mercoledì 11 giugno 2008

Recensione DIARI

Recensione diari




Regia di Attilio Azzola con Roisin Grieco, Amine Slimane, Antonio Sommella, Manuel Ferreira, Maria Teruzzi

Recensione a cura di fabrizio dividi

I migliori anni della nostra vita.

"Diari" affronta con originalità un tema che in Italia è stato affrontato sporadicamente e che non ha mai dato vita a un vero e proprio filone. Il cinema, qui da noi, ha spesso raccontato il mondo scolastico e adolescenziale prendendolo a spunto per la comicità pecoreccia delle commedie scollacciate Anni '80, e talvolta con risultati peggiori, attraverso il prisma di una critica sociale moralistica e politicizzata: tra i registi che hanno fatto eccezione, oltre a Lina Wertmuller e Daniele Luchetti, ricordiamo Nanni Moretti in "Bianca", anche se la caricaturale (e preveggente) ricostruzione ambientale di un istituto scolastico è in gran parte funzionale alla figura del protagonista.

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Recensione TUTTA COLPA DI VOLTAIRE

Recensione tutta colpa di voltaire




Regia di Abdel Kechiche con Sami Bouajila, Elodie Bouchez, Bruno Lochet, Aure Atika

Recensione a cura di peucezia (voto: 7,0)

Opera prima del regista franco-tunisino Kechiche pluripremiata nei vari festival cinematografici, "Tutta colpa di Voltaire" apre un ciclo poi sviluppato meglio in seguito nelle altre prove.
La tematica infatti è quella dell'inserimento dell'immigrato nordafricano in Francia, in particolare nell'ambiente multietnico della capitale, e delle relazioni con le varie comunità che convivono nel Paese.
Il giudizio che dà Kechiche del fenomeno è però tutto sommato positivo: né in questo né nei film successivi si parla di scontri interrazziali o classisti, ma invece il clima appare disteso e improntato sullo scambio e sulla collaborazione.

In "Tutta colpa di Voltaire" il protagonista, il giovane tunisino Jallel, arriva dalla madre patria a Parigi deciso a migliorare la propria esistenza e quella familiare; per poterlo fare ricorre ad un piccolo trucchetto: si finge algerino e richiede asilo politico. I francesi, che hanno dato i natali al grande Voltaire, sono notoriamente particolarmente sensibili ai diritti umani e quindi "abboccano".

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lunedì 9 giugno 2008

Recensione RED ROAD

Recensione red road




Regia di Andrea Arnold con Andrew Armour, Martin Compston, Tony Curran, Kate Dickie, Nathalie Press

Recensione a cura di Mimmot

Teso ed incalzante, claustrofobico e dolente, "Red Road" è la discesa agli inferi nell'ossessione di una donna, arida nei sentimenti e svuotata della capacità di vivere compiutamente dalla lunga elaborazione di un lungo e doloroso momento della sua vita; ma è anche la cronaca drammatica dell'interminabile viaggio di una donna, verso la ricerca di una vendetta a lungo meditata, per dare libero sfogo al suo odio represso e pareggiare i conti con un passato per lei lacerante.
I durevoli silenzi, le "sporche" atmosfere, i colori sgranati, la lentezza della narrazione, le voyeuristiche scene di sesso esplicito, le squallide ambientazioni rendono perfettamente bene il disagio di una donna in carenza di affetti, ed inducono lo spettatore in un lungo gioco di disorientamento perturbante, che lo porta ad accomunare vittime e carnefici come elementi di una stessa sconfitta, che unisce più che divide.

Girato dalla regista scozzese esordiente Andrea Arnold, "Red Road" è il primo lungometraggio di una trilogia denominata "The Advantage Party", un progetto britannico che prevede la realizzazione di tre film di tre registi scozzesi esordienti, interpretati dallo stesso gruppo di attori che recitano sempre il medesimo ruolo, con l'unico vincolo di raccontare lo squallore delle periferie di tre città scozzesi, con la stessa semplicità spartana di un film alla "Dogma 95" del danese Lars Von Trier.
Alla non più giovanissima Arnold è toccato il compito di rompere il ghiaccio, e lo ha fatto ambientando la sua opera in un quartiere desolato e desolante della periferia di Glasgow.
La sua fatica è stata facilitata dagli ottimi interpreti Kate Dickie e Tony Curran, entrambi di estrazione televisiva, ma bravissimi e coinvolgenti come pochi: anzi è mancato poco che la Dickie, a Cannes 2006 (dove il film è stato presentato in concorso vincendo il premio della Giuria) non vincesse la Palma d'oro come miglior interprete femminile.

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giovedì 5 giugno 2008

Recensione TOKYO!

Recensione tokyo!




