mercoledì 16 novembre 2011

Recensione KUNG FU PANDA 2

Recensione kung fu panda 2




Regia di Jennifer Yuh con Jack Black, Angelina Jolie, Jackie Chan, Seth Rogen, Lucy Liu, David Cross, Gary Oldman, Jean-Claude Van Damme, Dustin Hoffman, Michelle Yeoh, Victor Garber, James Hong

Recensione a cura di JackR

Lo spudorato approccio commerciale di DreamWorks all'animazione, che portava a film fatti di molta tecnica e pochissimo cuore, ha portato negli anni milioni di dollari di incassi nelle casse della major statunitense, ma più bocciature che applausi da parte della critica internazionale. Dopo "Shrek", nessun film DreamWorks ha avuto la stessa carica, la stessa voglia di rottura con il passato, la stessa qualità. Si sono scelte strade comode e infantili, con il conforto del ritorno economico: "Kung Fu Panda" non ha fatto eccezione.
Tecnicamente eccelso, era di una banalità sconfortante (non aiutata da un pessimo Fabio Volo scelto per l'edizione italiana) per chiunque non mirasse ad un Happy Meal contenente uno dei personaggi del film.

Da "Dragon Trainer" in poi, però, il vento è cambiato: "Kung Fu Panda 2" resta un prodotto essenzialmente destinato ad un target diverso – ad esempio – da "Up", ma come film di puro intrattenimento si può solo applaudire ad un tale miglioramento rispetto al primo episodio.
Po (Jack Black, bravissimo) protegge la Cina in qualità di guerriero Dragone, mentre si allena per cercare la pace interiore e completare il suo addestramento di kung fu. Quando nella città di GongMen il malvagio pavone Shen torna a rivendicare a suon di cannonate il regno da cui era stato esiliato anni prima, Po e i cinque guerrieri devono affrontare un nemico che con la sua letale arma minaccia non solo la Cina, ma anche lo stesso significato del kung fu.

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martedì 15 novembre 2011

Recensione SCIALLA!

Recensione scialla!




Regia di Francesco Bruni con Fabrizio Bentivoglio, Filippo Scicchitano, Barbora Bobulova, Vinicio Marchioni, Giuseppe Guarino, Prince Manujibeya, Arianna Scommegna

Recensione a cura di peucezia

Tra Bruno e Luca ci sono troppe differenze: l'età è la prima, perché il primo è un quasi sessantenne canuto e stanco mentre l'altro ha tutta la grintosa vitalità dei suoi quindici anni; uno sembra essersi ritirato dalla vita trincerandosi nel suo bell'appartamento a scrivere biografie per i famosi poco letterati (l'ultima della serie è la ex pornostar Tina, casa in campagna con domestica filippina, pianoforte a coda e figlio con modi da studente di Eton) e a far ripetizioni decisamente controvoglia, l'altro sogna di fare il boss, guarda dalla finestra durante le lezioni della severa docente di italiano e adopera quasi esclusivamente il gergo giovanile metropolitano (scialla, la parola che dà il titolo al film significa stai sereno).
Eppure i due hanno in comune i geni e, complice una coabitazione inizialmente decisamente subita, impareranno a vivere, a capire e a capirsi.

Ennesima pellicola sulle relazioni tra due generazioni distanti e sul classico adolescente che scantona e poi cresce per entrare nel mondo degli adulti, "Scialla!" riesce ad emergere e a segnalarsi grazie al tono leggero mantenuto per tutto il film (complice anche la colonna sonora disseminata di canzoni rap in giovanil-romanesco) e soprattutto per lo stato di grazia dei due coprotagonisti Fabrizio Bentivoglio e l'esordiente Filippo Scicchitano, che dà vita al suo Luca senza nessuna sbavatura.

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lunedì 14 novembre 2011

Recensione THIS MUST BE THE PLACE

Recensione this must be the place




Regia di Paolo Sorrentino con Sean Penn, Frances McDormand, Tom Archdeacon, Shea Whigham, Harry Dean Stanton, Joyce Van Patten, Kerry Condon, Judd Hirsch, Seth Adkins, David Byrne, Eve Hewson, Simon Delaney, Gordon Michaels, Robert Herrick, Tamara Frapasella, Sarab Kamoo

Recensione a cura di Stefano Santoli (voto: 7,0)

