martedì 26 aprile 2011

Recensione HABEMUS PAPAM

Recensione habemus papam




Regia di Nanni Moretti con Nanni Moretti, Michel Piccoli, Jerzy Stuhr, Renato Scarpa, Margherita Buy, Franco Graziosi

Recensione a cura di Stefano Santoli (voto: 8,0)

Un Conclave, in cui nessun cardinale vorrebbe assumersi il fardello del pontificato, elegge nuovo Papa un outsider francese, che, inizialmente sorpreso, non tarda a rendersi conto della gravosità del compito che gli è toccato in sorte e a percepire una personale inadeguatezza. Si rifiuta in un primo momento di affacciarsi al balcone per la pubblica presentazione del nuovo pontefice; quindi, nell'ambito del tentativo di ricorrere allo strumento della psicanalisi per risolvere il "problema", il neoeletto (ma non proclamato) Papa Melville (interpretato da un immenso Michel Piccoli) riesce a fuggire alla vigilanza dei suoi custodi e dileguarsi per le vie di Roma, dove si affaccerà su un mondo intero, a lui sconosciuto.

"Habemus Papam" sarebbe piaciuto a Pirandello. Il soggetto e il tono della narrazione sembrano quelli di una novella del grande scrittore di Girgenti. Con l'autore de "Il fu Mattia Pascal", il nuovo film di Nanni Moretti ha in comune anzitutto il gusto di un'ironia sardonica, dissacrante e smascherante, in equilibrio tra commedia e dramma. E appartiene a una tradizione allegorica, tipicamente latina, che rimanda da un lato alla commedia dell'arte (ricordando il teatro goldoniano ma anche quello di Molière), e dall'altro rinvia al racconto picaresco (quello cui appartiene, tra l'altro, il "Don Chisciotte"). Una tradizione che nel cinema è stata assunta, fra gli altri, da un maestro come Buñuel (si pensi a film come "Nazarin", "Viridiana", "La via lattea", in cui sempre una parabola allegorica è sostenuta e alimentata da una continua ironia).
Non è un film sulla Chiesa, "Habemus Papam", ma sulle istituzioni. E' un film sul potere, sull'aspetto, la facies del potere. Contrariamente a "Il caimano", che ci apparve non risolto nel suo confrontarsi in maniera diretta e immediata con una figura a dir poco ingombrante, "Habemus Papam" si sostiene leggero sulla grazia di un'ispirazione felice, perché è parabola universale, allegoria che trascende un'istituzione e l'attualità, con la vocazione di non parlare tanto dell'oggi, quanto di restare nel tempo.

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