giovedì 17 settembre 2009

Recensione CARGO 200

Recensione cargo 200




Regia di Aleksej Balabanov con Agniya Kuznetsova, Alexey Poluyan, Leonid Gromov, Alexey Serebryakov, Leonid Bichevin, Yuri Stepanov

Recensione a cura di Severino Faccin

Il parallelo con l'impero romano è forse un po' azzardato parlando della caduta dell'impero sovietico ma se, come per il primo, il crollo è giunto quale epilogo a uno statu quo dove corruzione, indolenza, vizio, dissolutezza erano la regola, il 1984 (agli albori della Perestojka) rappresenta il punto di non ritorno oltre il quale, come avremmo assistito negli anni a venire, è franato un intero sistema che, essendosi retto su un equilibrio risicato e instabile, era destinato prima o poi a cedere.

È in questo passaggio cruciale che si situa la storia di "Cargo 200", un film tetro quanto impietoso verso l'ideologia marxista, condotto con i ritmi serrati del noir, dove la ferocia scoppia irrefrenabile a opera dello psicopatico capitano di polizia Zurov che, dopo avere ammazzato l'inserviente vietnamita di una distilleria clandestina ospitata in una dacia in una zona rurale non molto discosto dall'allora Leningrado, rapisce la giovane figlia del segretario del Comitato regionale del partito, Angelica, capitata casualmente nella dacia insieme a Valera, un ragazzo incontrato in discoteca.

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mercoledì 16 settembre 2009

Recensione ULTIMATUM ALLA TERRA

Recensione ultimatum alla terra




Regia di Scott Derrickson con Keanu Reeves, Jon Hamm, Jennifer Connelly, John Cleese, Kathy Bates

Recensione a cura di fabrizio dividi

"Ultimatum alla Terra", nella versione di Robert Wise del 1951, era stato uno dei primi casi in cui la fantascienza aveva dimostrato di poter far riflettere lo spettatore oltre che a stupirlo con gli effetti speciali.
Tra i migliori film fantastici del decennio (e tra i più significativi di quel mezzo secolo di cinema insieme a "Metropolis", "L'invasione degli ultracorpi", "Frankenstein" e a pochi altri), è il primo, vero film a tematica ufologica della storia, ma non basta. Il promettente regista, che non avrebbe abbandonato la SF negli anni successivi nonostante le sue importanti pellicole di successo (suoi l'imprescindibile "Andromeda" e "Star trek: the motion picture"), aveva dimostrato una notevole abilità affidando ad una storia apparentemente banale una inusuale profondità nei temi trattati: dall'ecologia al pacifismo, al confronto fede/scienza, passando dal potere mediatico a quello militare e politico.

Diventato negli anni oggetto di culto tra i cinefili che tuttora si pavoneggiano declamando la frase-slogan più famosa del film - ovviamente "Klaatu barada nikto", esempio ante litteram del feticismo linguistico che avrebbe ossessionato i seguaci della lingua Klingon e perfetto esercizio di snobismo intellettuale fra gli amanti del genere - aveva poi mantenuto la sua notorietà attraverso svariate citazioni letterarie e visive grazie anche alla stupefacente inquadratura di Klaatu con alle spalle un levigato e futuribile robot, e, ancora più indietro, uno splendido disco volante a dir poco perfetto, icona per eccellenza dell'UFO in una delle sue rappresentazioni più riuscite, essenziale nelle forme, e tendente al sublime nella sua satinata bellezza.

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martedì 15 settembre 2009

Recensione NESSUNA FESTA PER LA MORTE DEL CANE DI SATANA!

Recensione nessuna festa per la morte del cane di satana!




Regia di Rainer Werner Fassbinder con Kurt Raab, Margit Carstensen, Helen Vita, Volker Spengler

Recensione a cura di pompiere (voto: 7,0)

Forse il film più watersiano di Fassbinder, sicuramente quello più clownesco, sopra le righe, orrido e putrido come nella migliore tradizione trash di John Waters.
I personaggi seguono i loro istinti animaleschi nel loro rapportarsi con gli altri e nel modo di accoppiarsi sessualmente, senza regole precise ne' diritti di 'precedenza'. Tra escrementi (solo evocati e non mostrati), mosche morte donate come fossero dei regali preziosi, uova sputate in faccia, rifiuti in bella vista, sesso disordinato e anticonvenzionale, urla continue e membri in erezione, trionfano le ingiurie gratuite e un po' di cattivo gusto.

Il periodo durante il quale viene realizzato "Nessuna festa per la morte del cane di Satana" è, per molti versi, un momento di ricerca stilistica, compreso com'è tra i melodrammi e le storie di donne dell'ultima fase. Fassbinder si fa' più insolito rispetto ai suoi standard.

