lunedì 14 febbraio 2011

Recensione ANOTHER YEAR

Recensione another year




Regia di Mike Leigh con Jim Broadbent, Lesley Manville, Ruth Sheen, Oliver Maltman, Peter Wight

Recensione a cura di Stefano Santoli (voto: 9,0)

"Another year" di Mike Leigh è un dramma-commedia che tratta di accoglienza ed emarginazione: dell'ipocrisia a volte impercettibile con cui teniamo a distanza chi apparentemente accogliamo.
Al centro del film vi è la coppia ideale, composta dai coniugi maturi Tom e Gerri (proprio così: come il gatto e il topo dei cartoons). Lui geologo, lei psicologa, coltivano un orto, vivono nei sobborghi di Londra e sono sereni.
Di mente aperta, sono il ritratto perfetto di due progressisti ormai alle soglie della terza età, che ricordano quando, da ragazzi (quarant'anni fa), si trovavano al festival dell'isola di Wight. Hanno un figlio, Joe, che fa l'avvocato e che si fidanza con Kathy. Gerri adora la sbarazzina Kathy, che entra subito a far parte della famiglia.
Una coppia che si vuole bene è sostanzialmente escludente e può celare (ai proprio stessi occhi) una tolleranza indulgente - e, spesso, un egoismo vagamente settario - sotto una disponibilità apparentemente benevola e sincera.

Mentre un anno trascorre (il film è scandito in quattro episodi, ciascuno per ogni stagione), il film ci racconta quanto sia ardua, per chi se la passa bene, la solidarietà.
Spesso Tom e Gerri si mostrano tolleranti. La tolleranza è un atteggiamento sottilmente ipocrita, quanto di più lontano dalla vera solidarietà, dal vero affetto.
In superficie essi paiono quasi due solerti e accoglienti samaritani verso i loro amici solitari e scontenti della propria vita. Ma non son poi così ospitali: le ellissi temporali del film celano il fatto che, in un anno, li invitano in realtà pochissime volte a casa loro.
Tom non disdegna il ricorso all'ironia. Per rincuorare gli amici ha sempre la battuta pronta: con discrezione vorrebbe sdrammatizzare la sofferenza degli altri. Proprio come la comicità di Tom e Jerry, i due coniugi si propongono di alleggerire il peso della solitudine dei loro amici facendo ricorso a un umorismo che vorrebbe esser terapeutico. Loro ne escono più belli; gli amici sorridono amaro, o non sorridono affatto.
Il dramma - il vero dramma - è che gli amici sono persino portati a vergognarsi della loro infelicità. Si sentono inferiori, si sentono in difetto. Non viene offerta loro nient'altro che una paternalistica pacca sulla spalla e si sentono anche in debito per questo.

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Recensione LOVE STORY

Recensione love story




Regia di Arthur Hiller con Ali Mac Graw, Ryan O'Neal, Ray Milland, John Marley

Recensione a cura di antoniuccio (voto: 8,0)

Oliver Barret IV e Jennifer Cavilleri sono due studenti che si incontrano all'Università. Si piacciono, si innamorano e iniziano la loro grande avventura nell'affrontare la vita insieme. Tuttavia, una violenta malattia ematica si interpone tra i due, determinandone la prematura separazione.

Una trama semplice, lineare, senza una sbavatura: perfetta per tirare dalla tasca il fazzoletto e consumare le guance di lacrime, eppure negli anni '70 e ancora oggi, "Love story" è un film che fa la differenza.
Ieri, per la sua quasi violenta irruzione nel mondo benpensante della società; oggi, perché un messaggio rivoluzionario, per gli anni '70, sembra quasi un ritorno alle tradizioni in una società in cui tutto si capovolge e i punti di riferimento scompaiono come neve al sole.

