giovedì 18 giugno 2009

Recensione OUTLANDER - L'ULTIMO VICHINGO

Recensione outlander - l'ultimo vichingo




Regia di Howard McCain con James Caviezel, Sophia Myles, Jack Huston, Ron Perlman, John Hurt, Owen Pattison, Ted Ludzik, Aidan Devine, Michael Fox, Katie Bergin, Todd Schroeder, Cliff Saunders, Simon Northwood, Ricardo Hoyos

Recensione a cura di Nicola Picchi (voto: 5,5)

Nell'anno 709, l'astronave di Kainan precipita in un lago norvegese. Resosi conto di essere l'unico sopravvissuto, l'uomo viene ben presto fatto prigioniero dai Vichinghi di Re Rothgar, che lo conducono ad Herot per interrogarlo, sospettandolo di aver preso parte alla distruzione di un vicino villaggio. Sull'astronave era infatti presente anche un Moorwen, una creatura proveniente da un altro pianeta, che, libera sulla terra, inizia a mietere morte e distruzione. Vinta l'iniziale diffidenza reciproca, Kainan si unirà ai Vichinghi per sconfiggere il mostro.

L'idea di un virtuale crossover tra "Beowulf" ed "Alien", dove si mette in scena uno scontro all'ultimo sangue tra nerboruti vichinghi e alieni dallo sviluppato istinto predatorio, era suscettibile di risolversi in un sottoprodotto alla Uwe Boll, destinato ad un rapido oblio. E invece questo "Outlander" è una spanna sopra rispetto a consimile immondizia, come il "Pathfinder" di Marcus Nispel, il tremendo "Wolfhound" del russo Nikolai Lebedev, e persino del ridicolissimo "Beowulf" di Zemeckis, nefasto trionfo di kitsch digitale.

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Recensione BEASTIE BOYS

Recensione beastie boys




Regia di Jong-bin Yun con Ha Jung-woo, Yoon Kye-sang, Yoon Jin-seo, Lee Seung-min, Ma Dong-seok, Yoo Ha-joon, Ha-jun You, Se-in Kwon, Jang Ji-won, Jin-ah Bae

Recensione a cura di Anna Maria Pelella

Jae-hyun e Seung-woo lavorano come accompagnatori in un locale per sole donne, a Seoul. Il primo ha seri problemi a sbarcare il lunario e deve molti soldi ad un boss locale, mentre il secondo inizia una relazione con una cliente. Entrambi cercheranno un modo per uscire dai loro problemi, ma la situazione sarà di difficile soluzione.

In Corea le donne giovani che fanno carriera dirigenziale negli uffici e nelle aziende hanno spesso problemi a trovare compagnia. Talvolta si riuniscono in gruppi e trovano sollievo alla solitudine in locali pensati appositamente per le loro esigenze. Là troveranno giovani ragazzi disposti a far loro compagnia per cena o a bere, e spesso i rapporti instaurati con la complicità dell'alcol, procedono anche dopo. A volte quello che esse cercano è soltanto sesso, ma in altri casi mirano ad una compagnia che vada oltre le ore notturne, un compagno con cui parlare e magari condividere la loro vita solitaria.
Ovvio che cercare un compagno in posti del genere può dare qualche delusione, se non dei veri e propri problemi. Ed è appunto dei problemi generati dalle aspettative di donne sole a caccia in un universo di bei ragazzi disposti a tutto che parla questo film.

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mercoledì 17 giugno 2009

Recensione UOMINI CHE ODIANO LE DONNE

Recensione uomini che odiano le donne




Regia di Niels Arden Oplev con Michael Nyqvist, Noomi Rapace, Peter Haber, David Dencik, Georgi Staykov, Lena Endre, Per Oscarsson, Ingvar Hirdwall, Gunnel Lindblom, Marika Lagercrantz

Recensione a cura di L.P.

Trarre un film dal fenomeno letterario rappresentato da "Uomini che odiano le donne" di Larsson non era un'impresa facile. Come sempre accade quando si deve ridurre per il grande schermo un libro letto da milioni di persone in tutto il mondo, l'operazione risulta ad alto rischio. Da un lato c'è un'orda di appassionati pronti a saltare al collo del malcapitato regista di turno per non aver seguito, con fedeltà pedissequa, il romanzo di riferimento, dall'altro si può cadere nella trappola di un adattamento senza un briciolo di personalità, una semplice copia su pellicola del libro, inutile per chi lo ha letto e mortalmente noiosa per chi invece non conosce già la storia o i personaggi.