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lunedì 14 settembre 2009

Recensione TOKYO SONATA

Recensione tokyo sonata




Regia di Kiyoshi Kurosawa con Kyôko Koizumi, Yû Koyanagi, Inowaki Kai, Haruka Igawa, Kanji Tsuda, Kazuya Kojima, Koji Yakusho

Recensione a cura di Anna Maria Pelella

Ryûhei Sasaki perde di colpo il lavoro e decide di non parlarne a sua moglie. Quindi ogni mattina esce come al solito e, mentre cerca un nuovo lavoro, si trova a condividere il destino con altri che, come lui, hanno taciuto la realtà alle loro famiglie.
Nel frattempo sua moglie Megumi si trova a dover gestire contemporaneamente il figlio maggiore, che vuole arruolarsi nell'esercito americano, e quello minore che prende lezioni di piano contro il volere di suo padre.

Kurosawa Kiyoshi ci ha regalato molti bei film il cui centro è spesso una storia soprannaturale. Il suo stile di regia ha reso potenti le espressioni più incredibili dell'Oltre riuscendo sempre a evitare che esse potessero esser messe in dubbio dallo spettatore il quale, rapito dalla rappresentazione, finisce comunque per affidarsi al narratore, la cui mano abile gli farà facilmente accettare qualsiasi volo.
I contenuti della sua opera sono spesso complessi e la deriva dello spirito è sempre stata al centro delle riuscite rappresentazioni del regista che, complice una grandissima capacità di manipolare le immagini, è risultata ogni volta più avvincente della precedente, fino al picco di un capolavoro del genere horror, che in definitiva di horror ha veramente poco, "Retribution"("Sakebi" - 2006).

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giovedì 10 settembre 2009

Recensione RICATTO D'AMORE

Recensione ricatto d'amore




Regia di Anne Fletcher con Sandra Bullock, Ryan Reynolds, Mary Steenburgen, Craig T. Nelson, Betty White, Denis O'Hare, Malin Akerman, Oscar Nuñez, Aasif Mandvi, Michael Mosley, Maureen Keiller, Dale Place, Mini Anden, Alicia Hunt, Jerrell Lee Wesley

Recensione a cura di pompiere (voto: 6,0)

Agli americani piacciono tanto le commedie riguardanti storie d'amore con annesse cerimonie matrimoniali (chissà perché, poi, visto che è un paese incline ai divorzi) e gradiscono farcirle con tutti gli ingredienti possibili. Pensate che proprio in America è scoppiata da poco una nuova mania: le torte per divorziare. Una volta dissipate rabbia e incomprensioni, gli statunitensi hanno voglia di festeggiare con regali e le immancabili torte. Ovviamente a tema... Il peggio è che il sapore delle torte e dei film è sempre lo stesso. E, alla luce di questa "tendenza", le pellicole appaiono anche fuori (dal) tempo.

Gli esempi sono molteplici: si va dal sentimentalismo stucchevole sparso a piene mani, alla vittoria del concetto di famiglia che prevale su quello arrivista e yuppie, passando per la cerimonia nuziale che assume toni quasi comici e che ci dice, in fondo, che è tutto uno scherzo e non c'è da aver paura. Dal matrimonio improvvisato per interesse a quello fatto così, tanto per ingelosire l'amichetta di turno.
L'impressione è che gli autori si affannino nell'esclusivo tentativo di rassicurarci e dirci che non era, e non sarà mai, una cosa seria. Soprattutto perché le commedie che vengono dagli USA mancano sempre inevitabilmente di coraggio e le ultime sembrano essere destinate in prevalenza a una platea puramente femminile. E come mai? Ai maschietti cosa piace, la "Bay area" presidiata dai Transformers?

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Recensione APOCALYPSE NOW

Recensione apocalypse now




Regia di Francis Ford Coppola con Marlon Brando, Robert Duvall, Martin Sheen, Laurence Fishburne, Dennis Hopper, Harrison Ford

Recensione a cura di The Gaunt (voto: 10,0)

Parlare di "Apocalypse now" è cercare di analizzare un'opera fondamentale del cinema mondiale e del cinema americano in particolare.
Difficile cominciare un qualsiasi discorso scindendo il film dal suo autore, Francis Fors Coppola, senza tenere conto del lungo e travagliato processo di avvicinamento che ha portato alla realizzazione di un'opera così notevole e che, piaccia o meno, riveste tutt'ora un'importanza primaria nella storia del cinema.