Cheyenne, cerone e capelli che fanno il verso in maniera un po' troppo marcata a Robert Smith dei Cure (il vero nome del personaggio sarebbe, tra l'altro, proprio Smith… almeno non Robert ma John), è un'ex popstar che vive in un vuoto pneumatico, in una sospensione al ralenti dell'esistenza che in qualche modo è analoga, per quanto meno radicale, a quella del Titta di Girolamo di "Le conseguenze dell'amore".
L'imprinting di base del personaggio di Cheyenne è quello tipico dei protagonisti dei film di Sorrentino. Eccentrico e pieno di idiosincrasie (si pensi a quante esilaranti opportunità aveva offerto in questo senso la figura di Andreotti!), la differenza rispetto ai precedenti, è che Cheyenne appare meno meschino (anche se Sorrentino in fondo ci aveva fatto provare un po' di simpatia persino per il suo Andreotti, così come per il repellente ma buffo Geremia de "L'amico di famiglia"). Ma qui, dopo un po', lo spettatore smette decisamente di provare fastidio per un personaggio tanto "deviato" come Cheyenne, e ad affezionarsi a lui, riconoscendo la tenerezza del suo non esser mai cresciuto. In questo aiuta l'amore materno della moglie, interpretata da una splendida Francis McDormand (la cui presenza come attrice non è l'unico rimando al cinema dei Coen). In breve, lo spettatore comincia presto a vedere la realtà (anche) dal punto di vista di Cheyenne, e a trovare un senso nelle sue stravaganze.

Tante parole si sono spese sulle divergenze e differenze fra il "film americano" di Sorrentino, e il suo cinema precedente. In realtà non c'è un punto di rottura significativo.
E d'altra parte l'argomento dei detrattori di questo "This must be the place" è spesso proprio il fatto che Sorrentino, con un espressionismo descrittivo raffinato, invece di innovarsi, si avvierebbe a un compiacimento formale di maniera (una maniera personale, s'intende), povero di idee e di contenuti.
Noi non siamo completamente d'accordo. Non è vero che "This must be the place" sia povero di contenuti. E' vero, sì, che appare un'opera più lieve e solare, rispetto alla precedente filmografia, ma con questo apporta un cambiamento nella poetica del suo autore. Nel disincanto puro, nel cinismo un po' beffardo, si apre il varco una timida umanità. "This must be the place" è (semplicemente) un racconto di formazione, in cui un adolescente fuori tempo massimo, un adulto senza eredi e senza prospettive ricomincia a immaginarsi un posto nel mondo.

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venerdì 11 novembre 2011

Recensione IL PAESE DELLE SPOSE INFELICI

Recensione il paese delle spose infelici




Regia di Pippo Mezzapesa con Aylin Prandi, Rolando Ravello, Valentina Carnelutti, Antonio Gerardi, Luca Schipani, Teresa Saponangelo, Nicola Rignanese, Gennaro Albano, Vincenzo Leggieri, Roberto Corradino, Nicolas Orzella

Recensione a cura di Jellybelly (voto: 7,5)

Da ormai troppi anni il cinema italiano versa in stato comatoso, ed il successo di registi come Sorrentino e Garrone serve appena a mascherarne le reali difficoltà. Ormai da tempo siamo ai margini della cinematografia europea, scavalcati non solo da Gran Bretagna, Francia e Germania ma anche dalla new wave spagnola e dal suo (spesso ottimo) cinema di genere, ed i nostri tentativi di produrre cinema di qualità, quando non sono affidati alle iniziative dei singoli (di nuovo, si vedano le eccellenti carriere di Sorrentino e Garrone, ma anche di Crialese) o al mestiere di registi di lunga esperienza (come Bellocchio o Moretti), si traducono in prodotti goffi e pretenziosi, dalle sconcertanti quanto vacue pretese autoriali. In questi termini, l'edizione 2011 del Festival Internazionale del Film di Roma è stato un'amara cartina di tornasole: accoglienze tiepide per quasi tutti i film italiani in concorso, ed in particolar modo per "La kryptonite nella borsa" di Cotroneo ed "Il mio domani" di Marina Spada, e non sono state risparmiate critiche aspre anche ad esperti cineasti come Montaldo ed Avati, in concorso con "L'industriale" ed "Il cuore grande delle ragazze".

In un tale contesto ha però fatto capolino un prodotto della Fandango di Procacci (guardacaso mentore dei succitati Sorrentino, Garrone e Crialese), senza clamori, senza squilli di tromba, senza effetti speciali sul red carpet: "Il paese delle spose infelici", esordio cinematografico nella fiction per il giovane regista pugliese Pippo Mezzapesa.

