mercoledì 16 marzo 2011

Recensione LET ME IN

Recensione let me in




Regia di Matt Reeves con Chloe Moretz, Kodi Smit-McPhee, Richard Jenkins

Recensione a cura di Stefano Santoli (voto: 8,0)

"Let me in" è il remake statunitense di "Lasciami entrare" ("Låt den rätte komma in", Tomas Alfredson, 2008), scritto e diretto da Matt Reeves (regista di "Cloverfield", 2008). E' il primo film prodotto, dopo trent'anni, dalla britannica Hammer film.
Esiste un diffuso preconcetto, nei confronti dei remake USA di pellicole europee, che diviene radicale se queste ultime sono un "cult", come il film svedese "Lasciami entrare". Tuttavia "Let me in" di Matt Reeves non è un'inutile copia dell'originale: è anzi persino più bello.
Fedele al film di Alfredson nell'intreccio, il film di Reeves è diverso stilisticamente, e si scosta in parte dall'originale per avvicinarsi allo spirito del romanzo omonimo di J. A. Lindqvist. Reeves, cioè non lascia nell'assoluta ambiguità la natura del rapporto tra la protagonista e l'uomo che l'accompagna e fa emergere con ciò più chiaramente la "morale della favola": ovvero la relazione amorosa come rapporto che può vedere da una parte un'egoistica necessità, dall'altra un volontario sacrificio di sé per le esigenze dell'amato.Ma detta in questo modo è una riduzione troppo fredda di una storia al cui interno pulsano invece molte sfumature.

Apologia di un remake.

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martedì 15 marzo 2011

Recensione PARADISE NOW

Recensione paradise now




Regia di Hany Abu-Assad con Kais Nashef, Ali Suliman, Lubna Azabal, Amer Hlehel, Hiam Abbass, Ashraf Barhom

Recensione a cura di Mimmot

Ci vuole molto coraggio ed anche una dose non indifferente di passione politica, per riuscire a parlare della lunga e apparentemente infinita lotta del proprio popolo contro quello che, a tutti gli effetti, viene considerato invasore, senza cadere nella trappola della partigianeria.
Ci vuole coraggio e una forte coscienza civile, per descrivere un conflitto così radicato e violento come quello tra Palestina e Israele, provando faticosamente ad essere imparziale e cercando drasticamente di non prendere posizione su nessuna delle due parti in causa, sapendo, con questo, di sollevare accese polemiche e interminabili discussioni.

Il regista palestinese Hany Abu-Assad ci riesce con lo splendido "Paradise Now".

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lunedì 14 marzo 2011

Recensione LA PASSIONE

Recensione la passione




Regia di Carlo Mazzacurati con Silvio Orlando, Giuseppe Battiston, Cristiana Capotondi, Corrado Guzzanti, Kasia Smutniak

Recensione a cura di peucezia

A tre anni dall'ultimo e delicato film "La giusta distanza" (2007), il regista Mazzacurati torna sugli schermi con una storia per certi versi autobiografica su un regista in crisi creativa che a cinquanta anni suonati non è riuscito ancora a sfondare e che, per una serie di avverse circostanze, è costretto a realizzare in cinque giorni appena la sacra rappresentazione del Venerdì santo in un ridente paesello toscano. Diverse le tematiche affrontate dalla storia così come è tranciato in due il tono del film: se la prima parte è senza dubbio tra il comico e il grottesco, la seconda sfocia nel drammatico soprattutto per merito dello stato di grazia di Giuseppe Battiston, già interprete per Mazzacurati.

Gianni Dubois (un perfetto Silvio Orlando con faccia da cane bastonato d'ordinanza) da cinque anni non esce sugli schermi con un film. Ormai quasi dimenticato da addetti ai lavori e non, e senza materiale creativo, riceve dal suo agente, uomo calcolatore e poco incline ai sentimentalismi, la possibilità di dirigere una divetta del teleschermo (Cristiana Capotondi). Ad aggravare la sua posizione arriva il ricatto di sindaco e assessore di un piccolo comune toscano: dirigere la Passione di Cristo locale o essere denunciato ai Beni Culturali per aver rischiato di distruggere un'opera d'arte confinante alla parete della sua cadente casa di campagna. Le storie che Dubois si inventa nel tentativo di venir fuori dalla sua abulia creativa (vero dramma per chi fa dell'inventiva una fonte di guadagno) sono incastonate nell'intreccio iniziale e rappresentano un sorta di film nel film, espediente non nuovo nella cinematografia ma sicuramente spiazzante per lo spettatore che spesso non riesce a cogliere l'intento ironico del regista.

