sembra la più autentica: incantata e sedotta dalle frasi latine, insegue le infatuazioni e il sesso senza falsi pudore, rimanendo sempre più o meno consapevole che "al fondo del bicchiere del piacere c'è il vuoto" (Hegel).

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