venerdì 14 settembre 2007

Recensione SHINE

Recensione shine




Regia di Scott Hicks con Geoffrey Rush, Noah Taylor, Armin Muller-Stahl, Lynn Redgrave, John Gielgud

Recensione a cura di Harpo (voto: 7,5)

Un musicologo italiano disse riguardo al concerto per piano e orchestra n. 3 di Sergei Rachmaninov: "[?] Anche qui non è difficile trovare dei gesti piuttosto pletorici, ma nel suo insieme si tratta di un'opera spontanea e sincera, ricca di bei temi e di episodi avvincenti. [?]". E, a ben pensarci, queste parole risultano assolutamente perfette anche per il film "Shine" di Scott Hicks.

La storia è quella di David Helfgott, pianista australiano (ma di origini ebraico-polacche), che ancora oggi continua la sua carriera artistica.
Piegato da un burbero padre-padrone che se ne serve a suo piacimento, il giovane e dotato David fuggirà da lui, andando in Inghilterra per diventare un grande pianista. All'apice della sua carriera subirà un crollo psico-fisico proprio dopo l'esecuzione del mastodontico concerto n. 3 di Rachmaninov. Al suo ritorno in Australia nulla sarà più come prima.
Il film, nel suo insieme, è impostato come la più larga maggioranza dei concerti per piano e orchestra. La pellicola è infatti suddivisibile in tre movimenti: crescita pianistica di David, la fuga a Londra (nonché la sua "caduta") e, infine, la rinascita (pianistica).

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giovedì 13 settembre 2007

Recensione NELLA VALLE DI ELAH

Recensione nella valle di elah




Regia di Paul Haggis con Tommy Lee Jones, Charlize Theron, James Franco, Susan Sarandon, Jonathan Tucker

Recensione a cura di kowalsky (voto: 8,0)

Fin dalla citazione Biblica del titolo originale, che racconta la vicenda del giovane David mandato dal padre nella Valle di Elah a combattere il gigante Golia, c'è - nel nuovo film di Haggis - un rapporto intenso e forse indispensabile con la Metafora in quanto mezzo (o unico, disperato sostentamento) per raccontare la nostra Contemporaneità.
Un complessivo sguardo sulla Guerra in Iraq, antitetico a quello di De Palma, che gioca perciò di "sottrazione" e che, paradossalmente e insolitamente, è molto più vicino al sentimento spirituale e sofferto della popolazione americana rispetto all'iconoclasta "Redacted", rivolto forse più a un pubblico europeo.

La storia racconta di Hank Deerfield, ex-veterano del Vietnam, maniaco dell'ordine e della disciplina militare, fiero patriota, che cerca il figlio Mike, tornato dall'Iraq da una settimana e misteriosamente scomparso nel nulla.
L'uomo assolda una dectetive, l'ispettrice Emily Sanders (Charlize Theron), per indagare, ma inizialmente il rapporto tra i due è minato dall'antimilitarismo della donna, condizionato forse dal suo inerme conflitto con quell'universo maschile che, anche nel suo ambiente di lavoro (è spesso costretta ad occuparsi di casi di poco conto, e per questo viene spesso sbeffeggiata dai colleghi) è predominante. Dopo diversi giorni, il corpo del giovane marine viene trovato morto, barbaramente tagliato a pezzi, e tutto questo semina nel padre e nel suo universo di "valori" una profondissima revisione di tutto ciò che aveva valorosamente creduto.

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Recensione AMERICAN PSYCHO

Recensione american psycho




Regia di Mary Harron con Christian Bale, Willem Dafoe, Jared Leto, Josh Lucas, Samantha Mathis, Chloë Sevigny, Reese Witherspoon

Recensione a cura di Jellybelly (voto: 4,0)