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venerdì 11 febbraio 2011

Recensione BIUTIFUL

Recensione biutiful




Regia di Alejandro Gonzalez Inarritu con Javier Bardem, Blanca Portillo, Rubén Ochandiano, Félix Cubero, Martina Garcia, Manolo Solo

Recensione a cura di VincentVega1 (voto: 9,0)

Si trascina per i quartieri bui di Barcellona, il protagonista dell'ultimo film di Inarritu, con l'andamento titubante di chi deve sopravvivere, quasi fosse un fantasma che deve espiare le proprie colpe, che ha lasciato in sospeso troppe questioni nel mondo terreno. Volto scavato, spalle ricurve, passo veloce, sembra l'eroe di una tragedia greca. Lo attende un destino simile ad una tempesta di sabbia, che non ti abbandona mai, che segue il lento incedere della vita, che cambia direzione insieme a te.
Non è più la Barcellona da cartolina descritta da Woody Allen nel suo "Vicky Cristina", tanto meno quella di Gaudì e delle Ramblas; è la Barcellona di Santa Coloma, dei ghetti, dei muri ammuffiti dal fumo e dei marciapiedi sporchi di merda. Uxbal è il traghettatore di questo mondo, è l'ingranaggio del meccanismo del dolore, ormai indistruttibile, dove per vivere bisogna soffrire. Si muove tra gli immigrati, li protegge e allo stesso tempo li sfrutta in traffici tutt'altro che legali, lavora a contatto con i venditori ambulanti senegalesi; è il cranio dell'organizzazione malavitosa, ma quella di ben poco conto. Grazie a lui centinaia di euro passano periodicamente in mano alla polizia corrotta, una tangente che tutti vedono ma nessuno denuncia. Sotto la sua protezione c'è anche la manodopera cinese, quella stipata nelle cantine, che non ha nemmeno il tempo di respirare, con la pelle indurita dal freddo e lo stomaco indebolito dalla fame.
Uxbal è un sensitivo, può parlare con i morti prima che questi raggiungano l'aldilà, ma si fa pagare qualche spiccio dai familiari in lacrime in cambio di qualche rivelazione. Dall'età di nove anni è orfano di padre, ma è come se lo fosse stato tutta la vita perché non ne conserva il ricordo. Ha due figli, Ana e Mateo, che ama e che sono l'unico scopo della sua vita, la causa del suo inevitabile essere. Ha una moglie afflitta da bipolarismo depressivo che l'ha abbandonato per poi tradirlo con il fratello, lasciandolo solo con i suoi due pargoli.
Uxbal ha il cancro alla prostata e gli rimangono soltanto due mesi di vita: dovrà sistemare le cose per regalare ai propri figli uno spiraglio di luce in un mondo di tenebre.

"Biutiful" è la storia di una realtà dimenticata, di un padre e della sua disperazione, ma è anche una storia di speranza per un futuro che forse non potrà essere felice, ma semplicemente migliore.

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Recensione AMERICAN HISTORY X

Recensione american history x




Regia di Tony Kaye con Edward Norton, Edward Furlong, Beverly D'Angelo, Ethan Suplee, Fairuza Balk, Elliott Gould

Recensione a cura di Mimmot

"Tutto ciò che ho fatto ha reso migliore la mia vita?"

Quelli che "lavorano come bestie, vanno a caccia, leggono la Bibbia alla lettera e credono nella birra come soluzione: sono l'America di provincia, quella dei proletari bianchi, sottopagati, obesi, aggressivi e rassegnati.
Sono l'America xenofoba e guerrafondaia, che vota repubblicano (contro ogni suo interesse) ma non ha voce, che non è andata all'università, che parla come nei film dei fratelli Cohen («le bestemmie sono una forma di punteggiatura»)
".
Joe Bageant - "La Bibbia e il fucile"

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giovedì 10 febbraio 2011

Recensione VENTO DI PRIMAVERA

Recensione vento di primavera




Regia di Rose Bosch con Jean Reno, Mélanie Laurent, Gad Elmaleh, Raphaëlle Agogué, Hugo Leverdez

Recensione a cura di Mimmot

La decisione di far uscire nelle sale (in pochissime, per la verità), il 27 gennaio il film della regista Rose Bosh è stata presa per ricordare la data del 27 gennaio del 1945, quando le truppe sovietiche dell'Armata Rossa, nel corso dell'avanzata verso Berlino, arrivarono nei pressi della città polacca di Auschwitz e scoprirono il tristemente famoso campo di concentramento, liberando i pochi sopravvissuti e rivelando al mondo intero l'orrore perpetrato dai nazifascisti nei confronti non solo degli ebrei, ma anche di oppositori, zingari, omosessuali, disabili e di quanti non corrispondevano alle teorie eugenetiche tedesche, che sostenevano la necessità di creare una razza superiore e perfetta.