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giovedì 10 novembre 2011

Recensione NESSUNO MI PUO' GIUDICARE

Recensione nessuno mi puo' giudicare




Regia di Massimiliano Bruno con Paola Cortellesi, Raoul Bova, Rocco Papaleo, Anna Foglietta, Caterina Guzzanti, Dario Cassini, Massimiliano Bruno, Giovanni Bruno, Hassani Shapi, Valerio Aprea, Lucia Ocone, Awa Ly, Pietro De Silva, Raul Bolanos, Maurizio Lops, Massimiliano Delgado

Recensione a cura di peucezia

"Nessuno mi può giudicare" cantava Caterina Caselli a fine anni Sessanta rivendicando la libertà di azione fino ad allora negata ai giovani e soprattutto alle donne.
Quel "canto libero", lontano richiamo all'evangelico "Chi è senza peccato scagli la prima pietra", ritorna nel film omonimo interpretato da Paola Cortellesi e Raoul Bova.

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mercoledì 9 novembre 2011

Recensione DUNE

Recensione dune




Regia di David Lynch con Kyle MacLachlan, Sean Young, Francesca Annis, Max Von Sydow, Brad Dourif, Freddie Jones, Jack Nance, Alicia Witt, Sting, Dean Stockwell, Patrick Stewart, Virginia Madsen, Silvana Mangano, Linda Hunt, José Ferrer, Richard Jordan

Recensione a cura di Giordano Biagio (voto: 8,0)

Nell'anno 10191 l'Universo conosciuto, con imperatore Padishah Shaddam IV, è sconvolto da cruente contese per il possedimento di una preziosa materia prima. La tensione è alta. Si formano complotti e congiure in alcuni pianeti: Arrakis (o Dune, sede dei Fremen uomini dagli occhi blu), Caladan (casata Atreides), Giedi Prime (casata Harkonnen), Kaitain (sede dell'imperatore), Iics (sede della Gilda). I conflitti diventano via via esplosivi a causa del venir meno di ogni garanzia sull'approvvigionamento della spezia-melange, essenza naturale di inestimabile valore presente nel pianeta Dune, la cui estrazione è messa in pericolo dall'insorgere dei Fremen, un popolo religioso in attesa del Messia (Il Mahdi), assetato di giustizia, che vive nel deserto sottomesso al crudele barone Vladimir della casata degli Harkonnen abitanti del pianeta Giedi Prime.

La spezia-melange è una sostanza gassosa di color arancione, una risorsa prodigiosa dalle elevate proprietà, tra le quali l'allungamento della vita, l'annullamento dello spazio tra un corpo celeste e l'altro che la Gilda gestisce consentendo viaggi interplanetari senza mezzi propulsivi, e il miglioramento delle facoltà precognitive in chi ne viene a contatto.

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martedì 8 novembre 2011

Recensione IL CUORE GRANDE DELLE RAGAZZE

Recensione il cuore grande delle ragazze




Regia di Pupi Avati con Micaela Ramazzotti, Cesare Cremonini, Gianni Cavina, Andrea Roncato, Sydne Rome, Patrizio Pelizzi, Gisella Sofio, Stefania Barca

Recensione a cura di JackR

L'unica dote di Carlino Vigetti (Cesare Cremonini), primogenito di Adolfo (Andrea Roncato), è un alito che profuma naturalmente di biancospino con il quale conquista le ragazze del paese.
Il proprietario del terreno coltivato dai Vigetti, Sisto Osti (l'immancabile Gianni Cavina), acconsente, seppur riluttante, a dare in sposa una delle sue figlie nubili e ben poco appetibili al giovane Carlino, pur di vederne sistemata almeno una. In cambio di una moto Guzzi e del prolungamento del contratto di mezzadria, Carlino acconsente al matrimonio, finché non conosce la bellissima Francesca (Micaela Ramazzotti), figliastra di Osti, e decide piuttosto di sposarsi con lei invece di scegliere tra le due zitelle, promettendo persino di astenersi dalle tentazioni.
Nonostante il parere contrario di tutti i genitori e qualche intoppo, i due convolano finalmente a nozze, ma l'astinenza forzata gioca a Carlino e Francesca un brutto scherzo...

Pupi Avati è legato ad alcune tematiche fondamentali: l'amicizia, la famiglia, i tempi della sua giovinezza. Il suo cinema migliore (da "Regalo di Natale" in giù) insiste su queste tematiche, in tono leggero o drammatico, raccontando storie che potrebbero appartenere ai ricordi di chiunque. Il suo modo di raccontare e filmare riflette l'attaccamento e la gratitudine nei confronti delle cose che nella sua vita hanno contato di più. Non è un caso che, quando si è allontanato da qualcosa a cui tiene veramente (un esempio: "Il figlio più piccolo"), i risultati siano –mediamente –meno convincenti.

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