Il successo di "Easy rider" di Dennis Hopper fu il risultato di un grande fermento che stava scuotendo dall'interno il cinema americano. Questo movimento vedeva affacciarsi nuovi autori dalla provenienza eterogenea (dalla Factory di Roger Corman, dalla televisione, dall'università del cinema) e proponeva nuove idee e nuovi modi espressivi di fare cinema. Era la nascita della cosidetta New Hollywood, linfa che arrivava a proposito per rinvigorire l'establishment degli studios ormai in crisi profonda di uomini ed idee.
Francis Ford Coppola, oltre ad essere una di queste nuove leve, al pari degli Scorsese, De Palma, Friedkin, Bogdanovich, Lucas, Spielberg, rappresentò probabilmente la punta di diamante di questo movimento, colui che forse più di ogni altro rischiò maggiormente di persona nel porsi come valida alternativa agli studios hollywoodiani, fondando l' American Zoetrope, che diventerà polo di aggregazione di molti giovani cineasti americani e cantiere per diversi progetti di giovani autori.
Se esiste un aggettivo per definire il rapporto di Coppola con gli studios hollywoodiani, 'controverso' è il termine più adatto. Il regista si rende perfettamente conto che per soddisfare le sue sfrenate ambizioni deve acquisire un certo status all'interno stesso del sistema: le ambizioni vengono nutrite oltre che dalla capacità dell'autore (o presunto tale) anche e soprattutto dalla possibilità di avere più mezzi economici e finanziari possibili.
Proprio per questo una delle caratteristiche di Coppola, dai primi anni della sua carriera fino ad "Apocalypse now", è questa alternanza di film di genere più commerciabili ("Terrore alla tredicesima ora", "Sulle ali dell'arcobaleno") con progetti molto più personali ("Buttati Bernardo", "Non torno a casa stasera"). Questa alternanza serve a Coppola da una parte a soddisfare le esigenze degli studios con film che seguano le direttive per un facile successo di cassetta, dall'altra a permettersi la costruzione di uno status personale di autore.
Oltre alla sua attività di filmaker bisogna anche rilevare il successo che ha avuto un suo soggetto che sarà la base per uno dei film premiati con l'Oscar nel 1970, "Patton", che frutterà all'ex-laureato alla scuola di cinema della UCLA, oltre la statuetta, una rapida scalata dentro l'establishment degli studios.
Studios, e la Warner in particolare, che non vedono di buon occhio i giovani ambiziosi della Zoetrope: il fiasco commerciale di "THX 1138" di George Lucas (rivalutato però qualche anno più tardi) darà il pretesto alla casa per rompere tutti i contratti che avevano stipulato con Coppola. Un colpo durissimo (denominato dallo stesso regista il 'Black thursday') che di fatto affosserà la Zoetrope, ma darà l'occasione al regista per accettare la proposta della Paramount per girare "Il Padrino".
Il successo straordinario di questa pellicola spalancherà a Coppola tutte le opportunità possibili ma sempre in nome di quella 'alternanza', alla quale si faceva riferimento sopra, il regista girerà "La conversazione" (Palma d'oro a Cannes) e poi "Il Padrino parte II", confermando così il successo del predecessore.
Giunto a questo punto, Coppola è considerato il miglior regista sulla piazza a soli trentacinque anni: può fare quello che vuole grazie al successo, alla fama e ai soldi che ha ottenuto per se stesso e soprattutto per gli studios. In questa fase decisiva sarà concepito quello che considera l'incontro fra il modus operandi del cinema americano (il genere, la grande produzione) con l'autorialità europea che ha sempre ammirato nella 'Nouvelle Vague' dei Godard e nel cinema di Bernardo Bertolucci e Michelangelo Antonioni, da lui sempre ammirati fin dai tempi dell'università. Coppola vuole porsi come punto di incontro di queste due mentalità apparentemente poco conciliabili.
Nasce così il progetto di "Apocalypse now".

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mercoledì 9 settembre 2009

Recensione SEGNALI DAL FUTURO

Recensione segnali dal futuro




Regia di Alex Proyas con Nicolas Cage, Rose Byrne, Chandler Canterbury, Ben Mendelsohn, Adrienne Pickering, Tamara Donnellan, Brett Robson, Jayson Sutcliffe

Recensione a cura di Nicola Picchi (voto: 6,0)

Nel 1959, gli alunni di una scuola elementare sono invitati a descrivere come s'immaginano che sarà il mondo dopo 50 anni. Al contrario degli altri bambini, la piccola Lucinda Embry consegna all'insegnante un foglio fittamente ricoperto da una sequenza numerica. Gli elaborati vengono chiusi in un cilindro metallico, che viene cementato nel cortile della scuola. Nel 2009, nel corso di una cerimonia scolastica appositamente organizzata, il cilindro viene dissigillato e il foglio di Lucinda capita nelle mani di Caleb Koestler, figlio di John Koestler, professore di astrofisica al MIT. Quando il bambino si dimentica di restituirlo e torna a casa con il documento, John si rende conto che al suo interno si cela una terribile profezia.

Tessitore di elaborati incubi dark (Il Corvo, Dark City), in seguito riciclatosi come regista di impersonali blockbuster riusciti a metà (Io, Robot), Alex Proyas ritorna con Segnali dal futuro, convincente incursione nel genere apocalittico-catastrofico, anche se lontano dall'originalità degli esordi. Nonostante gli assunti di base della sceneggiatura di Ryne Douglas Person oscillino tra il mistico e il ratzingeriano, con risultati anche risibili, l'overdose veterotestamentaria (molto americana) suscita al più un malcelato sogghigno, senza compromettere la plumbea compattezza del film. Al massimo viene da chiedersi se non si tratti degli ultimi strascichi ideologici dell'ex amministrazione Bush, fortunatamente in via d'esaurimento.

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