lunedì 1 marzo 2010

Recensione MESHES OF THE AFTERNOON

Recensione meshes of the afternoon




Regia di Maya Deren con Maya Deren, Alexander Hammid

Recensione a cura di Ciumi (voto: 9,5)

Il surrealismo si proponeva di svelare una realtà superiore attraverso il metodo dell'associazione istantanea, sintetica e privata delle spiegazioni logiche che collegavano l'uno all'altro elemento captato e citato: nella convinzione dunque che mediante l'esposizione di questi piccoli misteri dettati dal pensiero, si riuscisse a sollecitare il grande Mistero che sta dietro alla vita, quella realtà superiore che si fonda sul difficile connubio tra realtà e sogno, tra cosa vissuta e cosa non del tutto vivibile, tra concretezza estrema ed estrema trascendenza.
E' innanzitutto un esercizio di memoria, un disporsi ricettivo (o anche passivo) da parte dell'artista "veggente" a quella dimensione onirica suprema che la logica vigile troverebbe altrimenti impercorribile. Insomma l'arte surrealista s'imponeva come scopo il procedimento spontaneo proprio dei sogni, di sottomettersi meccanicamente al potere suggestivo del loro dettato, e di giovarsene, in un secondo momento, sul piano conoscitivo sacrificandone ogni funzione di tipo estetico o morale.

Tuttavia, per quanto nobile fosse l'intento dei surrealisti, un intervento in qualche modo estetizzante e modellatore da parte dell'artista necessariamente rimane; basta vedere questo primo esperimento di Maya Deren per rendersene conto.
Diciamolo subito: benché girato con poveri mezzi, il film è seducente e bellissimo, ricco d'invenzioni registiche e di soluzioni virtuose che fanno a tratti pensare a quell'opera, così impetuosamente fondamentale per l’evoluzione del cinema moderno, qual è stata "Quarto potere" di Orson Welles, uscita appena due anni prima.
Ma la scomposizione narrativa di "Meshes of the afternoon" ha poco a che fare con quella apportata da Welles nel suo esordio e, seppure l'opera della Deren si collochi nel contesto del nuovo cinema americano d’avanguardia, si può ben dire che essa faccia primariamente riferimento, oltre che in generale al periodo del muto, a opere come "Un chien andalou" (altro scioccante esordio cinematografico), al verbo surrealista e all’attuazione apparentemente rapsodica del suo procedimento.

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