Purtroppo, il film di Oplev riesce a commettere errori su entrambi i fronti. È mancato il coraggio di sintetizzare il più possibile l'opera di Larsson, col risultato di ingigantire il minutaggio in maniera spropositata, e di bombardare lo spettatore con una mole di informazioni che, più che incuriosire, hanno l'effetto di esasperare. Quando invece gli sceneggiatori decidono di apportare dei cambiamenti rispetto al libro, lo fanno in maniera a stento comprensibile, sacrificando dei personaggi importanti (è il caso di Erika Berger e dello stesso Henrik Vanger), o smussando gli angoli di una vicenda complessa e torbida per creare un finale consolatorio e del tutto in contraddizione con lo spirito del romanzo.

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Recensione A HERO NEVER DIES

Recensione a hero never dies




Regia di Johnnie To con Leon Lai, Lau Ching Wan, Fiona Leung, Mung Yo Yo, Michael Lam

Recensione a cura di A. Cavisi

Martin e Jack, due sicari appartenenti a gang rivali della malavita cinese, in uno scontro durissimo tra i due boss rimangono gravemente feriti. Emarginati dai rispettivi clan e minacciati dai loro vecchi capi, decidono di vendicarsi e di fare giustizia.

Grande action-movie che non manca di emozionare e far riflettere lo spettatore, "A hero never dies", firmato Johnnie To, porta con sé una serie di tematiche molto care al cinema orientale e molto intense per il modo in cui vengono comunicate al pubblico.
In questo caso si parte dal sentimento dell'amicizia (quella latente ma sicuramente ben visibile tra i due protagonisti) per poi andare a toccare valori come l'onore, la giustizia, la vendetta, l'amore e, soprattutto, l'eroismo. "Chi ha una pistola è come Dio", dice ad un certo punto uno dei due rivolgendosi al veggente che malauguratamente si ritrova nel bel mezzo della faida al centro della pellicola, segno questo della completa assolutezza e onnipotenza della violenza e dei suoi detentori. Gli scoppi di violenza incorniciati da alcune sequenze che hanno un impatto adrenalinico e visivo non indifferente sono inframmezzati da momenti di alta poesia (soprattutto riguardanti le due donne dei protagonisti, ma non solo) e altri di grande ironia, come la telefonata incrociata tra i due protagonisti in cui continuano a minacciarsi e a punzecchiarsi per interposta persona (il gestore del locale dove passano il loro tempo libero), per poi risolvere i dissidi faccia a faccia in una maniera originale. A tal proposito rimane forse la sequenza più riuscita e più interessante della pellicola, quella nella quale i due tentano di "sconfiggersi" a vicenda, colpendo con una moneta il bicchiere di vino dell'altro. Il vino sarà una componente fondamentale del film, per la precisione una bottiglia di vino che porterà il nome di uno dei due come etichetta e che verso la fine si farà al centro di una sequenza molto toccante e soprattutto significativa per l'assunto principale della pellicola e cioè l'immortalità dell'eroismo (i due boss che meschinamente si uniranno dopo aver combattuto a costo delle vite altrui, brinderanno con il vino che cadrà sul tavolo come delle vere e proprie gocce di sangue).

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martedì 16 giugno 2009

Recensione I LOVE RADIO ROCK

Recensione i love radio rock




Regia di Richard Curtis con Gemma Arterton, January Jones, Kenneth Branagh, Emma Thompson, Bill Nighy

Recensione a cura di JackR

Estate 1966, la rivoluzione del rock sta scuotendo le fondamenta della società su entrambe le sponde dell'Atlantico, ma la BBC trasmette solo 45 minuti di musica leggera al giorno. Per ovviare alla fame di rock di un'intera nazione, navi "pirata" ormeggiate al largo del Mare del Nord trasmettono ventiquattro ore di rock al giorno e diffondono le giuste vibrazioni nelle case di un'Inghilterra apparentemente addormentata.