Una data simbolo che è stata chiamata, per volontà dei legislatori di diversi paesi (fra cui la Germania), la "Giornata della Memoria", istituita per non dimenticare la Shoah e come monito affinché quanto avvenuto non si ripeta mai più, per nessun popolo, in nessun tempo e in nessun luogo.
Per la verità i sovietici prima di arrivare ad Auschwitz avevano già scoperto e liberato altri campi nazisti, ma fu con l'apertura dei cancelli di Auschwitz che il mondo venne a conoscenza degli strumenti di tortura e annientamento, approntati dai nazisti di Hitler per sterminare oltre 1 milione di persone.
Se è giusta e doverosa la necessità di ricordare la pagina più buia e dolorosa della storia dell'umanità, altrettanto giusto e doveroso è dare un senso a quella memoria, oggi più che mai necessario davanti allo sconcerto per quel vento di revisionismo che sta investendo alcuni paesi, tra cui, purtroppo, anche  il nostro.

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Recensione L'ASTRONAVE ATOMICA DEL DR. QUATERMASS

Recensione l'astronave atomica del dr. quatermass




Regia di Val Guest con Brian Donlevy, Jack Warner, Margia Dean

Recensione a cura di Giordano Biagio

Agli inizi degli anni '50 un'astronave atomica a forma di missile, progettata dal dottor Bernard Quatermass (Brian Donlevy), viene lanciata per la prima volta nello spazio con tre uomini a bordo e messa in orbita a una distanza dalla terra di circa 1500 miglia.

 A causa di un guasto nel sistema di comunicazione radio, la missione sembra a un certo punto fallire, il dottor Quatermass dopo 57 ore di silenzio decide di usare i comandi da terra per far rientrare l'astronave, l'operazione non riesce del tutto e l'impatto con la superficie terrestre risulterà violento, tanto da far temere per la vita dei tre astronauti.

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mercoledì 9 febbraio 2011

Recensione I FANTASTICI VIAGGI DI GULLIVER IN 3D

Recensione i fantastici viaggi di gulliver in 3d




Regia di Rob Letterman con Jack Black, Jason Segel, Emily Blunt, Amanda Peet, Billy Connolly, Chris O'Dowd

Recensione a cura di pompiere (voto: 3,0)

"Nuove" tecnologie si sono insinuate nel mercato cinematografico in questi ultimi anni, quelle per le quali metti l'occhialetto e godi (?) di un'esperienza sensoriale. Era logico pensare che ciò desse il via a una serie di scuse per rifacimenti più o meno (soprattutto meno) illuminati.
Non poteva rimanere fuori dal coro la rivisitazione cosiddetta "moderna" delle avventure di Mr. Gulliver, dal romanzo di Jonathan Swift.

Scordiamoci il fascino delle creature fantastiche di Ray Harryhausen o gli incanti delle versioni di Méliès, Fleischer, e Hunt (quest'ultima senza troppi estri), e rinunciamo a qualsiasi volontà di critica politica o sociale.
Il Gulliver à la mode ha una cotta per la capo redattrice viaggi del quotidiano di New York dove lavora, preferisce esibirsi da solo a Guitar Hero, bere birra e giocare a biliardo piuttosto che cercare il coraggio per invitare a cena la collega. E, soprattutto, un pivellino appena arrivato lo sopravanza nella conduzione dell'ufficio poste.
Con pochi preamboli, una finta promessa lo costringerà a prendere una barca e stare in mare per tre settimane, alla ricerca dei segreti del Triangolo delle Bermuda. Durante la spedizione il suo peschereccio viene inghiottito da un misterioso turbine facendolo approdare sull'isola di Lilliput, letterariamente famosa per essere popolata da esseri umani microscopici.

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