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venerdì 11 marzo 2011

Recensione THE FIGHTER

Recensione the fighter




Regia di David O. Russell con Mark Wahlberg, Christian Bale, Amy Adams, Melissa Leo, Jack McGee, Dendrie Taylor, Mickey O'Keefe, Melissa McMeekin, Caitlin Dwyer, Bianca Hunter, Erica McDermott, Jill Quigg

Recensione a cura di Luke07 (voto: 8,0)

"Un vincitore è un sognatore che non si è arreso".
Nelson Mandela

Mickey "Irish" Ward è un discreto pugile che, con l'aiuto del fratellastro ed ex gloria Dicky Eklund, cerca di emergere per riscattare una vita costellata di delusioni e fallimenti. Legato da un profondo affetto verso la famiglia, specie nei confronti del fratello (per il quale nutre una sincera venerazione) ma anche verso la madre Alice, che gli fa da manager, Mickey si sente comunque insoddisfatto.
E' consapevole che proprio i suoi parenti costituiscono una zavorra ai suoi sogni di gloria e che lo mantengono ancorato a quella mediocrità che lo tormenta e lo divora. L'incontro con la bella barista Charlene cambierà la sua vita, facendogli scoprire di valere molto più di quanto avesse mai immaginato.

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Recensione IL DELITTO PERFETTO

Recensione il delitto perfetto




Regia di Alfred Hitchcock con Grace Kelly, Ray Milland, Robert Cummings, John Williams

Recensione a cura di antoniuccio (voto: 10,0)

Tony e Margot Wendice sono sposati ma non si amano: lui è un ex tennista di successo, lei un'ereditiera. Margot ha un amante, Mark, e Tony lo sa.
È riuscito a scoprirlo perché Margot si è fatta scorgere mentre spostava di borsetta in borsetta una lettera di Mark; Tony con uno stratagemma "ruba" la borsetta e, dopo averla privata della lettera, lascia che la moglie la ritrovi agli oggetti smarriti di Victoria Station.
Margot crede, così, che uno sconosciuto sappia tutto e la stia ricattando. In realtà è Tony che le ha spedito una lettera anonima, perché ha ben altro in mente. Questo è un passo fondamentale per comprendere il prosieguo della storia.

Tony ha deciso di eliminare la moglie e quindi si rivolge a un suo ex compagno di università che ha avuto nel tempo diverse avventure con la polizia. Swann - questo è il nome del potenziale assassino - si mostra inizialmente restio a tornare a fare i conti con la giustizia, ma Tony è molto abile nel trasformare una proposta in un bieco ricatto: se non procederà con l'omicidio, lui avrà tutte le carte in regola per accusarlo del furto della borsetta della moglie, nella quale c'era la famosa lettera.
Inaspettatamente però, e malgrado il congegno dell'omicidio sia stato curato al dettaglio, Margot per legittima difesa uccide il suo aggressore.
Tony riesce tuttavia a trasformare le tracce di una legittima difesa in un omicidio premeditato, fino a rendere Margot colpevole dell'omicidio di Swann. È proprio combinando alcuni oggetti ad arte, tra cui la famosa lettera estratta dalla borsetta, che le circostanze sembrano accusare Margot di aver architettato tutta la messa in scena per liberarsi del suo ricattatore.
Fortunatamente l'errore è sempre in agguato e l'ispettore Hubbard riesce a trovarlo, salvando Margot dal patibolo.

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giovedì 10 marzo 2011

Recensione UN GELIDO INVERNO

Recensione un gelido inverno




Regia di Debra Granik con Jennifer Lawrence, John Hawkes, Kevin Breznahan, Dale Dickey, Garret Dillahunt, Shelley Waggener, Lauren Sweetser, Ashlee Thompson, William White, Casey MacLaren, Isaiah Stone, Valerie Richards, Beth Domann, Tate Taylor, Cody Brown, Ronnie Hall, Sheryl Le

Recensione a cura di Mimmot

Scordatevi l'America glamour della Fifth Avenue o quella esclusiva dei grattacieli di lusso dell'Upper East Side, scordatevi di Beverly Hills e di Santa Monica, di Hollywood e della sua elegante Sunset Boulevard, scordatevi l'America dell'agiatezza e dei paesaggi da cartoline, qui siamo tra le sperdute lande del Missouri, nel crudo, desolato, freddo paesaggio delle montagne Ozarks, un luogo tetro, arcigno e inospitale. Sono i luoghi dell’America rurale, cattiva, spietata.
Ozarks, appunto, quasi montagne anche se è solo un altipiano, tra gli Appalachi a destra e le Montagne Rocciose a sinistra.
E questi nel Missouri sono i luoghi più remoti della provincia americana, da affrontare  con coraggio e a muso duro, dove la vita e difficile e l'America edulcorata dei manifesti è solo un miraggio. Ed è qui, nel cuore di questo freddo altipiano, che è ambientato il film di Debra Granik, "Un gelido inverno", aderente trasposizione cinematografica del romanzo omonimo di Daniel Woodrell, autore che nutre le sue opere della stessa atmosfera che avvolge i luoghi che ama e che conosce molto bene.