Con un trillo ritmato la mia sveglia JVC da 350 Euro mi invita ad alzarmi dal letto.
Sono le cinque e trenta del mattino quando scanso definitivamente le lenzuola dirigendomi deciso verso la panca per gli addominali; dopo aver fatto sei serie da quaranta addominali e centocinquanta flessioni, mi dedico alla pulizia del mio corpo.
Come prima cosa mi immergo nella Jacuzzi per un salutare idromassaggio di dieci minuti, profumato da sali Hanorah. Terminato l'idromassaggio svuoto la vasca ed elimino le tossine con una doccia fredda della durata di quindici minuti, detergendo il mio corpo con un bagnoschiuma "Tesori d'Oriente" al muschio bianco e ginseng, che conferisce alla mia pelle una delicata fragranza naturale mantenendola morbida ma senza intaccarne il perfetto colorito ambrato. Mi asciugo con un soffice accappatoio di spugna Tommy Hilfiger e provvedo quindi alla cura dei miei capelli, che ha inizio con uno shampoo Garniere Fructis agli olii essenziali di mandorla ed uva, ideale per mantenerli soffici e resistenti. Trovo incantevole il taglio che mi ha fatto Fragnelli l'altro ieri. Dopo aver massaggiato delicatamente il cuoio capelluto con i polpastrelli - non troppo a lungo, o rischierei di vanificare l'ottima manicure opera del mio estetista omosessuale - risciacquo i capelli ed applico un balsamo all erbe per esaltarne la naturale morbidezza.
Sono le sette quando inizio a radermi, prestando attenzione a seguire col rasoio da barbiere la linea di crescita della barba, inprecedenza ammorbidita dalla crema da barba Hanorah alla crema di cocco. Una volta terminata la rasatura applico sul volto una crema dopobarba senza alcool, quindi una crema esfoliante ed una emolliente.
Sono le sette e quaranta quando mi lavo i denti con un dentifricio ad azione sbiancante Durban's ed uno spazzolino elettrico, azione necessariamente preceduta e seguita da un attento passaggio di filo interdentale. Dopo aver applicato del deodorante Breeze sul mio torace, che mi garantirà una freschezza duratura nell'arco della giornata, sono pronto per vestirmi ed andare al lavoro

A distanza di nove anni, la regista Mary Harron riesce a portare sugli schermi l'inquietante best-seller di Bret Easton Ellis "American Psycho", opera dal macabro fascino perverso e dalla lugubre ironia, capace di fotografare una generazione - quella dei rampanti "yuppie" di Wall Street - puntando sull'estremizzazione delle proprie caratteristiche e della assoluta vacuità dei loro intenti, forte di uno stile brillante, cinico e crudele nella propria disarmante efficacia.

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mercoledì 12 settembre 2007

Recensione LUSSURIA - SEDUZIONE E TRADIMENTO

Recensione lussuria - seduzione e tradimento




Regia di Ang Lee con Tony Leung Chiu Wai, Joan Chen, Wei Tang, Anupam Kher, Lee-Hom Wang, Chih-ying Chu, Johnson Yuen

Recensione a cura di kowalsky (voto: 7,5)

Shangai, 1942: durante l'Occupazione Giapponese, una giovane universitaria, Wang Chiah-Chih, lavora in una Compagnia Teatrale con alcuni studenti alleati nella Resistenza, allo scopo di convincere gli spettatori, o meglio la cittadinanza, della necessità di stanare i collaborazionisti, ritrovando l'orgoglio ed il coraggio perduti.
Durante uno spettacolo di un certo rigore ideologico, la folla in toto esulta e grida "La Cina non cadrà", preannunciando quanto le intenzioni di catturare il popolo siano state giustificate e accolte positivamente.
La ragazza cambia identità con il preciso scopo di conoscere e imbrogliare il temuto Mr.Yee, un cinese collaborazionista dei Servizi Segreti.
Entra perciò, con un altro nome, in contatto con un gruppo di signore borghesi (dove gioca spesso a "Mahjongg") fra cui la moglie di Mr. Yee (il carismatico Tony Leung Chiu Wai) informando i "compagni" di ogni sua mossa. Il gioco diventa pericoloso nel momento in cui l'uomo, che non le è mai stato indifferente, finisce per innamorarsi di lei, arrivando anche a pagare un anello in una gioielleria dove la donna doveva "misteriosamente consegnare una lettera a suo nome".

