martedì 1 febbraio 2005

Recensione RAY

Recensione ray




Regia di Taylor Hackford con Jamie Foxx, Harry Lennix, Clifton Powell, Kerry Washington, Regina King

Recensione a cura di GiorgioVillosio

A quale "genere" espressivo potremmo riferirci per il racconto filmico di Taylor Hackford, a cavallo tra il documentario biografico, la fiction cinematografica, il réportage televisivo e il videoclip musicale? Un mix di tanti elementi, dove la vita del Genius viene raccontata solo in parte, negli anni più fertili e drammatici, sorvolando sugli ultimi 40 anni; l'intreccio drammatico, crudo e convincente ove racconta il rapporto con la droga, si sfilaccia, poi, quando entrano in gioco donne, sesso, figli e sentimenti. In particolare, la storia dell'infanzia e la figura della madre suonano fortemente retorici, soprattutto quando subentra l'ulteriore elemento della spiegazione psicanalitica. Bene, invece, il ritmo serrato delle scene di viaggio per le pianure americane, rapide ed incalzanti, con occhio attento alla letteratura e al cinema on the road; come altrettanto orecchiata risulta la ricostruzione oleografica delle immagini del profondo sud nero-americano, alla maniera di Faulkner o Caldwell. Col sovrapporsi di tanti elementi e tanti temi, però, non poteva che derivarne un film lungo in eccesso, cui una maggiore sintesi avrebbe giovato, senza nulla perdere dei significati. Salvo pensare che tale prolissità non sia dovuta al caso, ma che intenda tradurre, in immagini, gli schemi armonici essenziali del blues: con le strofe di dimensioni particolari, inconfondibili, suddivise in misure matematiche precise e più volte reiterate, a piacere del cantante, sovente ad ufo (al punto che per la registrazione dei dischi 78 giri in soli tre minuti venivano ridotte forzosamente a una media di 5/6 per brano).

Nel film sulla vita di Ray, comunque, non troviamo solamente la struttura tipica da "giro di blues", ma più genericamente una commistione sostanziale degli elementi base della musica nero-americana: il senso profano della vita e della realtà quotidiana del blues, e la tensione ideale della religiosità cristiana degli spirituals, con cui un popolo di schiavi mirava a trascendere la propria disperazione nella speranza di un regno ultraterreno. Peraltro, i modi con cui il coloured americano cerca di riscattare il suo passato di dolore e di sofferenza sono diversi. Più unico che raro quello di Ray Charles, che si differenzia non poco dal modello comune, ove sacro e profano sembrano convergere in un unico percorso di riscatto individuale. Nel caso del Genius, invece, l'elemento "sacrale" di gospels e spirituals sembra cedere a quello profano, fornendo solamente le sue sonorità, senza troppe implicazioni fideistiche. Da cui una certa ostilità dei più religiosi, e lo spaziare "laicamente", senza pregiudiziali, un po' su tutti i generi, "bianchi" come "neri", e, comunque, "commerciali", come il Rythm&Blues o il Country. Forse, come detto chiaramente nel film, la "vendetta" individuale del nero Ray Charles doveva compiersi non coi lamenti perdenti del cantante gospel, ma con la lotta diretta al "bianco sfruttatore" sul suo stesso piano; perpetrata nei fatti con una miscela inimitabile di arte musicale, affarismo e spirito imprenditoriale.

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