In questa terra ai margini degli Stati Uniti, in una vecchia baracca di legno, vive Ree, una fanciulla diciassettenne oppressa dalla miseria e divenuta adulta troppo in fretta.
Ree culla un sogno di fuga, che non si realizzerà mai: arruolarsi nell'esercito degli Stati Uniti. Nel frattempo è costretta a prendersi cura dei suoi due fratellini, facendo le veci della madre, caduta in depressione per le malefatte del marito.
Ree ha passato la sua giovane esistenza dedicata alla sua famiglia, curando i fratellini più piccoli, procurando loro il cibo, preoccupandosi che vadano a scuola, facendo dal vero i lavori che le altre ragazzine della sua età riproducono, per gioco, con le bambole. La ragazza inoltre è in un mare di guai non per colpa sua: suo padre, infatti, piccolo produttore di anfetamine (come la maggioranza degli altri uomini della comunità) è finito in carcere per spaccio di droga. Ora è uscito di prigione e prima di sparire nel nulla, ha ipotecato la casa dove vive la sua famiglia e il bosco che la circonda, per pagarsi la cauzione e godersi una parentesi di libertà, prima della sicura condanna.
Non si dovesse presentare presto all'udienza, la baracca e il bosco verrebbero confiscati e Ree e la sua famiglia messi in mezzo alla strada.
Per scongiurare il pericolo Ree si mette in viaggio sulle tracce del padre, per costringerlo a presentarsi in tribunale. Viaggio, però, forse è una parola troppo grossa perché il viaggio è un'aspirazione, una necessità; è il luogo dell'anima dove nascono i grandi sogni e la mente corre veloce, dove il tempo è poesia e un passo non è mai uguale a quello che l'ha preceduto, né a quello che lo seguirà.
Qui non è così, perché il viaggio di Ree, nasce dal bisogno; bisogno di scoprire che fine ha fatto suo padre, per non perdere tutto ciò che le rimane e poter continuare a lottare per la sopravvivenza della sua famiglia.

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Recensione NEL TEMPIO DEGLI UOMINI TALPA

Recensione nel tempio degli uomini talpa




Regia di Virgil Vogel con John Agar, Cynthia Patrick, Hugh Beaumont, Alan Napier, Nestor Paiva, Robin Hughes, Phil Chambers, Arthur D. Gilmour, Rodd Redwing, Yvonne De Lavallade, James Logan, Kay E. Kuter, John Dodsworth, Marc Hamilton

Recensione a cura di Giordano Biagio

Negli anni '50 un gruppo di studiosi, composto da quattro archeologi, coordinati dal dottor Roger Bentley (John Agar), durante alcuni scavi in Asia, nella zona sottostante il monte Cui Tara, scopre un'antica lastra di pietra e una vecchia lampada ad olio con incisi sopra frasi scritte in caratteri cuneiformi sumerici, risalenti a più di 4.500 anni fa.
Dalla decifrazione dell'antica scrittura si viene a scoprire che la dinastia Sharon, devota alla dea Ishtar all'epoca di Gilgamesh, dispersasi improvvisamente proprio nel periodo in cui era più in auge, è riuscita a sopravvivere al diluvio della versione sumerica, approdando con Sharon e il suo parentato, tramite un'imbarcazione, sulla cime del monte Cui Tara.

Incuriositi dalla grande scoperta e desiderosi di trovare i segni-prova del passaggio della dinastia Sharon sul monte, il gruppo di archeologi si organizza per la scalata della montagna.
Sulla vetta il gruppo trova i sobborghi abbandonati di una antica città sumerica e nel sotterraneo, aperto da un cedimento improvviso del terreno, il centro più importante di essa, stranamente rischiarato da grosse pietre luminose. Attraverso un'incisione su un monumento eretto a favore della dea Ishtar, scritto dallo stesso Sharon, i quattro scoprono che la famosa dinastia è effettivamente sopravvissuta al diluvio, scomparendo forse solo in seguito, per motivi ignoti.

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