Nonostante il (contestatissimo) Leone d'Oro a Venezia, il cinema orientale non sta vivendo un momento del tutto positivo: è in questa fase di transizione che continuiamo a leggere critiche sulla vena perduta di Wong Kar-Wai (di cui Leung è, come molti sanno, attore- feticcio) e Kim-Ki-Duk.
Al Festival di Venezia si sono viste opere dispersive e pretenziose (come il nuovo film di Jiang Wen) ma soprattutto prive di personalità. Anche un eccellente prodotto come "Tiantang kou" ("Blood Brothers") di Alexi Tan, sceneggiato da John Woo, alla fine è soprattutto un omaggio al cinema occidentale di Leone o Scorsese.
La sensazione è stata di aver assistito di recente (a parte il formidabile approccio documentaristico di Zhang-kè) a una transizione in cui il cinema cinese, giapponese e coreano rischiano di spersonalizzare la propria cultura.
Probabilmente è lo stesso problema che ha diviso gli addetti ai lavori davanti all'ultimo film di Ang Lee, tratto dal romanzo della scrittrice Eileen Chang (in Italia meglio conosciuta come Zhang Ailing) e sceneggiato da quel James Schames già produttore e autore del soggetto de "I segreti di Brokeback Mountain".

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Recensione PRET-A-PORTER

Recensione pret-a-porter




Regia di Robert Altman con Kim Basinger, Linda Hurt, Julia Roberts, Tim Robbins, Marcello Mastroianni, Sophia Loren

Recensione a cura di victor

Un uomo, all'apparenza molto anziano, sulla settantina, si ferma in un negozio e compra due cravatte...
Si apre così il 26° film di Robert Altman, che questa volta pone al centro del suo mirino la moda e tutto quanto le graviti attorno (giornali, riviste specializzate ecc.).
Come usuale nei film del regista, anche "Pret-a-porter", si snoda attraverso le vicende corali di una serie di personaggi, durante la settimana del pret-a-porter a Parigi.

La settimana dell'alta moda parigina viene sconvolta dalla prematura morte di Olivier de la Fontane, avvenuta a causa di un panino ed attribuita a Sergio, un emigrante in Russia, tornato per rivedere la moglie Isabella, ora sposa del defunto Olivier; le direttrici delle tre riviste di moda più importanti, "Elle" Francia, "Harper's Bazar" America e "Vogue" Gran Bretagna, tentano di accaparrarsi il fotografo del momento, Milo O'Branningam, che finirà per ricattarle; la stilista Simone Lowenthal è costretta a vedere, inerme, il proprio impero venduto dal figlio a Clint Lammeraux, produttore di una società texana di stivali; la reporter Kitty Potter finisce con lo stancarsi di adulare gli intervistati e cede il posto alla sua fedele assistente; due giornalisti si ritrovano per una serie di equivoci a condividere la stanza d'albergo intrecciando una relazione sessuale; gli stilisti Cy Bianco e Cort Romney sono costretti a mantenere segreta la loro relazione mentre Louise, amante di Hamilton, si destreggia tra le strade parigine facendo shopping.

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martedì 11 settembre 2007

Recensione CAPTIVITY

Recensione captivity




Regia di Roland Joffé con Elisha Cuthbert, Daniel Gillies, Pruitt Taylor Vince, Laz Alonso, Michael Harney

Recensione a cura di Carlo Baldacci Carli (voto: 3,5)

"Abduction, Confinement, Torture, Termination" (rapimento, segregazione, tortura, terminazione), con queste parole si conclude il trailer originale dell'ultimo film diretto da Roland Joffé. E con queste parole erano contraddistinti i quattro pannelli della campagna pubblicitaria della pellicola, che furono affissi a Los Angeles generando così tante polemiche da convincere sia il produttore Mark Damon (per la After Dark Films) sia la Lions Gate (in veste di distributore) a ritirarli.
Rivisitate per il lancio italiano, dopo il clamoroso insuccesso del film negli Stati Uniti, le parole della pubblicità nostrale sono: "Sesso, Omicidi, Tortura" nel trailer e "Prigionia, Tortura, Morte" in alcune locandine.