Regia di Joon-Ho Bong, Leos Carax, Michel Gondry con Yu Aoi, Jean-François Balmer, Ayako Fujitani, Teruyuki Kagawa, Ryo Kase, Denis Lavant

Recensione a cura di fabrizio dividi (voto: 6,5)

Presentato a Cannes nella sezione "Un certain regard" il film ad episodi "Tokyo!" diverte ma non entusiasma.

Il primo episodio, "Interior Design" di Michel Gondry, racconta di una ragazza che, persa nella burocrazia della megalopoli giapponese, si scopre del tutto inadeguata; quando anche il suo ragazzo comincia a disinteressarsi di lei comincia a subire una lenta metamorfosi, fino a trasformarsi in una sedia.
In una sintesi perfetta tra "Pinocchio" e "Tetsuo", con la poesia del primo e l'angoscia del secondo, riesce perlomeno a rendersi utile all'inconsapevole padrone di casa dal quale si rifugia. Storia semplice raccontata con delicatezza, insaporita con stupefacenti effetti grafici e piccole trovate che la rendono comunque gradevole.

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Recensione ZATOICHI

Recensione zatoichi




Regia di Takeshi Kitano con Takeshi Kitano, Tadanobu Asano, Michiyo Oguso, Yui Natsukawa, Guadalcanal Taka, Daigoro Tachibana

Recensione a cura di Severino Faccin (voto: 8,5)

Vendicatore solitario, giustiziere cieco, paladino degli oppressi: tutto questo è "Zatoichi", l'eroe fatto rivivere sullo schermo da Kitano Takeshi secondo un modello collaudato che, a cavallo tra gli anni sessanta e settanta del Novecento fu personaggio di successo in molteplici film e telefilm che narravano le sue imprese in lungo e in largo attraverso il Giappone feudale.

La versione di Kitano si distingue per la sottile vena di ironia che la pervade: a iniziare dall'interpretazione del regista nel ruolo principale, in cui sfodera un'improbabile capigliatura biondo ossigenata, per finire con il tratteggio in toni macchiettistici di alcune delle figure nei ruoli comprimari.
È così per la contadina che offre ospitalità al giustiziere e per le sorelle Okinu e Osei (in realtà Osei è un maschio) che, travestite da geisha vagano alla ricerca della banda che ha assassinato la loro famiglia; e non vanno dimenticati Shinkichi, il nipote della contadina, amante del gioco d'azzardo e amico fidato di Zatoichi, e il ragazzone sciocco ma innocuo, che passa tutto il giorno a correre intorno alla casa della contadina brandendo lance e spada, convinto di essere un samurai.
Intanto i cattivi continuano a imperversare impunemente nel villaggio; primo fra tutti il capo dei capi, il perfido Kuchinawa, che sotto le spoglie di anziano inserviente dell'oste ordisce qualsiasi manovra abbia per oggetto soprusi, ruberie, omicidi. A differenza degli amici però, Kuchinawa e tutta la schiera dei nemici di Zatoichi sono dei bruti veri, non vi è ironia né malizia nei loro personaggi: quando compiono delle male azioni lo fanno con genuina cattiveria. Per fortuna c'è sempre lì il giustiziere, pronto a riparare a tutti i torti con l'aiuto della sua katana rossa.
Per questo Zatoichi dovrà vedersela con Hattori, il portentoso ronin, fiero e orgoglioso, che mette la propria forza a disposizione di chi lo paga. Un cattivo su commissione, egli svolge i compiti che gli sono assegnati per pura obbedienza e senso del dovere. Per quello stesso senso del dovere e per dimostrare la sua superiorità di combattente Hattori accoglierà la sfida e si farà uccidere per mano di Zatoichi.

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martedì 3 giugno 2008

Recensione A L'INTERIEUR

Recensione a l'interieur




Regia di Alexandre Bustillo, Julien Maury con Béatrice Dalle, Alysson Paradis, Nathalie Roussel, François-Régis Marchasson, Jean-Baptiste Tabourin, Dominique Frot

Recensione a cura di L.P. (voto: 7,5)

La distribuzione italiana, si sa, è piuttosto sciagurata, e mentre ci delizia con le infinite avventure dell'enigmista immortale, o con l'ennesimo sequel del prequel del remake, ignora tranquillamente un fatto di cui tutti, tranne noi, si sono accorti: in Europa sta rinascendo il cinema di genere.
Alexandre Aja, Neil Marshall e Jaume Balaguerò sono solo i nomi più noti all'interno di un panorama in continuo fermento, che rappresenta una vera e propria ancora di salvezza per gli appassionati di horror sparsi in tutto il mondo. Italiani esclusi, s'intende, tutti presi a dibattersi sbadigliando tra un Moccia e l'altro e ad assorbire passivamente la spazzatura di stampo televisivo che ci arriva da Hollywood.