Il giovane Carl (Tom Sturridge), espulso da scuola, viene inviato dalla madre – piuttosto imprudentemente ed apparentemente senza motivo – a bordo di una di queste navi pirata, Radio Rock, diretta dal suo padrino Quentin (Bill Nighy), dove entra in contatto con un gruppo di disc jockey che lo prendono sotto la propria ala protettiva e lo iniziano ai piaceri della vita, in un misto di incoscienza, balordaggine e spirito fraterno che regala a Carl per la prima volta la sensazione di essere a casa. Tra di loro il Conte (P.S. Hoffman), americano sboccato e idealista, Doctor Dave (Nick Frost), che tenta comicamente di aiutare Carl a perdere la verginità, il mito Gavin (Rhys Ifans), che torna sulla nave per aiutarne le sorti nella battaglia contro il governo e accende una comica rivalità con il Conte, Simon (Chris O'Dowd) che spera di trovare moglie e avrà una brutta sorpresa…
Ma il governo inglese, nei panni di un odioso ministro (Kenneth Branagh), ha dichiarato guerra alla minaccia immorale delle radio pirata e cerca in tutti i modi una scappatoia per renderle illegali. La battaglia è senza scrupoli, ma si può fermare la musica?

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Recensione COLAZIONE DA TIFFANY

Recensione colazione da tiffany




Regia di Blake Edwards con Audrey Hepburn, George Peppard, Patricia Neal, Martin Balsam

Recensione a cura di ele*noir (voto: 7,5)

Questo lungometraggio, firmato Blake Edwards è diventato un cult nella commedia americana come nel mondo della moda.

Holly è un'eccentrica ragazza che vive nella New York degli anni'60, tra mondanità ed eclettismo, alla ricerca di un miliardario "sotto i cinquanta" da sposare. Paul è uno scrittore spiantato e mantenuto dalla sua arredatrice-amante. Queste due anime vagabonde si incontrano nel palazzo in cui tutti e due abitano, e subito tra loro s'instaura un rapporto particolare. Fragilità ed eccentricità, comicità e commozione, tra amore e amicizia. Paul ben presto scoprirà la natura contraddittoria e selvaggia di Holly, ne conoscerà il passato e capirà quella fragilità che la porta ad essere perennemente in bilico tra malinconia e frenesia. Le "paturnie", come lei le chiama, sono sempre in agguato, e l'unica medicina con cui combatterle sembra essere la visita, spesso per colazione, alla gioielleria più famosa di New York e del mondo occidentale: Tiffany. Un'atmosfera che la rincuora e la protegge fino a farla sentire di nuovo bene.
Questa creatura così sfuggente e affascinante troverà alla fine la sua via, riconoscendo di non dover più scappare ma di poter amare, finalmente, senza compromessi e senza finzioni. Una ragazza della provincia che cerca di sentirsi libera e selvaggia, come il suo gatto senza nome, nella Grande Mela, in cui però soffre, fugge e si strugge, si nasconde e alla fine riesce pure ad innamorarsi.

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lunedì 15 giugno 2009

Recensione GARAGE

Recensione garage




Regia di Lenny Abrahamson con Pat Shortt, Conor Ryan, Anne-Marie Duff, Don Wycherley, Andrew Bennet

Recensione a cura di pompiere (voto: 7,0)

Per Josie, uomo grande e grosso addetto al servizio presso una pompa di benzina, spostare l'espositore dell'olio per auto è l'evento della giornata. La sua testa non ragiona alla stessa velocità delle persone comuni; purtroppo è un ritardato mentale e i disagi nei rapporti con gli altri sono evidenti. Il lavoro non è tutto questo granché, il garage è situato in un posto dove trafficano pochissime auto e camion perché si affaccia su una stradina secondaria.
Ingenuotto di buona volontà, Josie è disposto, senza batter ciglio, ad allungare il turno di apertura del fine settimana, orgoglioso e fiero, anche perché il proprietario Gallagher gli annuncia che un certo David lo aiuterà nelle mansioni. David ha 15 anni e non è altri che il figlio della donna che adesso sta insieme a Gallagher. Questo insolito connubio nella conduzione dei lavori presso la stazione di servizio causerà non pochi problemi a entrambi...

Presentato alla 39.ma "Quinzaine des Rèalisateurs" (Cannes, 2007) e premiato come Miglior Film alla 25.ma edizione del Torino Film Festival (sempre durante lo stesso anno) il "Garage" bello e malinconico di Leonard Abrahamson è una primizia di fine stagione, quello che ormai sembra destinato a essere il periodo migliore per presentare quei film che non riescono a trovare spazio nel caos della distribuzione nazionale. L'ambientazione, a parte l'angusto e sporco box, è da favola: il cielo irlandese risplende in tutta la sua bellezza sui verdi sobborghi di campagna.

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