"Captivity" racconta la storia di Jennifer Tree (Elisha Cuthbert), modella e Cover Girl di successo, che viene rapita, rinchiusa in una prigione e sottoposta ad una serie di torture psicologiche e fisiche di crescente crudeltà e sadismo.
Una trama tutt'altro che originale e che si presenta come un incauto miscuglio di pellicole quali "Saw", "Hostel" e "Il Pasto Umano", senza scordarsi del più recente "Vacancy". E se i modelli di riferimento dovrebbero già essere definiti mediocri, essi almeno sono stati campioni d'incassi.
"Captivity", invece, si presenta anche come un clamoroso flop (costato 17 milioni di dollari, negli Stati Uniti ha incassato poco più di 4 milioni di dollari).
In tutto questo non ci sarebbe niente di particolarmente strano se ci trovassimo di fronte a un filmetto realizzato a costi bassissimi e diretto da un esordiente che ha ancora bisogno di farsi le ossa e che sfrutta un filone che sta riscotendo ampi consensi di pubblico. Tuttavia, questo non è il caso di "Captivity". Il film è diretto da un regista cosiddetto "impegnato": il britannico Roland Joffé, che in passato ha realizzato pellicole di buona qualità, come "Urla del Silenzio" ("The Killing Field" , 1984, il suo esordio cinematografico), "The Mission" (1986), "La Città della Gioia" ("City of Joy", 1992), "Vatel" (2000).
Inoltre, "Captivity" è stato scritto dal bravo Larry Cohen, di cui ricordiamo lavori quali "Io, La Giuria" ("I, the Giury", 1982), "Stuff, il Gelato che Uccide" ("The Stuff", 1985) di cui è anche regista, la serie di "Maniac Cop" (1988, 1990, 1993), "In Linea con l'Assassino" ("Phone Boot", 2002), "Cellular" (2004).
Queste credenziale potrebbero far sperare in un film di alta qualità che, pur inserendosi nel filone sopraccitato, sia capace di elevarsi per contenuti artistici, metaforici e sociali. Ad esempio il film "The Stuff" di Cohen era sì una pellicola horror, ma, oltre alla sua indubbia originalità ed ai toni ironici e farseschi, essa presentava molte peculiarità interessanti, fra cui l'accusa contro il sistema di alimentazione americano, contro la struttura familiare, contro il potere della pubblicità.
E in realtà delle pretese sociologiche "Captivity" le avrebbe, ma queste vanno a perdersi nei meandri di una storia pasticciata, banale e sconclusionata. Di questo parleremo più avanti.

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Recensione LA PASSIONE DI GIOVANNA D'ARCO

Recensione la passione di giovanna d'arco




Regia di Carl Theodor Dreyer con Renée Falconetti, Eugène Sylvain, Antonin Artaud, Michel Simon

Recensione a cura di amterme63 (voto: 10,0)

"Le ho detto e glielo ripeto ancora una volta. Io ho intenzione di girare un film che si potrà citare come un film modello"

Se i dirigenti della Société Général des Films avessero saputo di che pasta fosse fatto il 38enne regista danese Carl Theodor Dreyer, non gli avrebbero mai affidato nel 1927 la direzione del film su Giovanna d'Arco. La loro ambizione era quella di fare concorrenza a Hollywood, producendo kolossal storici; oltre al film su Giovanna d'Arco, ne avevano finanziato uno su Napoleone affidato al famoso regista francese Abel Gance. Gance creò un'opera monumentale della durata di diverse ore e che veniva proiettata su tre schermi in contemporanea: "troppo" kolossal per avere successo.
Dreyer invece, nonostante l'astronomica cifra di 9 milioni di franchi spesi per le riprese, presentò nell'ottobre del 1928 un film scarno, concentrato, poverissimo di azione, fatto in pratica solo di primi piani. Il pubblico rimase quasi sconcertato dall'insolito stile e ne decretò l'insuccesso commerciale. Il regista danese aveva però raggiunto il suo scopo: era riuscito a creare un'opera che sarebbe servita come punto di riferimento per il futuro, e che rappresenta forse il limite estremo a cui è giunto il cinema per esprimere i sentimenti interiori senza usare le parole.

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