"A' l'interieur", degli esordienti Alexandre Bustillo (anche sceneggiatore) e Julien Maury, è una delle ultime vittime di questa sconsiderata concezione della distribuzione in sala. Da noi è inedito. Forse tra qualche anno farà una fugace apparizione tra gli scaffali dei videonoleggi per cadere subito nel dimenticatoio. E magari è anche giusto così: se un film del genere uscisse da noi, scatenerebbe minimo tre o quattro family day.
L'opera prima della coppia di registi è una specie di sintesi perfetta della rinascita cinematografica dell'orrore targato Europa, soprattutto quello sviluppatosi in terra francese. Ne racchiude tutti i pregi ed i difetti, e suona quasi come una programmatica dichiarazione d'intenti.
Sia Bustillo che Maury sono appassionati di cinema horror; Bustillo è anche redattore della rivista specializzata "Mad Movies". Come molti loro colleghi americani, quindi, conoscono alla perfezione il genere ed i suoi meccanismi, e affrontano la materia trattata con lo slancio un po' folle (e demente) tipico del fan sfegatato. Non è una novità: basti pensare ad Eli Roth oppure, andando indietro nel tempo, a Kevin Williamson. Solo che "A' l'interieur" non si trova dalle parti di un "Hostel" qualsiasi; ci troviamo in un territorio completamente diverso, più oscuro, del tutto estraneo alla violenza millantata negli spot pubblicitari e, alla prova dei fatti, invisibile del cinema horror statunitense dell'ultimo decennio. Bustillo e Maury mantengono ciò che promettono: superano ogni limite consentito per approdare direttamente all'oltraggio. Anzi, oltrepassano la nozione stessa di oltraggioso e ti sbattono in faccia l'insostenibile. Erano anni che nel cinema occidentale (non amatoriale) non si assisteva ad una tale esplosione di brutalità, esibita senza freni inibitori di fronte al povero spettatore ignaro, che si aspetta di vedere il solito torture movie e invece ha a che fare con un oggetto inaudito, viscido e ripugnante e tuttavia dotato di una gelida bellezza, tale da obbligarlo a non distogliere mai lo sguardo, anche quando il suo stomaco implora di fare il contrario.

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Recensione I DEMONI DI SAN PIETROBURGO

Recensione i demoni di san pietroburgo




Regia di Giuliano Montaldo con Miki Manoilovic, Carolina Crescentini, Roberto Herlitzka, Filippo Timi, Patrizia Sacchi, Sandra Ceccarelli, Giovanni Martorana

Recensione a cura di GiorgioVillosio

Lo scrittore Dostoevskij viene a sapere da un giovane anarchico che la sua cellula va preparando un altro attentato allo Zar. Pressato di giorno dall'urgenza di scrivere, si mette di notte alla ricerca della giovane a capo dell'organizzazione, per convincerla a desistere.

Assente per lunghissimi anni dalla regia, Giuliano Montaldo ritorna con un'opera molto complessa e impegnativa, non facile da giudicare. Nel farlo riprende i suoi legami passati con il racconto storico (ricordiamo i suoi "Sacco e Vanzetti" e "Giordano Bruno") e la letteratura pura ("Gli occhiali d'oro" di Bassani), con un taglio in parte saggistico e didascalico ed in parte incentrato sul difficile rapporto tra maestro ed allievo e vecchie e nuove generazioni. Dove le prime tendono ad un sostanziale revisionismo anche delle proprie lezioni giovanili le seconde mordono il freno a fatica, sentendosi tradite nel loro velleitarismo rivoluzionario.
Questa dialettica è solo uno dei tanti elementi che potremmo definire, in sintonia col titolo, come i "demoni", che tanto agitavano Dostoevskij nell'omonimo romanzo come nella vita personale; "demoni" però parzialmente diversi da quelli del libro stesso, incentrato sul pensiero e sugli ambienti nichilisti, sostenitori strenui della lotta al materialismo, ma più in generale sulla sensibilità personale del grande scrittore, duramente provato da una grave forma di epilessia. Era proprio questa malattia che forse lo portava a studiare, sentire e rappresentare il lato più tenebroso di noi stessi, a cavallo tra delitto e castigo, desiderio di elevazione ed abbrutimento totale, ed a scandagliare negli antri più reconditi della nostra anima, dove albergano disperazioni, conflitti e malevolenze, che si vorrebbe riscattare con atti sublimi, capaci di rigenerare il mondo.
Così pensando e soffrendo, il grande scrittore russo si faceva portatore di una missione etico?estetica ("la bellezza salverà il mondo"), prefigurando la presa di coscienza che l'uomo d'oggi ha del destino di esistere.

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